Se un ragazzo di diciannove anni vuole amare una donna di cinquantadue, è follia pura o è la normalità del nostro ambiente? Non giudicate prima di aver letto questa strana, inquietante, normalissima storia: tutti gli schemi possono saltare, quando il ragazzo è un extracomunitario che in comune con gli altri non ha niente e la donna è una Dama disegnata che gli appare, e gli parla, dallo schermo di un computer.


Carmen Covito
Benvenuti in questo ambiente
romanzo Bompiani 1997
ISBN 88-452-3522-X
pagine 253, lire 28.000



Nureddin, certo, dubita che questa bella Dama sia quel che dice di essere: un Agente elettronico, sia pur dotato di una vivacissima anima artificiale, potrebbe avere seduzioni e vezzi talmente femminili? Forse sì: i proprietari della ricca e fredda villa dove il giovane clandestino è stato appena assunto sono due litigiosi fratelli, il dottor Ugo, noto chirurgo estetico, e sua sorella Sandrina, titolare di un'avviata ditta di informatica e dunque suscettibile di colpi di genio digitale...
Ma chissà poi per quale colpo di testa o urgenza i due fratelli hanno lasciato solo in casa Nureddin: sono partiti in fretta e furia, insieme, proprio loro che non vanno mai d'accordo... Qui c'è sotto qualcosa. O magari qualcuno.

[E adesso, se vi va, potete leggere Le prime dieci pagine. Ma se io fossi in voi (e lo sono), andrei anche a navigare in compagnia dei miei Sei personaggi in cerca di siti, perché ognuno dei sei vi porterà più vicino al suo ambiente, che poi è il nostro. C.C.]

Fra situazioni virtualmente estreme e delicate indagini nella realtà dei sentimenti, ironiche tensioni da giallo e sfumature di rosa acidissime, Carmen Covito ci conduce in una sovversiva ricostruzione dell'idea stessa di "normalità", allestendo un romanzo da camera con molte, molte finestre aperte sull'Italia di oggi.



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edizione economica
Bompiani Grandi Tascabili
1999 e ristampe successive
Benvenuti in questo ambiente

L'intervista
di Ludina Barzini
(estratto da "Il Tempo", domenica 9 novembre 1997)

Carmen Covito regala un cuore al suo computer

Nata a Castellammare di Stabia (Napoli) 49 anni fa, la Covito si è laureata a Napoli con una tesi su Schopenhauer. Una tesi che lei stessa definisce molto sessantottina perché si trattava di un lavoro sui rapporti tra il filosofo tedesco e la filosofia indiana ("una roba proprio campata in aria", secondo la Covito di oggi). Va poi in Spagna dove segue corsi di lingua e conosce uno studente giapponese e si sposa. Hanno vissuto a Madrid, a Brescia, con soggiorni a Tokyo, e dal 1989 Carmen vive a Milano. Il suo primo libro è stato un best seller: "La bruttina stagionata" era diventato di moda, c'è stata anche una versione cinematografica. Lei ha dovuto evitare di inchiodarsi in quel marchio e ha voluto proseguire la ricerca in altri mondi, perché le piacciono le situazioni di contaminazione di mezzi espressivi.

- Carmen, è stata sposata per 18 anni con una persona di cultura così diversa dalla sua: cosa ha imparato?
Oggi sono una single di ritorno perché sono divorziata. Ma la cosa interessante, e la sfida, era proprio in quella differenza. Io non butto via niente della mia vita: tutto mi è servito, non ho rimpianti e sono contentissima di aver fatto questa esperienza. Essere sposata con un giapponese significa: imparare a sentirsi alieno. Attraverso mio marito io ho imparato a mettermi nei panni dello straniero: quando ero a Tokyo ero straniera io, quando lui è in Italia è sempre riconoscibile come alieno... Però noi italiani abbiamo una specie di snobismo nei confronti di certe culture, e quella giapponese è considerata chic e all'avanguardia...

- Cosa le è più piaciuto della cultura giapponese?
Una delle cose che ho preso, e che utilizzo anche nella mia scrittura, è il gusto della contaminazione. Perché i giapponesi mescolano tutto, con il massimo empirismo, senza farsi problemi rispetto all'origine, o al fatto se sia corretto filologicamente o altro, tanto che il Giappone è un laboratorio multimediale in tutti i sensi, proprio a livello di vita quotidiana. Tutto si mescola, il vecchio e il nuovo.

- Com'è nata l'idea per questo nuovo libro?
Ci sono delle immagini che mi hanno perseguitata tutta la vita e che avevano bisogno di essere inserite in una storia. Una di queste è l'Artemide di Efeso nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli: è una specie di madonna arcaica, nera perché è in basalto e alabastro... La sua abbondanza di seni - che a me fanno un po' senso - rappresenta l'immagine della grande madre mediterranea, e io mi sono chiesta come integrare questo concetto con la mente delle donne contemporanee. Cioè, che rapporto ci può essere fra questo senso della fertilità, della maternità un po' selvaggia, con le nuove tecnologie. Mi è quindi venuta in mente questa storia dell'incontro tra il Sud del mondo e il Nord-Est italiano. Ho scoperto una Silicon Valley nel Veneto... mi intrigava molto l'idea di ambientare un romanzo tra Desenzano, Vicenza, Verona e Padova. È proprio in questa zona che si stanno sviluppando molte fabbrichette e aziende dedicate alle nuove tecnologie, che però coesistono con una mentalità molto spesso chiusa, razzista. Per questo ho ambientato lì questa storia di un ragazzo tunisino di 19 anni, immigrato clandestino, che si trova ad essere assunto in prova da una coppia di fratelli. Lui, Ugo, è un chirurgo estetico e quindi incarna una certa tendenza della nostra società che è quella di rifarsi, di occuparsi del corpo come immagine; la sorella, Sandrina, è invece una giovanissima imprenditrice, una specie di Bill Gates in sedicesimo, che litiga con il fratello furiosamente... sono un po' come il corpo e la mente, il materiale e l'immateriale... ma in realtà sono estremamente legati.

- Come comincia la storia?
Il ragazzo tunisino, Nureddin, si trova da solo nella casa, piena di computer che Sandrina ha piazzato ovunque. Il ragazzo tocca un tasto e gli compare dallo schermo un'immagine di donna - bellissima, perché è ricavata dall'immagine della Venere di Botticelli con qualcosa rubato ad altri quadri. Comincia un dialogo e nasce una storia tra l'agente elettronico e il ragazzo...

- C'è una morale?
Mah. Una delle cose che voglio dire con questo libro la dice Nureddin: "in genere noi vediamo solamente le cose che ci aspettiamo di vedere". Quando vediamo un nordafricano, tendiamo a vedere il nostro stereotipo mentale, ed è perciò che ce li immaginiamo tutti uguali fra loro. Questo Nureddin invece è un individuo, è singolare, diversissimo, talmente diverso che è un clandestino assoluto... voglio dire che è un clandestino anche nel suo stesso paese. Nel romanzo, è un personaggio che ha un po' la funzione della cartina di tornasole.

- Il linguaggio di questo romanzo è particolare, come mai?
Sì, alterno uno stile metallico a uno emozionale... Dietro l'apparente scorrevolezza del testo c'è un grosso lavoro di struttura e di linguaggio. Oggi si tende a mettere i libri nel computer, io invece ho cercato di mettere il computer nel libro. Una scrittura contemporanea deve cercare di assorbire, di integrare nell'italiano letterario le forme dell'italiano colloquiale, gerghi compresi. Quello del computer è interessantissimo, perché è fatto di parole filtrate dall'inglese... si creano degli strani verbi, tipo "scannerare" o "scannerizzare" o "scannare", che a me diverte usare sfruttando il suo doppio senso...

- Che cosa pensa delle nuove tecnologie?
Sono molto curiosa degli sviluppi anche filosofici che ci portano queste cose. Oggi si sta cercando, per esempio, di creare dei computer che funzionano in base a logiche affettive, quindi non soltanto razionali-matematiche come siamo ancora abituati a pensare. Ci sono proprio delle ricerche in corso sull'affective computing, e trovo interessante vedere come si possono mediare, a livello linguistico, queste due cose: da una parte un linguaggio "freddo", tecnologico, e contemporaneamente però anche un linguaggio "caldo", emozionale.

- Usa il computer per scrivere?
Ho cominciato a usarlo solo per scrivere. E in realtà non mi sono collegata in Internet finché non ho finito il romanzo: preferisco immaginare i luoghi e poi, dopo, andare a esplorarli. Adesso ho lavorato per due mesi buoni a costruire un mio sito Web nel quale presento il romanzo. Ho fatto un doppio percorso, insomma: prima ho messo il computer nel romanzo e adesso ho messo il romanzo nel computer.


La recensione
di Giorgio Ficara
("Panorama" n°45, 27 novembre 1997)

Bizzarra la storia di Nureddin


Romanziera eccentrica fra gli italiani, o meglio indifferente agli italiani, Carmen Covito in effetti sembra allegramente sottovalutare le regole del nostro - nazionale - gioco letterario (da una parte i cieli della sera, e conseguenti "frissons" irrefrenabili e sciali sentimentali, dall'altra le avanguardie, le neoavanguardie, le neoneoavanguardie più o meno irascibili e malintenzionate o organizzate).
Guardando altrove, e molto più indietro, la Covito può concedersi strane libertà e bizzarrie: per esempio, riempire una pagina di segni e "finestre" e posti di blocco come a un gioco dell'oca elettronico ma anche sterniano, rifacendo e riaggiornando sotto il profilo grafico la strada "tollerabilmente poco tortuosa" dello zio Tobia nel Tristram Shandy. Ma può, in questo libero mondo (un tunisino innamorato di una coltissima Dama-computer), attribuirsi vecchi e nuovi limiti e obblighi narrativi: personaggi anche verosimili e "profondi", un intreccio anche convenzionale, esposizioni e ammaestramenti smerciati sottobanco - e benissimo - secondo la formula del "romanzo con idee", scorcio o testimonianza d'epoca (la nostra).
Dietro il luccichio e il crepitio di molte trovate e del molto "fantastico", Benvenuti in questo ambiente è un libro preoccupato del mondo, e attento a non scivolare via sulla schiuma attuale dell'onda, a non smarrirsi nel noioso parnassianesimo contemporaneo.
Il protagonista Nureddin è un clandestino in fuga dalle cucine dell'Hilton di Tunisi, seguito sulla scena italiana dagli occhi obiettivamente carezzevoli dell'autrice. Ma dei deuteragonisti Ugo e Sandrina, i padroni di casa, e di Nureddin, sappiamo tutto da Nureddin stesso e in modo mirabilmente candido e sbalorditivo.
Lo ripeto: nonostante la compiuta dimestichezza col mezzo, nonostante la ricreazione, nulla è soltanto "romanzesco" e lieve in questo romanzo della Covito: umanità e sentimento del tempo pesano gravemente e soavemente sul fondo.

 


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