Milano da Leggere 2020

Da oggi 13 maggio fino al 30 giugno l’ebook di “La bruttina stagionata” è liberamente distribuito dal Sistema Bibliotecario Milano, grazie all’accordo con la casa editrice Bompiani, per #MilanodaLeggere. L’iniziativa ideata dalle biblioteche per promuovere la lettura con l’offerta di ebook gratuiti si inserisce quest’anno nel focus del Comune di Milano dedicato ai talenti delle donne. Vengono perciò regalati dieci libri di dieci scrittrici che, in vari modi, hanno raccontato Milano.

Quando uscì, vincendo tra l'altro il premio Bancarella, il romanzo di Carmen Covito divenne una sorta di manifesto di…

Pubblicato da Sistema Bibliotecario Milano su Mercoledì 13 maggio 2020

 

Il Sistema Bibliotecario Milano scrive:
Quando uscì, vincendo tra l’altro il premio Bancarella, il romanzo di Carmen Covito divenne una sorta di manifesto di tutte le donne non belle e non più giovani. Sì, perché la bruttina stagionata di cui si raccontano le vicende è una quarantenne non proprio avvenente che tuttavia, consapevole della propria insignificanza fisica ma anche della propria intelligenza, trova il modo di prendersi quel che vuole.

Ci piace riproporlo oggi per #MilanodaLeggere nella nuova edizione Bompiani per la sua carica di intelligente ironia e autoironia. Firma la prefazione Natalia Aspesi, di cui potete gustare un’anticipazione nel video realizzato per RAI3:
https://www.facebook.com/watch/?v=1370692689708802

Scarica e leggi: https://milano.biblioteche.it/milanodaleggere

 


Per “Milano da Leggere” Anna Fondacaro, lettrice volontaria del Patto di Milano per la Lettura, legge l’incipit del romanzo di Carmen Covito.

 

Per un Diario collettivo lombardo

Le storie siamo noi
Diari dalla terra del coronavirus

Un progetto del Centro Formazione Supereroi
http://centroformazionesupereroi.org

Siamo abituati a immaginare la Storia come qualcosa che si svolge nei campi di battaglia, nelle piazze, all’aperto, là fuori da qualche parte. E invece la Storia sta succedendo ora, nelle case di tutti noi.
Per cui ci siamo detti: perché non raccontarli questi giorni, registrarli, lasciare delle tracce, eternizzarli in un certo senso?
Perché non chiedere ai ragazzi di raccontarceli? Ciascuno a modo suo, in tutta libertà. Senza regole di lunghezza, tono, etc. In modo da creare un pazzesco Diario collettivo lombardo.

Se sei una/un insegnante di una scuola lombarda, e sei interessata/o a coinvolgere i tuoi ragazzi in questo progetto non hai che da:

  • Scrivere alla mail scuole@bookcitymilano.it comunicandoci l’adesione, indicandoci di quale classe e scuola si tratta, e fornendo il numero di studenti coinvolti (o potenzialmente coinvolti).
  • Condividere con gli studenti il progetto, utilizzando i materiali che vi mettiamo a disposizione e troverete NEL SITO CFS  (video, informazioni generali, esempi di diari scritti da noi del CFS etc)
  • Svolgere il ruolo di collettori dei file che man mano i vostri studenti vi faranno avere.
  • Quando saremo fuori dal tunnel, inviarci i file, in una cartella unica.

A questo punto noi raccoglieremo i testi, li impagineremo e creeremo dei libri veri e propri (come facciamo di solito nei nostri laboratori), che questa volta verranno a formare un Diario collettivo di ragazzi alle prese con questa vicenda strana e terribile. Una volta pronti e stampati i libri, faremo degli incontri dove li consegneremo, leggeremo e festeggeremo i nostri autori. “


UN ESEMPIO:

Diario di un giorno di marzo
di Carmen Covito

Devo tenere le finestre chiuse fino alle sedici e trenta, ormai da mesi, perché stanno ristrutturando tutto il palazzo e siamo chiusi in un’impalcatura fatta di tubi, tavole, scalette, camminamenti che si sovrappongono da un piano all’altro fino al tetto. Sembra di stare dentro una grande scatola rivestita di un telo da imballaggio di plastica grigiastra, color nebbia, con qualche buco che permette di intravedere pezzi del palazzo di fronte e una striscia di cielo in alto. Stamattina sentivo martellare sui muri esterni, forte, con un ritmo così insistente che dopo un po’ ho dovuto rinunciare a far finta di niente e, a malincuore, sono scesa dal letto.
Vado in bagno, mi lavo, faccio rapidamente colazione, poi comincio la mia mezz’ora di lento combattimento con le ombre, il taji quan che prima andavo a fare in palestra o, sabato e domenica, al parco qui vicino. Non ho abbastanza spazio, partendo dalla camera da letto i passi mi conducono attraverso il corridoio fino in cucina, e le porte non sono allineate, devo deviare dall’orientamento che sarebbe corretto e, nel passaggio, stringere le braccia come non si dovrebbe. Imbruttire così la bella forma che ho imparato mi scoccia, anche se il maestro non c’è, anche se nessun altro del gruppo ci può essere. Siamo tutti da soli, ognuno in casa propria, ognuno che combatte con un’ombra diversa.
Io sono abituata a restarmene in casa, è il mio lavoro stare da sola davanti al computer o con un libro in mano: anche dover tenere le finestre chiuse non mi dava fastidio, finora, perché prima di questa epidemia che impone di isolarsi potevo sempre uscire, rinfrescarmi la vista e schiarirmi la voce in compagnia di altre persone, quando ne avessi voglia. Ora ho la radio, la televisione, internet e, certo, sì, il telefono che alle undici squilla. Dal Giappone un conoscente che non incontro da anni e che non usa mai né le mail né le chat mi chiede se sto bene: ha letto in un giornale giapponese notizie sull’Italia e si è preoccupato. Gli rispondo che sono preoccupata io per le notizie che arrivano da loro e, mentre lo sto dicendo, mi rendo conto che è la stessa cosa che ieri ho risposto alla mail di Barbara, la pen pal australiana con cui scambiavo lettere in inglese ai tempi del ginnasio, ritrovata da poco in rete. Penso che dovrei scrivere anch’io alle mie cugine in Argentina per chiedere come stanno: ma non adesso, devo lavorare.

Sto correggendo le bozze di un bel saggio di un professore di letteratura, sul tema degli scrittori che si descrivono nella propria stanza. Sono arrivata al punto in cui l’autore fa ben notare quanto la propria stanza sia il prezioso rifugio dove lo scrittore si rinchiude per evitare ogni disturbo esterno e, contemporaneamente, una prigione non del tutto volontaria. Appoggio il gomito sulla scrivania, il mento sulla mano, e mentre l’altra mano resta distrattamente abbandonata sul mouse, alzo gli occhi verso la striscia di cielo milanese nel quadrante superiore della finestra. Mah. Sarà meglio andare a preparare qualcosa da mangiare, sono quasi le tredici.
Dopo una zuppa thailandese riscaldata nel microonde e un’insalata brasiliana che ha richiesto ben cinque minuti per essere lavata e condita, guardo i telegiornali, prendo un caffè con calma, faccio fuori due puntate di una serie televisiva americana su un detective nevrotico che mi diverte sempre, poi mi convinco a non andare avanti con le puntate seguenti e torno alla scrivania. Sul messenger del social si sono accumulate dozzine di notifiche, nel gruppo del taiji il maestro ha postato quattro video di mirabili forme di maestri cinesi che dovremmo imitare, su whatsapp trovo foto e messaggi vocali di amici dalla Svizzera e dalla Tunisia, di mia nipote che si è trasferita in Francia e dell’altro nipote che lavora a Madrid, rispondo a tutti, aggiorno le mie pagine, lavorerò più tardi, ho tutto il tempo… Un’altra suoneria, è una videochiamata: mia sorella da Napoli, dice che finalmente, dovendo stare in casa per forza tutti quanti, ci possiamo vedere per una chiacchierata, e ha ragione, d’accordo, chiacchiereremo a lungo, faccia a faccia, alle nostre scrivanie.
Sono le sedici e trentacinque. I muratori se ne sono andati. Chissà se torneranno domani… Aspetta: ancora qualche minuto e la polvere calerà, depositandosi sui calcinacci, liberando dal suo peso impalpabile l’aria, che tra i ponteggi finalmente respira gonfiando come vele i teli grigi di protezione delle impalcature. Adesso posso aprire le finestre e far uscire il mondo dalla mia stanza.

Carmen Covito
15 Marzo 2020

BookCity 2018 – Leggere le geografie

Bookcity 2018
Il Circolo dei Lettori di Milano presenta:
LEGGERE LE GEOGRAFIE
Hug Milano
Via Venini, 83 – 20125 Milano

Sabato 17 novembre parlerò con Giorgio Amitrano del suo bellissimo libro sul Giappone, ma vi invito a partecipare anche alle altre due serate, che vedono protagonisti venerdì la Siria con Alberto Savioli, grande esperto e mio vecchio amico conosciuto sul campo quando studiavo archeologia; e domenica il Vietnam con Minh Tran Huy, una scrittrice di lingua francese che ha scritto un delicato e raffinato romanzo sulle migrazioni.

Venerdì 16 novembre ore 21
Un archeologo nel presente della Siria
con l’autore Alberto Savioli dialoga Antonietta Benedetti

IL LIBRO DI CUI SI PARLA: Alberto Savioli,”Allah, la Siria, Bashar e basta?”, BiancaeVolta Edizioni.

Alberto Savioli dal 1997 ha lavorato come archeologo in Siria, dove ha studiato sul campo le tribù beduine e si è trovato ad essere testimone della tragica storia presente. Dal 2012 è impegnato con l’Università di Udine nel Progetto Archeologico Terra di Ninive nel Kurdistan Iracheno. In questo libro racconta da vicino una terra che conosce molto bene, intrecciando le vicende passate con quelle attuali e dando conto con passione della ricchezza culturale di un paese devastato dal conflitto ancora in corso.

 

Sabato 17 novembre ore 21
Il Giappone tra pop e sublime
con l’autore Giorgio Amitrano dialoga Carmen Covito

Il LIBRO DI CUI SI PARLA: Giorgio Amitrano, “Iro iro”, DeA Planeta Libri

Iro in giapponese significa colore. Iro iro, raddoppiato, è una miscellanea variopinta, un insieme articolato e sorprendente. E così è questo libro, che accompagna il lettore in un viaggio inaspettato e iridescente attraverso la vita, la cultura e le contraddizioni del Giappone di oggi. Giorgio Amitrano è uno dei massimi nipponisti italiani. Per quattro anni direttore dell’Istituto di Cultura italiana a Tokyo, docente di Lingua e letteratura giapponese all’Università degli studi di Napoli L’Orientale, Amitrano è il traduttore di autori di culto come Yoshimoto Banana, Murakami Haruki, Kawabata Yasunari, Miyazawa Kenji. Con lui scopriremo il Giappone più autentico, multiforme, capace di muoversi agilmente fra tradizione e modernità.

 

 

Domenica 18 novembre ore 21
Lontano dal Vietnam

con l’autrice Minh Tran Huy intervengono la giornalista Alessandra Coppola e la traduttrice Giusi Valent. Letture di Ornella Rossetto Di Trani

Il LIBRO DI CUI SI PARLA: Minh Tran Huy, “Viaggiatore suo malgrado” (traduzione di Giusi Valent), ObarraO

Nata in Francia da genitori vietnamiti fuggiti durante la guerra, Minh Tran Huy intreccia memorie collettive e personali in un romanzo che esplora con delicatezza il dramma dell’identità e la condizione di chi subisce lo sradicamento dalla sua cultura d’appartenenza. In un’estate newyorkese, la narratrice Line scopre la figura di Albert Dadas, operaio francese affetto dalla “follia del fuggiasco”, e si appassiona alle esistenze dei “viaggiatori loro malgrado”, arrivando a riportare alla luce la storia dimenticata della propria famiglia.


 

 

 

La bruttina stagionata – edizione del venticinquennale

  • Titolo: La bruttina stagionata
  • Autore: Covito, Carmen
  • Editore: Bompiani
  • Collana: Tascabili Narrativa
  • Autore introduzione: Aspesi, Natalia
  • Copertina: Brossura
  • Dimensione: 13×19.8cm
  • Lingua: Italiano
  • ISBN – EAN: 9788845295317
  • Data di pubblicazione: 2017
  • Prima edizione: novembre 2017

 Edizione del venticinquennale! Grazie alla Bompiani per aver ristampato, e grazie alla meravigliosa Natalia Aspesi per l’introduzione e per le recensioni.

Trovate il libro in tutte le librerie dall’8 novembre 2017, e anche in formato digitale su Amazon:

https://www.amazon.it/bruttina-stagionata-Carmen-Covito/dp/8845295311

Haiku al liceo scientifico

Centro di Formazione Supereroi
Laboratorio di scrittura di Haiku
a cura di Carmen Covito
IIS “L. CREMONA” di Milano
classe: 2C anno 2016-2017
professoressa Daniela Rocchi

 

Il Centro Formazione Supereroi è un’associazione no profit di professionisti della parola scritta (autori, editor, artisti, giornalisti) convinti che una buona padronanza delle capacità di scrittura e di espressione sia fondamentale per la crescita di ogni individuo non solo dal punto di vista dei risultati scolastici, ma anche e soprattutto da quello dello sviluppo personale, rendendo possibile a ciascuno di raccontare e raccontarsi chiaramente con la propria voce.​​ I volontari del CFS organizzano laboratori gratuiti presso le scuole, affiancando gli insegnanti. Ogni laboratorio ha come obiettivo la creazione di un libro (in edizione fuori commercio) che rifletta la qualità, la professionalità e la creatività del lavoro svolto da ciascuno.

Il mio laboratorio di scrittura di haiku si è svolto in due incontri, venerdì 24 febbraio e lunedì 6 marzo 2017. Nel primo incontro ho usato un powerpoint per spiegare la storia, l’estetica e la struttura dell’haiku mostrando i testi dei maestri in caratteri giapponesi, in traslitterazione e in traduzione, con qualche immagine di pitture haiga e di calligrafie; per poi dare esempi di haiku in italiano e spiegare le regole di composizione. Abbiamo scelto di mantenere lo schema 5-7-5 usando i versi italiani tradizionali (quinario-settenario-quinario) e applicando le regole metriche italiane, con kigo facoltativo e tema libero. Ho assegnato il compito di scrivere un minimo di 5 haiku a testa. Nel secondo incontro gli studenti divisi in piccoli gruppi hanno valutato e migliorato le loro composizioni, hanno scelto i migliori 4 haiku per ciascuno e li hanno classificati: così abbiamo ottenuto 100 haiku organizzati per tema (come si faceva nelle antologie classiche giapponesi). Le sezioni tematiche sono: Stagioni (primavera, estate, autunno, inverno, senza stagione); La città; Momenti; Emozioni. Il titolo è stato scelto dalla classe.
Giovedì 8 giugno, ultimo giorno di scuola, abbiamo consegnato agli autori il libro stampato.

Cinquesettecinque per venticinque
Haiku al liceo scientifico

 

Ecco l’Introduzione di Carmen Covito:

L’haiku è uno stile poetico tipicamente giapponese. O no? Famoso per la sua stringatezza, consiste in sole 17 unità di suono, che per comodità noi occidentali dividiamo in tre versi di cinque-sette-cinque sillabe, senza rime. Questo ritmo cinque-sette-cinque è imperante nell’orecchio giapponese: lo troviamo, seguito da un ritmo sette-sette, anche nella forma poetica classica, detta semplicemente “poesia giapponese”, waka. Nel XII secolo diventò di moda scrivere waka a catena, detti renga, in simpatiche riunioni di gruppo dove l’ospite d’onore componeva i primi tre versi (cinque-sette-cinque) e il padrone di casa proseguiva con gli altri due (sette-sette) e poi toccava agli invitati intonarsi al tema e al clima e alla stagione andando avanti (cinque-sette-cinque e poi sette-sette, cinque-sette-cinque e poi sette-sette, eccetera) fino ad avere catene di mille versi e più. A un certo punto, nel XVII secolo, un samurai di basso rango che si guadagnava da vivere facendo il maestro di renga, Matsuo Bashō, decise che i primi tre versi potevano essere così belli e così intensi da fare a meno non solo di tutto il codazzo degli invitati del renga, ma anche della codina sette-sette del waka aristocratico. La nuova forma di 17 sillabe diventò rapidamente molto popolare, soprattutto tra i cittadini non aristocratici che amavano la bella vita e tra i monaci vagabondi che amavano i bei paesaggi. La brevità del cinque-sette-cinque si prestava benissimo a esprimere l’emozione di un attimo, il colpo d’occhio, l’illuminazione provocata da due cose contrastanti che viste insieme cambiano tutta la prospettiva. Non c’era abbastanza spazio per raccontare una storia ma ce n’era per evocare immagini, sensazioni, ricordi di viaggio, perfino riflessioni storiche o filosofiche, in una chiave umoristica, serena, tragica o malinconica. Con il tempo altri maestri, come Masaoka Shiki che tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo ha creato l’haiku moderno, aggiunsero regole o ne tolsero. Poi l’abbiamo scoperto noi occidentali e ci è piaciuto, forse fin troppo. Ezra Pound, Paul Claudel, Octavio Paz, Jack Kerouac, Borges hanno composto haiku in inglese, in francese, in spagnolo, ma anche tanti poeti minori o aspiranti poeti o non poeti del tutto hanno apprezzato la potenza di suggestione contenuta in questa forma così breve e la utilizzano, o per arte o per gioco, in tutto il mondo.

In italiano l’haiku viene bene. Non c’è bisogno di litigare con il numero di sillabe come capita spesso in inglese, perché abbiamo tante vocali quante ne ha il giapponese, e in più ci ritroviamo a possedere nella nostra tradizione il verso quinario e il settenario. La classe 2C del liceo scientifico “L. Cremona” di Milano quest’anno stava proprio studiando le forme della poesia: è bastata una mezza parola su sdrucciolo, piano e tronco, dieresi e sinalefe, e avevano già capito tutto. Inoltre questi 25 studenti e studentesse si erano già addestrati a praticare la sintesi, grazie alla professoressa Daniela Rocchi, un’entusiasta curiosa e competente che li ha fatti partecipare anche a un laboratorio di “twitteratura” in 140 caratteri. Terzo vantaggio, sono ragazzi di oggi: il Giappone per loro non è un paese di alieni come solo pochi anni fa sarebbe stato per molti di noi ma è un panorama familiare in cui si trovano a proprio agio. Questi sono cresciuti a dorayaki e Doraemon, conoscono il cosplay e, sapendo distinguere ciò che è autenticamente giapponese dalla sua applicazione internazionale, hanno acquisito una stupefacente capacità di sfuggire alla trappola del giapponismo. Nei loro 100 haiku italiani non troverete nemmeno un ciliegio.