Alla ricerca della lingua italiana:
l'Italiano integrato*



  In Italia è avvenuta una rivoluzione di portata storica, che dovrebbe avere una conseguenza ovvia e immediata sulla letteratura: oggi, finalmente, la lingua nazionale non è più, come è stata per secoli, soltanto un'utopia per letterati in vena di accapigliarsi sui pregi e sui difetti del volgare toscano o di esibire ognuno le proprie preferenze in fatto di miscele e cocktail di dialetti.

Oggi l'italiano standard è una realtà. La sua esistenza di fatto è dichiarata da una recente statistica Doxa in cui si annuncia che 86 italiani su 100 parlano l'italiano e che, tra questi 86 parlanti, 24 parlano solamente l'italiano e non usano più nessun dialetto, mentre gli altri 62 sono bilingui in grado di alternare l'italiano e il dialetto secondo il contesto e le circostanze. Restano appena 14 individui su cento a non saper usare altro che il dialetto, e io mi chiedo: chi sono? dove stanno? come fanno? Probabilmente, sono gli ultimi montanari ancora residenti sulle più inaccessibili vette alpine o appenniniche, tagliati fuori dai circuiti del turismo, sperduti in baite senza elettricità e, naturalmente, senza accesso a Internet. Poveri, cari, vecchi dialettofoni puri. Immagino che, tutti in età più che avanzata e conseguentemente in via di estinzione naturale, meriterebbero l'istituzione di un apposito parco in cui salvaguardarli finché sarà possibile, perché tra poco perfino i camosci e l'orso marsicano cominceranno a masticare qualche parola di italiano, ma loro no: loro si ostinano a restare gli ultimi analfabeti orali. C'è da supporre che siano tanto conservatori o tanto squattrinati da non avere neanche una radiolina a batterie, o magari ce l'hanno ma non la ascoltano mai perché... ecco!, perché la vecchiaia li ha resi duri d'orecchio, sordastri o proprio sordi del tutto. Altrimenti, non mi spiegherei come diavolo facciano a non parlare neanche un po' di italiano, oggi che l'aria d'Italia, esattamente come l'aria degli altri paesi europei, è tutta uno smog di telecomunicazioni.

  L'italiano standard, infatti, si è creato da sé attraverso i mezzi di comunicazione di massa e indipendentemente dalla volontà dei linguisti. Per essere precisi, ha cominciato a diffonderlo la radio e poi, con un crescendo esponenziale a partire dalle prime emissioni nel 1954, la televisione l'ha fatto rapidamente evolvere e l'ha capillarizzato in ogni parte del Paese e in ogni strato sociale.

  La televisione dunque ha risolto in meno di cinquant'anni la plurisecolare "questione della lingua". E ci ha introdotti in un nuovo ordine di problemi. Ma decidere se, nel creare l'italiano standard e insegnarlo agli italiani, Mamma RAI sia stata una buona o una cattiva maestra non tocca a me. Questo compito lo lascio volentieri ai grammatici e ai teorici della lingua, alcuni dei quali stanno già codificando le devianze o le varianti imposte dall'uso moderno alla norma tradizionale, e altri dei quali si stanno già stracciando le vesti e stanno alzando alti lai sull'impoverimento del lessico e sulla sparizione del congiuntivo. Io non sono una studiosa, io sono una scrittrice di romanzi: e credo che il mio compito etico ed estetico non comprenda accettare o respingere ex cathedra i nuovi usi linguistici, bensì consista nel captare e registrare lo standard dell'italiano parlato, con il subdolo e strumentale scopo di integrarlo nella mia scrittura letteraria.

  Sto facendo la scoperta dell'acqua calda? Un lettore non italiano potrebbe pensarlo. E, dal suo punto di vista, avrebbe anche ragione, specialmente se proviene da un'area linguistica come quella anglosassone, o quella francese, o quella spagnola, in cui questa acqua calda è stata scoperta contemporaneamente alla creazione di uno Stato nazionale già parecchi secoli fa e la letteratura ci sguazza beatamente da altrettanti secoli senza porsi problemi che non siano stilistici e cioè del tutto interni al suo bagno, tipo: "Se la mia paperetta di gomma questa volta ha il colore dello slang dei bassifondi metropolitani (o del patois degli immigrati maghrebini, o del lunfardo di Buenos Aires, eccetera), sarà più conveniente immergerla in un flusso linguistico omogeneo (sali da bagno violentemente rosa shocking) o lasciarla galleggiare su un discorso di tono medio (sapone delicato alla lavanda) che faccia risaltare per contrasto la sua aggressività?". Belle domande. Ma una buona parte degli scrittori italiani non ha ancora avuto modo di porsele, perché, letterariamente parlando, qui in Italia siamo ancora ai secchi d'acqua bollente trasportati da fedeli servitori come ai tempi di don Alessandro Manzoni, oppure, senza vie di mezzo, giù con le docce fredde. Un attimo: esco dalla metafora, mi asciugo un po' e mi spiego.

  Di fronte alla comparsa dell'italiano parlato come lingua nazionale standard, gli scrittori in teoria avrebbero dovuto reagire come di fronte a un'apparizione della Madonna: o felici e contenti di vedere un articolo di fede finalmente trasformato in realtà, o giustamente scettici e ansiosi di smontare il miracolo per scoprire se dentro c'è l'inghippo e, se c'è, qual è. Invece, se mi guardo intorno a scrutare il panorama della letteratura italiana attuale, io vedo due tipologie di scrittori del tutto diverse, diverse tra di loro e diverse da queste.

  Da una parte ci sono gli scrittori-letterati che non si sono accorti di niente. Loro non vedono, non sentono, non sanno di alcuna apparizione: "La lingua italiana PARLATA? e che cos'è? che vuole? non si intrometta, non ci infastidisca, ci lasci lavorare", e infatti essi (essi? soltanto uno scrittore-letterato oggi può adoperare non ironicamente i pronomi "egli" "ella" "essi", tutti gli altri useranno "lui", "lei" e "loro" anche come soggetto) essi dunque continuano a scrivere in una lingua canonicamente letteraria, tutta impostata sui registri alti se non addirittura aulici, possibilmente vaga perché, dai petrarchisti in giù, "vago" equivale a "raffinato", e se proprio non è possibile essere vaghi, allora che la lingua sia perlomeno neutra, liscia, depilata e deodorata da ogni sentore di vita. A un estremo di questo campo si fanno cogliere alcuni autentici virtuosi della variatio sul nulla, epigoni di Manganelli e ammiratori di Citati, cultori della più deleteria divinità mai inventata dal genio dell'inconsistenza italica: la "bella pagina". All'estremo opposto dello stesso campo troviamo quasi tutti gli autori di narrativa di consumo e qualche scrittore non particolarmente virtuosista ma esaltato da critici accademici che, come lui, o come lei, non si sono ancora accorti di niente (svegliateli, perdio! che qualcuno svegli una buona volta questi cadaveri che non si decidono a morire! o almeno, li seppellisca definitivamente insieme ai loro esangui beniamini! Oops... Mi sono giocata un sacco di recensioni al mio nuovo romanzo...). Entrambi questi tipi sembrano convinti che per fare letteratura basti scrivere "bene", dove "bene" significa mettere in fila ordinatamente soggetto, verbo, complemento infilandoci dentro ogni tanto, come effetto sommamente thrilling, nientemeno che una subordinata. E il lessico? che sia pulitino e obbediente alle regole di buona condotta vigenti al liceo classico e in società.

  Non farò nomi. Dirò soltanto che per essere collocati in questo campo di vecchie erbacce da libreria non occorre soffrire di disturbi della terza età, anzi, vi fioriscono giovani scrittori-letterati molto colti, come Baricco, come la Capriolo, e moltissimo còlti dal pubblico, come la Tamaro, per non parlare di Tabucchi e... No, come dicevo, preferisco non fare nomi. Sarebbero troppi. Fornirò invece una piccola chiave, utile e secondo me infallibile, per identificare a colpo d'occhio l'appartenenza o meno di uno scrittore italiano alla suddetta genìa dei letterati. La chiave sta nei dialoghi. Quando nei dialoghi di un romanzo non riuscite a distinguere un personaggio dall'altro perché tutti parlano allo stesso modo, che è poi il modo del narratore, be', non abbiate dubbi: vi trovate in presenza di uno scrittore-letterato C.N.S.E.A.D.N. (che-non-si-è-accorto-di-niente).

  I dialoghi, infatti, e per "dialoghi" intendo naturalmente sia i discorsi diretti che gli indiretti e gli indiretti liberi, sono il luogo narrativo privilegiato per mettere in pagina tutte le ricchezze della lingua parlata, compresi i dialettismi, le sgrammaticature, i gerghi settoriali e generazionali, gli status symbol linguistici, i tic e i lapsus psicologici e socio-culturali, tutto ciò insomma che contribuisce a costruire un personaggio e, al tempo stesso, serve a smascherarlo agli occhi del lettore. Ovvio? Nella letteratura italiana contemporanea, mica tanto. Tra gli autori che ho letto, vedo soltanto Aldo Busi capace di creare attorno ad ogni suo personaggio una precisa "aura" linguistica che ne traccia l'ambiente di provenienza, il carattere, la storia personale, le intenzioni ed eventualmente gli auto-tradimenti. Ma seguire questo percorso mi porterebbe a dover definire i parametri del genere letterario "romanzo" e lo stato della sua pratica in Italia: cosa che sarebbe troppo ambiziosa da parte mia e richiederebbe comunque uno spazio eccessivo. Aprirò solamente una parentesi per dire che, in un paese dove per trovare una tradizione di romanzo equivalente a quelle della Francia o dell'Inghilterra bisogna, appunto, rivolgersi alle letterature straniere, inglese o francese o russa o tedesca che sia la propria letteratura di riferimento, in un paese così, dunque, il romanzo come genere letterario non è affatto morto, né dà il minimo segno di senescenza, anzi: fresco di nascita com'è, non ha ancora espresso tutte le sue potenzialità. Chiusa parentesi.

  Un sintomo evidente di vitalità del romanzo possiamo coglierlo sul versante di quelli che attualmente vengono identificati come "giovani narratori" o "nuovi autori" degli anni Novanta (ma forse bisognerebbe ripescare la vecchia definizione del Gruppo '63 e chiamarli "novissimi", perché da alcuni decenni si susseguono ondate di "giovani" o di "nuovi" che si stanno accavallando e generano confusioni oceaniche, rendendo, per esempio, me che ho debuttato a 44 anni una "giovane scrittrice" di, ormai, 48 anni). A differenza degli scrittori-letterati, questi novissimi-nuovi stanno scoprendo proprio quell'acqua calda di cui parlavo sopra, e in vari stadi di canalizzazione e di temperatura. A livello strutturale, si scopre (finalmente!) che la "bella pagina" non basta a fare un romanzo, e l'entusiasmo della scoperta è tale che in molti casi l'interesse (sacrosanto) per il plot domina (fin troppo) su ogni altro parametro, producendo un (non disprezzabile) effetto collaterale per cui oggi, per la prima volta, in Italia sta nascendo una tradizione di letteratura "di genere". La fantascienza, il poliziesco, il noir, l'horror, lo splatter diventano una scelta praticabile e praticata da parecchi novissimi-nuovi che non per questo accusano sensi di colpa o di inferiorità rispetto agli scrittori di romanzi "senza aggettivi". Il che sarebbe già in sé una tendenza utile, perché, comunque si consideri la letteratura "di genere", sta di fatto che questo tipo di narrativa focalizza necessariamente l'attenzione non soltanto sul plot ma sulla costruzione del testo, e dunque avremo un sempre maggior numero di autori che, indipendentemente dalla qualità della loro produzione, saranno perfettamente consapevoli della quantità di lavoro che va messo in opera per ottenere un testo. Cominciare a considerare la letteratura come artigianato può soltanto far bene alla salute della letteratura italiana, minata dalla tabe di un idealismo che non è ancora del tutto debellato e sofferente di innumerevoli memorie d'infanzia, bozzetti d'ambiente, ricordi poetici, schizzi e diari (tanto che mi chiedo perché nessuno abbia mai scritto una Storia sadica del romanzo italiano del Novecento sottotitolata La struttura assente... Ci sarebbe da vacillare).

  A livello linguistico, i nuovi narratori e i novissimi-nuovi sono agli antipodi degli scrittori-letterati: loro la Madonna della lingua parlata non solo l'hanno vista ma le danno del tu e ci convivono allegramente. Molti di loro scrivono come parlano. Alcuni non sanno scrivere in altro modo. La maggior parte saprebbero perfettamente scrivere "bene", ma non gli interessa, o, per usare un'espressione più consona, "non gliene potrebbe fregare di meno". A quest'ultima specie appartengono, per esempio, le trentenni Rossana Campo e Silvia Ballestra (che, come il loro coetaneo Tiziano Scarpa, hanno già prodotto opere molto interessanti e sono in crescita continua) ma anche i più giovani Brizzi, Nove, Ammaniti, nei quali il "parlato" appare come una scelta stilistica consapevole, coerente con le tematiche, quasi sempre giovanilistiche, e con i ritmi strutturali, spesso modulati sulla musica rock o sullo zapping televisivo. Il problema, dal mio punto di vista, è che in molti casi questa scelta è talmente esclusiva da diventare escludente. Se adottassimo sempre e soltanto l'italiano parlato standard, trasformandolo quindi in una nuova norma letteraria standard, ci perderemmo tutto lo spessore accumulato nel corso di secoli dall'italiano letterario, lingua inventata e artificiale, certo, ma pur sempre dotata di una storia e cioè di una realtà. Sarebbe uno spreco che una nazione e, soprattutto, uno scrittore non possono permettersi. E poi, la cosa più seccante sarebbe dover dare ragione a quanti già paventano la plastificazione, l'appiattimento, l'impacchettamento di una lingua ridotta a confezione precotta in un super-mercato della cultura sempre più pieno di prodotti sottovuoto e sempre più vuoto di cultura.

  Ora, come si comporterebbe il classico cittadino italiano delle barzellette nazionaliste se lo mettessimo di fronte a un bivio con l'obbligo di scegliere fra una delle due vie? Non avrebbe dubbi: sceglierebbe la terza. E così farei io, da scrittrice italiana aspirante a diventare, nel mio piccolo, un classico. Credo nella praticabilità di una terza via fra la letterarietà sordomuta e il predominio indiscriminato del parlato standard.

  Ci credo non quia absurdum, ma perché almeno uno tra gli scrittori italiani della generazione precedente alla mia l'ha brillantemente percorsa, con l'unico inciampo di essere stato spesso troppo brillante: e mi riferisco ovviamente ad Alberto Arbasino, il quale non a caso è idolatrato come un'icona stilistica, un po' démodée ma imprescindibile, da un gruppetto di ciniche post-post tra cui la Campo, la Ballestra e me; e non è del tutto disdegnato da quel grande, feroce iconoclasta che è Busi.

  Proprio Busi, d'altra parte, dimostra con le sue opere che è possibile integrare in modo inestricabile le forme del parlato nel tessuto dell'italiano letterario, sia a livello lessicale che negli andamenti sintattici. E recentemente ha messo in atto la stessa strategia testuale applicandola su larga scala e con esiti eccellenti al problema delle traduzioni. Le opere di altre letterature vengono spesso presentate ai lettori italiani in traduzioni piatte, appiattite non da eccessi di colloquialità ma proprio dall'eccesso di letterarietà; soprattutto se si tratta di classici, verso i quali il traduttore medio, per timidezza, per quieto vivere, per l'infondato scrupolo di dover sottolineare una distanza temporale, o semplicemente per abitudine, commette il tradimento di alzare il testo verso il registro aulico-letterario anche quando non ce ne sarebbe alcun bisogno perché nella lingua di partenza il registro è invece colloquiale. Impostando i criteri di traduzione per la collana "I Classici Classici" da lui diretta per la casa editrice Frassinelli, Busi ha richiesto programmaticamente ai suoi traduttori di dimenticare gli appiattimenti del "traduttorese" e di rendere in italiano i diversi e differenti registri della lingua di partenza, ricorrendo dove e quando è necessario a tutte le forme anche più colloquiali dello standard oggi realmente in uso. I risultati sono quasi sempre sorprendenti per la freschezza di colori che, senza venir meno alla fedeltà filologica, è così restituita a opere spesso offuscate dalle traduzioni precedenti.

  Dunque, l'obiettivo da raggiungere è presto detto: assumere nella propria scrittura tutta la lingua italiana, distribuendone gli spessori tra i diversi registri di cui si compone (o dovrebbe in teoria comporsi) un testo narrativo. Ciò significa poter disporre di una lingua viva, duttile, articolata, che non esclude i gerghi, i dialettismi, i neologismi e le parole di origine straniera, gli anacoluti e le distorsioni del parlato, ma neanche i termini più colti e la sintassi più elaborata: tutto sta nell'attribuirli al parlante giusto nel luogo giusto e nel momento giusto, cosa che altro non è (non sarebbe) se non il più banale ed il più elementare compito di uno scrittore ogniqualvolta sia alle prese con la scelta di un punto di vista. Certo, se lo scrittore ha in progetto di scrivere un romanzo contemporaneo (e non storico o antiquario o commerciale) che metta in pagina ambienti socio-culturali diversi, personaggi di varia estrazione e carattere e competenza linguistica, registri alti, medi, medio-bassi e bassi, e magari una o più voci narranti, si troverà nella situazione ideale per poter dispiegare tutta la ricchezza di questa lingua italiana che assomma l'uso vivo del parlato agli usi della letterarietà, e che io (mutuando un termine oggi fagocitato dal lessico dell'informatica ma in realtà di lunga tradizione e attestatissimo) proporrei di definire "italiano integrato".

  Nella pratica, credo che sia possibile, e auspicabile, servirsi di tutta la ricchezza dell' "italiano integrato" anche per scrivere brevi racconti o romanzi basati su una struttura semplice e con pochi personaggi e, perché no?, perfino romanzi da camera: che soltanto così non sapranno di muffa né di plastica.


 

* Questo articolo, commissionato dalla rivista "World Literature Today", trimestrale letterario della University of Oklahoma, Norman, USA, è apparso in traduzione inglese su un numero speciale dedicato alla letteratura italiana (Spring 1997)



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