Le recensioni


Un romanzo che è nato dopo cinque anni di ricerche e di lavoro, che ha visto Carmen Covito impegnata in studi di archeologia e in viaggi in Siria dove ha partecipato a due campagne di scavi. La Rossa e il Nero si prospetta come una svolta nella produzione di questa versatile scrittrice: un romanzo che, pur essendo una godibilissima "commedia d'avventura", è frutto di un'opera di documentazione estremamente accurata.
   Grazia Casagrande
   Alice.it nell'anticipazione dell'11 ottobre 2002



Covito vi inanella espedienti narrativi classici come lettere ottocentesche scovate in modo fortuito in fondi di cassetti e misteri alla Agatha Christie, li alterna a incisi d’intonazione saggistica in cui si discetta di tecniche di scavo o di rubia tinctorum, un tempo utilizzata industrialmente nella valle del Sarno. Poi condisce il tutto con l’ingrediente per il quale si distingue tra le scrittrici italiane: un’ironia ad alto tasso creativo. Sarà anche questo che rende fluida la scrittura di Carmen Covito, facendo scivolare la storia su piani sovrapposti come in un ipertesto fantasioso dove si alternano la fiction, la notazione da saggio, la spy story.[...]
   Titti Marrone
   Il Mattino 12 Ottobre 2002



L'esperimento narrativo di Carmen Covito nasce come sempre dall'incontro tra un personaggio medio e un ambiente sconosciuto. È da quest'incastro tra comune medietà e singolarità delle circostanze che anche il più banale character entra di diritto nel romanzo, a rivendicare una sua risorgenza come individuo tra altri individui, a mettere in moto una serie di fatti che aspettano solo lui per essere raccontati. In La rossa e il nero Cettina, sfigata single trentaquattrenne di fine millennio, dibattuta tra le incursioni del disincanto e le pastoie della depressione, cui oppone una spiritosa iperfasia, parte per la Siria. [...] Il risultato è una invidiabile leggerezza narrativa.
   
Patrizia Danzè
    Stilos (quindicinale di letteratura, anno IV n. 21) 15 ottobre 2002



Verso l´isola del tesoro con l´archeologa Covito

SÌ, sì, ecco un buon esempio di romanzo che si fa leggere senza pretendere che tu ne segua le fila per scovarne ad ogni costo i mille piani di lettura alla ricerca della cosa in sé. E dire che nell'ultima opera narrativa di Carmen Covito (sono passati dieci anni esatti dall'esordio della "bruttina stagionata") di sottosuoli, di ipogei, di doppi fondi, di cavi, scavi, covi e persino covili ce ne sono parecchi, visto che la trovata è quella di una fotografa abbastanza ma non del tutto improvvisata che irrompe nel cuore di una spedizione archeologica nel deserto siriano.

La "bruttina" è diventata persino bellina e si chiama Cettina Schwarz, ha un'ibrida genealogia familiare di ascendenza passabilmente remota, ha radici da provinciale sudista, un paese del Salernitano (Scafati) regolarmente registrato nel libretto dei codici di avviamento postale, che ha abbandonato afflitta d'uggia e d'asfissia per tentare la ventura del gran Milàn, ha un matrimonio alle spalle, che ne insidia ancora la memoria, ha un'amica imperversante ma generosa che vive a Parma (gli stridori del titolo stendhaliano non sono senza ragion geografica) e che la introduce in un circuito impensato, ha una gran voglia di darsi da fare e con qualche piroetta del caso ha la fortuna d'essere assoldata in un'impresa non destituita di un qualche fascino - quantunque ridotto - d'esotismo culturale: manco a dirlo, tra il più sequel degli Indiana Jones e il più (mentalmente) remake dei Lawrence d'Arabia con appena appena un pizzico - includendo nel cocktail ironia e spiazzamento - di improbabile Casablanca. Non è poco.

Non è poco, infatti, assistere alle avventure di una spedizione archeologica (in un sito sulle rive dell'Eufrate, che è un po' come la mappa dell'Isola del tesoro), alle manovre del prestigio accademico che ne può venire al gran capo Giorgio Cavalli-Donati (ovviamente esclusa ogni immaginabile assonanza nominale?) e alla sua équipe, alle paranoie e  alle ansie del ritrovamento favoloso, ai rapporti intricati da un lato coi locali e dall'altro con una comunità forzata a convivere in condizioni non propriamente comode,  costretta a tener conto di un mondo diverso in cui la cosiddetta globalizzazione ha pur teso le sue imboscate.  Ma niente moralità e moralismi, meno che mai predicozzi ed edificazioni, nulla di più lontano dal tono di un romanzo che vive d'una disinvoltura narrativa quasi priva di zone morte.  Tutto il mondo in piccolo che ruota intorno ad una scienza dotata d'un suo linguaggio (settoriale), di suoi strumenti (esclusivi), di suoi codici (allusivi), di suoi rituali (connettivi), miserie e nobiltà di un campo di ricerca visto con gli occhi di un   io-femmina lodevolmente autoironico (ma capace anche di soste liriche e riflessive).

Dopo i primi smarrimenti, la fotografa Schwarz finisce per sentirsi parte di una comunità in cui diventa naturale che desideri, triangolazioni, trame, gerarchie, ambiguità corrano sul filo di un mistero che avvolge un po' tutto dentro un clima stridulo e variopinto (vorrei indicare almeno una scena ad alta temperatura eros-comica, quella giocata tra la "rossa" Cettina e il "nero" Ahmad a colpi di tono muscolare, di sguardi cosmici e di mirabolanti antologie poetiche da Khayyam e Hafiz). Un mondo che la Covito ha cura di legare ad una struttura appena appena concepita in forma di giallo. Non tanto per moda, ma lavorando se mai di sottigliezza giocosa. Un giallo che narrativamente (non cronologicamente) s'avvia subito, a partire da una stanza del Baron's Hotel di Aleppo, in cui emergono per caso alcuni documenti di un passaggio che si rivelerà fondamentale.

Storia d'un'avventura in cornice misteriosa, il romanzo si regge su una lingua molto mossa. Mescolanze lessicali, sprezzature d'un parlato multilingue, indiretto libero per i discorsi altrui riportati di traverso, documenti faux-exprès, torsioni sintattiche e in più esclamazioni e zeppe in quantità, segnali discorsivi in cui la voce di Cettina racconta la vita d'un gruppo speciale ma anche la storia di una che - senza parere - va cercando se stessa. Senza parere vuol dire quasi di sguincio. Con bell'umorismo non privo ogni tanto di amarognolo, qualche volta di amaro.
   
Giovanni Tesio
    
La Stampa (TuttoLibri) 26 ottobre 2002



Covito: la bruttina stagionata scappa in Siria

E' dal 1992 che dietro i romanzi di Carmen Covito, una delle voci meno convenzionali e più espressive della nostra narrativa, si profila la silhouette della «bruttina stagionata», protagonista dell'opera prima che fu Premio Bancarella, bestseller tradotto in varie lingue, oltre che portato in teatro da Franca Valeri. Malgrado l'attitudine della scrittrice a rimettersi ogni volta in gioco, pubblico e critici sono andati a cercare anche nei due successivi romanzi (Del perché i porcospini attraversano la strada, Bompiani 1995; Benvenuti in questo ambiente, Bompiani 1997) l'ombra di quella Marilina La Bruna, «quarantenne non brutta ma, peggio, bruttina» che sopravvive in una Milano popolata di donne solitarie e di furbi che ne approfittano.

Sfondo dei primi libri era comunque la vita quotidiana sia pure percorsa da fuochi d'artificio grotteschi o surreali, beffardi o poetici. Ora, dopo cinque anni di assenza, la Covito ritorna, fa una capriola e spiazza i lettori con un romanzo che dagli spazi limitati dei precedenti si libra sui deserti della Siria: una storia d'avventura, amore e mistero dove ci si trova via via con Agatha Christie e i suoi delitti «archeologici», con Lawrence d'Arabia e i suoi beduini in rivolta, tra un film di Indiana Jones e un videogame di Tomb Raider.

Ma non è solo questione d'esotismo: la novità sta nell'ingranaggio, che propone un enigma da feuilleton, poi sembra smarrirlo in situazioni da commedia e infine lo rievoca a colpi di teatro, dando vita a un intreccio dove presente e passato s'incastrano in un puzzle quasi perfetto. La Covito sceglie con cura i «tòpoi» dell'avventura mediorientale, li combina e li rivisita con astuzia: un albergo coloniale come scrigno dei misteri (il più classico e vetusto, l'hotel Baron di Aleppo frequentato per davvero da Lawrence e da Agatha Christie); manoscritti nel cassetto da cui affiorano brandelli d'intrigo politico, romantico, archeologico; scheletri ingioiellati sotto le sabbie mesopotamiche; una pallottola nel sepolcro e il testimone decrepito che spunta dal nulla ma conosce ogni verità.

Chi capiti ad Aleppo, fra chilometri di suk, bagni turchi, giardini di delizie, nobili palazzi armeni e caravanserragli, ha la sensazione di trovarsi alla porta di tutti gli Orienti, dove labile è il confine fra realtà e illusione. La Covito naviga sicura in quelle atmosfere, mischiando però l'incanto al disincanto, la ricerca di radici remote con figurine del presente goffe o meschinelle, patetiche o sballate (il baraccone nevrotico di una missione archeologica), nelle quali si riconosce la scrittrice ironica, capace di sbozzare maschere quotidiane con acre perfidia appena venata di compassione.

Nella protagonista Cettina Schwarz - trentaquattrenne dalla vita grigiastra, divorziata e disoccupata, che si infila nella missione come fotografa - qualcuno vedrà una controfigura della «bruttina stagionata». Non è chiaro quanto sia avvenente: certo è scialbetta, impacciata, mortificata negli amori. Ma basta che una beduina le colori i capelli con l'henné perché il bruco slavato diventi sanguigna farfalla capace di volare alto fra rancori, gelosie, tradimenti, di vivere uno scampolo torrido di passione e soprattutto di tuffarsi nell'oscurità del labirinto per uscirne trionfante con in pugno il filo d'Arianna. Cettina, insomma, ha la sua metamorfosi, un po' come l'immaginario della nuova Covito siriana.
   
Cesare Medail
    Corriere della Sera domenica 3 novembre 2002



Avventura gialla in Siria

Quando Howard Carter si trovò a dover raccontare il suo ingresso nella favolosa tomba di Tutankhamon, fu preso da un attacco di pudore così violento che scrisse una frase molto discutibile: «Le emozioni non fanno parte della ricerca archeologica». Sono invece proprio le emozioni quelle che affascinano i lettori delle storie vere di archeologia, e non sono molto diverse da quelle che inchiodano alla poltrona i lettori dei "gialli" ambientati fra mummie, reperti cuneiformi, maledizioni dei faraoni ecc., con protagonisti scavatori affascinanti e splendide avventuriere. E' proprio questo il caso dell'ultimo romanzo di Carmen Covito, «La rossa e il nero» (Mondadori), giusto a metà tra vero e verosimile, ma con in più una notevole dose di competenza in fatto di archeologia e un'ironia sottile, scoppiettante, che apparenta questa scrittrice napoletana dalla vita cosmopolita, ai migliori esempi di scrittori inglesi, in cui l'humour balena per varie crepe del loro "self control".

Che la Covito fosse una voce nuova e originale della narrativa nostra lo si era visto già nella prima eccellente prova, quel La bruttina stagionata, diventato giustamente famoso. Gli altri due romanzi non hanno smentito le previsioni. Ma quest'ultimo è probabilmente destinato ad un successo tra critici e pubblico ancora più largo. Gli ingredienti ci sono tutti: un mistero da risolvere, un gruppo di scienziati e allievi e i loro complicati rapporti amichevoli e sentimentali, il paesaggio orientale delle steppe e le rive dell'Eufrate, in Siria.

La protagonista Cettina Schwarz, uno strano impasto di partenopeo e di svizzero, come il nome rivela, non appena arriva in Siria si trova a sbrogliare i fili di un mistero: in un albergo di Aleppo trova una lettera di una strana Lady inglese, forse una spia, che chiede soldi al padre per scopi scientifici un po' oscuri. Cettina presto si dimentica dei foglietti ingialliti che ripone nella borsetta e si immerge nello strano ed eccitante modo di vivere della missione archeologica. Eccitante? Soprattutto per chi vuole come lei fuggire dalla solitudine della città e dalla depressione di una storia sbagliata con l'ex marito. Ma nel sito archeologico di Tell Mabruk tutto è un'avventura, anche andare in bagno. C'è un'intera città del Secondo Millennio a.C. da riesumare prima che una diga di nuova costruzione sommerga le rovine nelle acque dell'Eufrate, c'è l'eccitazione di vivere in ambienti insoliti ed esotici, ci sono gli occhioni nerissimi dell'archeologo siriano. C'è perfino una "talpa" che passa informazioni alla missione archeologica rivale. Intrighi, ambizioni accademiche, passioni più o meno violente e colpo di scena finale: per sapere come va a finire bisogna proprio leggere il romanzo.

Abbiamo chiesto a Carmen come le è venuto in mente di scrivere un libro come questo: che cosa c'è di vero e quanto di immaginario in tutta la vicenda?
«Avevo in mente da molti anni di scrivere un romanzo che riguardasse l'archeologia, ma dovevo procurarmi una certa competenza in materia. Nel 1998 per una fortunata occasione sono entrata in contatto con il professor Frederick Mario Fales e sono riuscita a convincerlo ad ospitarmi in Siria, a Tell Shiouk Fawqani, dove c'era una missione archeologica. Nel 2000 ci sono tornata, questa volta nel grande sito di Qatna. Intanto avevo letto un mucchio di manuali e avevo scoperto figure di affascinanti viaggiatrici inglesi della fine dell'Ottocento o primo Novecento. Tell Mabruk, dove si svolge il romanzo, è del tutto immaginario, costruito con pezzi di siti archeologici veri, come un puzzle. E così i personaggi. Vero invece è il loro rapporto, il tipo di linguaggio che usano e le cognizioni scientifiche e tecniche».

La trama è quella di un giallo classico, alla Agatha Christie, che però si allontana in parte da questo modello, quanto e come?
«Nei miei romanzi la trama gialla è sempre trattata in modo ironico. Di Agatha Christie ho avuto in mente i romanzi, ma anche la sua biografia. Aveva sposato in seconde nozze un archeologo che seguiva nella spedizioni come fotografa. A Baghdad un'archeologa italiana mi ha detto di averla incontrata negli anni Cinquanta che si faceva aprire le vetrine dell'Iraqi Museum, come se fossero le vetrinette di casa sua. E in un certo senso lo erano... Ma forse l'unico elemento veramente giallo nel libro è venuto fuori dalla mia voglia di uccidere qualcuno con una cazzuola da archeologo: sono affilatissime!».
   
Paola Azzolini
   
Bresciaoggi e L'Arena 3 Novembre 2002




Bruttina anzi Cettina

Il nuovo libro di Carmen Covito ("La rossa e il nero", Mondadori) è un'avventura, letteralmente: un'avventura che sa di luoghi lontani, tanto nello spazio quanto nel tempo, e che sfrutta tutto il bagaglio di fascino dell'archeologia. D'altra parte è proprio con una serie di "foschi" misteri (non certo così mozzafiato come quelli del professor Jones - Indiana Jones - di cui qui non si ripetono le "prodezze" ginniche) che la protagonista Cettina Schwarz, "napoletana svizzera" che tira avanti con il lavoro interinale, si trova ad avere a che fare: a partire dal ritrovamento di vecchie lettere (parlano d'amore, di soldi, di spionaggio) in un mobile liberty di una suite dell'Hotel Baron di Aleppo. Ma andiamo con ordine.

Grazie all'aiuto di una compagna di scuola (Latitti - con l'articolo incorporato - Parascandolo, "detta Para ai tempi del liceo") e a un bel po' di bugie, Cettina riesce a infiltrarsi come fotografia nella prestigiosa spedizione archeologica che un gruppo di studiosi dell'Università di Parma sta conducendo in Siria, a Tell Mabruk, dove si sta lavorando sui resti di una città del secondo millennio avanti Cristo: proprio lì. durante una visita a Aleppo, scopre le lettere di quella che s'identificherà poi in Juliet Waterbridge (il primo e più interessante "mistero" del libro), alle quali s'aggiungono poi un'altra serie di curiosi interrogativi legati agli scavi (chi è, per esempio, che passa informazioni ai "rivali", membri di un'altra spedizione nei paraggi?). Su questo scheletro Carmen Covito costruisce la sua storia, tornando un po' agli accenti della "Bruttina stagionata" e disegnando una protagonista in cui ogni lettore (ma soprattutto le donne, è ovvio) è spinto ad identificarsi.

La sua Cettina, divorziata ma nella sostanza ancora incatenata all'ex marito (che a lei non pensa invece più, anzi...) è quasi una quintessenza di frustrazioni, devozioni e aneliti femminili: un po' fantozziana ma decisa, ingenua ma pronta a dotarsi in breve dei necessari strumenti per sopravvivere (al fuoco incrociato - metaforico - che ogni tanto si scatena sugli scavi), entra subito nelle grazie di chi legge. Fin dall'incipit (kafkiano al contrario) e dalla divertentissima caccia allo scarafaggio che esso contiene: "O io o lui. Non ho scelta. [...] Io lo ammazzo lo stesso".

È questa scrittura scorrevole, questo tono leggero e brillante, la cifra principale della Covito di "La rossa e il nero", che in qualche punto raggiunge una vis comica invidiabile e che questa stessa tensione "verso il basso" riesce a mescolare alla "serietà scientifica" dell'archeologia: è anzi proprio da tale cortocircuito che trae forza il volume, "impasto" pregevole tutto giocato sulla visione "straniata" di Cettina/Covito e sull'ironia necessaria con cui ritrae quanto la circonda (compresi intrecci davvero da telenovela nella spedizione). Un'ironia irresistibile, decisa e perspicace: la stessa con cui di Parma (città scelta - per passione? per caso? - come punto di partenza del viaggio) si colgono aspetti (dal giornale "Maria Luigia News" all'intervista con l'archeologo pubblicata dal quotidiano) che non possono non far sorridere - per l'acume dell'osservatore - gli stessi "indigeni".
   
Lisa Oppici
   
La Gazzetta di Parma 24 Novembre 2002




Sono ormai numerosi i romanzi che hanno per oggetto argomenti storico-archeologici. Si è anzi andato sviluppando nel mercato editoriale di questi ultimi anni un vero e proprio fortunato filone, che riscuote un grande successo in un pubblico sempre più attratto da avvincenti racconti ambientati nel mondo antico, specie quando si miscelano sapientemente alcuni ingredienti di sicuro effetto, come l'avventura e il mistero. Questo bel libro di Carmen Covito, invece, risulta alquanto originale nel panorama della narrativa contemporanea (se si esclude l'illustre precedente di Agatha Christie, com'è ben noto grande appassionata di archeologia ed anche moglie dell'archeologo Mallowan), perché è ambientato nel vivo di un cantiere di scavo archeologico.

Il titolo, esplicitamente ispirato allo stendhaliano Le rouge et le noir, allude al colore dei capelli della protagonista (in realtà biondi scialbi, divenuti rossi a seguito di una sbagliata tintura con l'henné), Cettina Schwarz, "napoletana svizzera" trentaquattrenne con un passato di studi classici interrotti e un matrimonio fallito alle spalle, senza un lavoro fisso e capitata quasi per caso su uno scavo archeologico in Siria; il nero è l'affascinante condirettore dello scavo, siriano dalla parlata romanesca, di cui Cettina si innamora. Spacciatasi per fotografa professionista (ma in realtà solo dilettante, anche se poi rivelatasi molto efficiente quando, a sua insaputa, si trova nel difficile ruolo di fotografa ufficiale della missione archeologica), entra improvvisamente a far parte della fantomatica équipe di scavo dell'Università di Parma diretta dal prof. Giorgio Cavalli-Donati, nell'altrettanto fantomatico, anche se molto realistico, sito di Tell Mabruk e nel corso di dieci intensissimi giorni vive tutte le vicende di questa ricerca, con risvolti inaspettati.

La Covito dimostra di conoscere direttamente i cantieri di scavo e di averne studiato attentamente l'organizzazione, perché è riuscita a coglierne il clima e a descrivere, in maniera efficace e con grande ironia, le dinamiche interne al gruppo, le manie, le rigide gerarchie (evidenti per esempio quando gli scavatori siedono a tavola), le rivalità (non solo tra gli archeologi e i vari saggi dello stesso scavo, ma anche tra le diverse missioni), le frustrazioni, le ansie, l'esaltazione per una scoperta importante e le più frequenti delusioni. E così ritroviamo il tipico gergo da scavo, o gli immancabili sfoghi dell'archeologo stanco ("alla prossima macina di basalto io mi metto a urlare, giuro. Almeno le trovassimo in una bella situazione sistemata, che so, cinque o sei allineate in una stanza che ci puoi fare la solita pubblicazione inutile."), le accanite ed esaltanti discussioni sulle interpretazioni dei ritrovamenti spesso con la formulazione di ipotesi azzardate poi smentite, la mania per la trowel, simbolo della moderna archeologia stratigrafica, il rigore dello scavo sistematico, ma anche il desiderio intimo dell'improvvisa scoperta sensazionale che dia una svolta allo scavo ("da oggi non si parlerà più del cavallo di Carter, da oggi si parlerà solo del culo di Cavalli-Donati").Il sito di Tell Mabruk infatti è destinato ad essere sommerso dalle acque di una diga, se non si effettuerà una scoperta veramente significativa che possa garantire la prosecuzione delle ricerche.

Anche alcuni aspetti che potrebbero apparire stereotipati (come l'accanita ricerca dello scoop e della fama, o, per esempio, i "flirts" da scavo) e quindi destinati a perpetuare un'immagine un po' fuorviante dell'archeologia e degli archeologi, sono ben compensati non solo dall'ironia con la quale sono trattati ma soprattutto dal grande interesse che pervade tutte le pagine del libro per la ricerca archeologica seria e rigorosa, per la storia antica, per le scienze applicate all'archeologia, per le tecniche e le metodologie dello scavo stratigrafico, per la storia della disciplina e per l'evoluzione dei metodi. Corretti e appropriati sono così i continui riferimenti alla sequenza stratigrafica e alle unità stratigrafiche, al matrix, agli small finds, alle analisi antropologiche, alla documentazione grafica, fotografica, fotogrammetrica, ecc. Pur in un romanzo di fantasia, si riesce a cogliere pertanto il senso più autentico della ricerca archeologica.

Non mancano poi momenti veramente esilaranti, come ad esempio l'arrivo di Cettina a "casa scavi" in piena notte, mentre tutti dormono in stanze dominate dal caos tipico di alloggi molto precari ("sembrava un campo nomadi dopo l'arresto e la deportazione degli occupanti, o, no, la camerata di un collegio per terremotate giovani") o il suo primo impatto con una toilette popolata da animaletti. Ma dopo pochi giorni anche Cettina, come ogni archeologo, si ambienta e si sente a casa sua, tanto da "non badare più di tanto a cose che da impossibili diventano in fretta normali".

La rossa e il nero non è, come si è detto, un romanzo storico, nel senso che non tratta di personaggi e fatti ambientati nel passato. È un romanzo avvincente che ha per protagonisti archeologi impegnati in uno scavo e in una ricerca storica, con un riuscito intreccio di fatti attuali e di vicende accadute in Siria nello stesso sito di Tell Mabruk agli inizi del Novecento, relative alle avventure, tra archeologia e spionaggio, della viaggiatrice inglese Juliet Waterbridge, di cui Cettina Schwarz scopre fortuitamente una lettera in una stanza dell'Hotel Baron di Aleppo. E sarà un'altra casuale scoperta, quella del diario della fedele cameriera di Lady Juliet, Mary Hull, a fornire a Cettina la spiegazione di una "strana" tomba ipogeica rinvenuta a Tell Mabruk. Non mancano peraltro ampi squarci sulla storia, gli insediamenti, la cultura materiale delle società della Siria del quarto millennio a.C. Non è possibile, e non sarebbe corretto, riepilogare la storia e rivelarne gli intrecci, quasi da giallo, per non togliere il piacere della sorpresa ad un romanzo che si legge molto piacevolmente, grazie ad un ritmo sempre avvincente e coinvolgente e ad un linguaggio vivace, dominato da una carica di piacevole ironia che caratterizza lo stile di questa brava scrittrice appassionata di archeologia.
    Giuliano Volpe *
   
Archeologia Viva Anno XXII N. 97, Gennaio/Febbraio 2003
       *docente di archeologia, università di Foggia



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