UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TRENTO


Facoltà di Lettere e Filosofia

Corso di Laurea in Lettere Moderne

Tesi di Laurea

Carmen Covito: la vita e le opere


Relatrice: Prof.ssa Ada Neiger


Laureando: Luca Cemolani


Anno Accademico 2002-2003





Ringrazio Luca Cemolani per aver concesso la pubblicazione sul web di questo suo lavoro. Ne è consentito l'uso a fini personali e di studio, ma tutti i diritti rimangono di proprietà dell'autore.



Capitolo primo

La vita

Carmen Covito nasce il 14 novembre 1948 a Castellammare di Stabia (Napoli) e cresce “[…] in una famiglia di piccola borghesia napoletana, molto cattolica, operosa, degnissima, dove il senso della responsabilità esisteva ma non si appoggiava sul riconoscimento di imperativi categorici e di un impegno dell’individuo nei confronti della società civile”[1]. Figlia di un partigiano, internato nel campo di prigionia ad Auschwitz, vive la sua infanzia in un periodo di ripresa economica in Italia, non soffrendo eccessive privazioni e “[…] mancanze di benessere materiale”[2]. I primi approcci alla realizzazione di un romanzo risalgono già al ginnasio, quando, invia al Corriere dei Piccoli alcuni racconti, ottenendone la pubblicazione. Sul Corrierino - Club numero 19, del 20 settembre 1964, “[...] Mino Milani, consulente per la poesia e i racconti, scrive, a proposito del raccontino Il ragazzo del circo [3]di certa Carmen Covito, anni 15, via Petrarca 77, Castellammare di Stabia (Napoli)”[4]: “[...] un pezzo pieno di vivacità, di colore, d’emozione, nel quale v’è anche un tentativo di indagine psicologica. Spero, così, di dimostrare che si può fare corto e bene...”[5]. Qualche mese dopo, sul numero 25, appare il secondo racconto di Carmen, intitolato Operazione tegola di legno[6], in merito al quale così si esprime il critico: “quello di Carmen è un racconto concluso , ben costruito... Attendo da Carmen.. altre e più impegnative prove”[7]. La Covito, a tanti anni di distanza, analizza i suoi primi scritti:

“il primo, Il ragazzo del circo, me lo ricordo perfettamente. Era un raccontino cortissimo, molto ingenuo. Mi ero messa nei panni di un ragazzo alla sua prima esibizione nel ruolo di domatore di leoni, ruolo che gli risultava molto scomodo perché il padre, domatore di leoni a sua volta, aveva fatto una brutta fine...Con il secondo, Operazione tegola di legno, avevo tentato la ricostruzione storica: lo sbarco di Anzio. Se non ricordo male, mi ero ispirata a una canzone che era in voga all’epoca. Comunque, era anche questo un raccontino molto tragico. La loro pubblicazione mi diede un’emozione che non potrò dimenticare. Anche perché Milani commentava i racconti pubblicati e il suo incoraggiamento fu, credo, fondamentale per la mia futura carriera di scrittrice. Invece, da parte di amici e amiche, della prof. e dei genitori, ci fu, se ben ricordo, silenzio assoluto”[8].

Il tentativo successivo fallisce, il raccontino viene respinto (lei stessa afferma “[...] la storia non stava in piedi, i personaggi non erano credibili, la scrittura era orribile”)[9]. L’insuccesso attenua le velleità dell’aspirante scrittrice, che per un periodo non tenta la strada della pubblicazione, e diviene lei stessa un’aspra critica dei suoi racconti e degli incipit di romanzi appena abbozzati.

Nel frattempo si laurea a Napoli in filosofia con una tesi su Schopenauer, nella quale esamina il rapporto tra il filosofo e la religione indiana, definendola oggi “[...] una cosa campata in aria [...]”[10]. In Spagna, dove segue dei corsi di lingua, conosce uno studente giapponese, con il quale convola a nozze, e da quel momento s’inizia per lei un periodo vissuto tra Tokyo, Madrid e Brescia, e nel quale si adopera in diverse direzioni, facendo l’insegnante delle scuole medie e superiori, la copywriter pubblicitaria, la sceneggiatrice di fumetti, la giornalista culturale free-lance, la redattrice editoriale specializzata in risvolti di copertina[11]. Il matrimonio, che le permette di vivere una realtà di contaminazione, di “[...] imparare a sentirsi alieno[...]”[12], (“[...] attraverso mio marito ho imparato a mettermi nei panni dello straniero [...]”)[13], si conclude dopo diciotto anni e per Carmen è l’inizio di una vita da”[...] single di ritorno [...]”[14].

Dal 1989 si stabilisce a Milano e digerite le critiche del maestro Aldo Busi (conosciuto nel 1985) “[...] che nei giudizi sulla mia scrittura era molto più feroce di me”[15] tenta nuovamente la realizzazione di un romanzo, questa volta con grande successo.

Nel 1992 è pubblicato dalla Bompiani La bruttina stagionata, che in breve diventa best seller, viene tradotto in francese, greco, olandese, rumeno e ottiene il Premio Rapallo-Carige Opera Prima 1992 e il Premio Bancarella 1993. Ne vengono tratti un monologo teatrale, interpretato da Gabriella Franchini con la regia di Franca Valeri piuttosto fedele al testo originale e un film diretto da Anna Di Francisca, interpretato da Carla Signoris, “[...] un’opera autonoma rispetto al libro”[16]. Sempre nel 1992 viene edito dalla Rizzoli il Novellino, tradotto da Carmen Covito in collaborazione con Aldo Busi, suo maestro anche in quest’arte. Prosegue con successo nell’attività di traduttrice, lavorando, ancora con Busi, al Cortegiano di Baldassar Castiglione (Rizzoli 1993) e alla Lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne (Mondadori 1995), e poi curando da sola Claudine a scuola (Frassinelli 1996) e nuovamente il romanzo della Hawthorne (Frassinelli 1998). La professione di scrittrice non si arresta e nel 1995 Bompiani pubblica Del perché i porcospini attraversano la strada; due anni dopo esce in libreria Scheletri senza armadio e altri racconti (La tartaruga 1997). Con il romanzo Benvenuti in questo ambiente (Bompiani 1997) si avvicina al mondo della realtà virtuale e ad Internet, tanto che nel 1997, coadiuvata da un webmaster, apre un sito (www.carmencovito.com) che nel primo anno di vita conta undicimila visite. Sollecitata “[…] da un’osservazione circa il diritto d’autore messo in gioco dalle nuove tecnologie”[17], nel 2001 riunisce in un e-book i testi presenti, aggiungendone un settimo quasi sconosciuto, con il titolo di Racconti dal Web. Nell’ottobre del 2002 pubblica il quarto romanzo, ambientato in Siria, La rossa e il nero.    


Capitolo secondo

Corpi di ballo

La prima stesura del racconto Corpi di ballo risale al 1985, ma il componimento rimane inedito fino al 1997, anno in cui viene edito da La Tartaruga edizioni, nella raccolta Scheletri senza armadio[18]. La Covito affronta in questo racconto, e negli altri precedenti al “[....] debutto ufficiale nella narrativa [...]”[19], tematiche che approfondirà successivamente.

Serenella, segretaria dell’Agenzia Italiana Artisti Indipendenti, quotidianamente sconta l’impaccio[20] di essere destinata a vivere in un corpo, che non corrisponde alla sua voce, la cui dolcezza “[…] [promette] falsamente un corpo con la vita da vespa e le ali ai piedi. Ma la sua realtà [consta] di circa ottanta chili di carne goffamente distribuita su una scarsa altezza e irrimediabilmente piantata a terra”[21]. Giunge a Spoleto, ospite di un conoscente, per poter assistere a “[…] qualche po’ di balletto […]”[22] e soprattutto per ammirare l’energica grazia[23] di Alexeij Sapuskal, “[…] l’Unico in assoluto […]”[24], degno della devozione spettante ad un Dio[25]. La donna incontra Jeanette, una giovane giornalista, “[…] magra […] con la sua tunichetta di jersey, seta pura”[26], raffinata e piacevole, che rappresenta la bellezza negata a Serenella e la fortuna che ne consegue. La giornalista tiene fra le mani “[…] un elegante gatto siamese”[27], simile a quello perduto da Alexeij, il quale non intende esibirsi, finché la bestia non sia nuovamente con lui. Jeanette prega la segretaria di accompagnarla, illudendola[28] di poter presenziare alla restituzione del gatto. Ma il sogno di incontrare il suo idolo s’infrange poco dopo; la giornalista la invita a scendere dall’auto, dirigendosi sola all’incontro agognato da Serenella, “[…] che [guarda] allontanarsi la macchina, gatto e sogno al di là del cartello del divieto di accesso alla città”[29].

L’impietoso destino si accanisce contro di lei e la costringe a sedersi a tavola con l’avvenente ballerino Marco Brion, “[…] uno che ha passato metà dei suoi vent’anni a guardarsi allo specchio”[30]. Serenella sprofonda “[…] il naso nel menu […]”[31], per soffocare l’imbarazzo provocato dall’inevitabile confronto tra il suo corpo goffo e quello scultoreo del giovane[32]. Il pranzo si svolge in un silenzio angosciante, che acuisce la vergogna della donna per aver ordinato un menu particolarmente ricco di grassi[33], a differenza dell’oculata scelta di Marco[34], il quale torna in albergo, mentre Serenella è ancora china, a divorare le ultime pietanze.

Lo spettacolo di danza ha nell’esibizione di Brion il momento culminante, nel quale il ballerino riesce a catturare l’attenzione di tutti gli spettatori, anche di Serenella, comunicando attraverso il corpo, conciliando forza statuaria e movimento e “[…] trasformando lo spazio intorno a lui in una rete di energia pulsante”[35]. Il programma della serata prevede in conclusione il numero di Alexeij, che “[…] in calzamaglia scura e con giustacuore di velluto nero […]”[36], riduce lo spettacolo ad “[…] ampi movimenti soltanto delle braccia […] [rinunciando] ai salti famosi”[37], pesante nelle gambe, ormai senza forza per vincere la gravità terrestre. Il dio è abbattuto dall’età inclemente, da un corpo che non risponde più alle sollecitazioni di una danza di movimento e si deve piegare di fronte alla forza giovanile del nuovo idolo.

A fine serata, Serenella, imbottita di vino, si ritrova sola, dimenticata dagli «amici», nello “spiazzo del parcheggio […] mezzo vuoto”[38], e lì intravede il suo mito, distrutto, ubriaco, mentre incenerisce il gatto tanto amato. L’illusione pervade ancora l’animo della donna, la sua sofferenza congenita potrebbe avere “[…] uno scopo, una ragione, un fine provvidenziale […]”[39]. Sogna di poter salvare il ballerino dal baratro della disperazione “[…] col flauto magico della sua voce incorporea e cirillica […]”[40], ma il destino non sembra riservarle un riscatto compensatorio. Il suo aspetto sgraziato, apparso alla luce, priva le parole di credibilità e Sapuskal “[…] le sbatte sulla faccia un corpo di carbone rinsecchito […]”.[41]

È vietato far piangere i bambù

Il racconto È vietato far piangere i bambù[42]  è stato scritto nel 1986 e “[...] svanì dentro un volume collettivo pubblicato da Gian Franco Borelli Editore, Modena 1987, dopo avermi dato l’emozione di un secondo posto nel premio per inediti “Città di Modena” (un premio che, appena nato, morì nel giro di quell’anno, ma non credo per colpa mia [...])”[43]. Carmen Covito ricorda così le soddisfazioni recatele dal buon riscontro avuto da questo testo, pubblicato successivamente, nel 1997, nel volume Scheletri senza armadio.

Riccardo Trevisan, “[…] virtuoso del violino […]”[44], dopo un grave incidente, in cui la moglie rimane paralizzata e lui si procura danni cronici al polso e ad un occhio, su suggerimento di un amico, intraprende la carriera di direttore d’orchestra, ottenendo brillanti successi in tutto il mondo. Nei suoi viaggi impara ad apprezzare terre e culture straniere, ma s’infatua del Giappone, vero e proprio protagonista del racconto. L’azione dei personaggi rimane sullo sfondo, mentre le tradizioni, i riti, i misteri della terra del Sol Levante, ben conosciuta e amata dalla Covito, occupano la ribalta del primo piano. Il vecchio Trevisan, in tournée, si lascia coccolare[45]dall’ambiente circostante, si immerge nella cultura giapponese, rendendosi conto di aver affinato con il tempo la sensibilità per apprezzarne i dettagli[46].

La Covito gioca con il cognome Trevisan, instaurando un legame tra il nome del personaggio e la lingua giapponese. Il suffisso –san, infatti, in Giappone, viene posposto al nome altrui per deferenza e può essere tradotto con «onorevole signore». Nessuno avrebbe la presunzione di attribuirselo, come sembra fare Riccardo quando si presenta. E questo genera imbarazzo e ilarità.

Ogni giorno Trevisan riassapora le tradizioni, le abitudini, le peculiarità della cultura, ogni giorno anche ciò che conosce lo lascia stupito. Il tatami si rivela benefico per il sonno, “duro, elastico: qualità ideali per evitare false posizioni della colonna vertebrale”[47], il risveglio è allietato dalla “luce morbida sulle linee rette”[48], la colazione”[…] con il riso e il tè verde”[49]è gustata alla presenza di un’evanescente cameriera, che sa rendersi “[…] invisibile […]”[50], in attesa di una richiesta, con “[…] la teiera vicino alle ginocchia, a portata di mano”[51].

Riccardo trascorre la giornata in compagnia di Arai-san, suo accompagnatore, visitando luoghi suggestivi, lasciandosi coinvolgere e ammaliare: “Trevisan obbediente si arrampicava ovunque, ammirava, domandava, ascoltava, ficcava l’occhio in tenebrose pagode per spiare barbagli d’oro su sculture bracciute, sbalordiva di alberi millenari e degustava tazze schiumose di tè polverizzato”[52].

Si emoziona di fronte al cimitero dei bimbi abortiti, presso il tempio dell’Hasedera, dove spuntano “[…] migliaia di minuscole immagini fiorite di bavaglini, cuffie, giocattolini, come aiuole d’amore”[53], preparate dalle madri, giunte da tutto il Giappone, “[…] per ottenere l’intercessione del Bodisattva Jizō[54]. A quella vista l’animo non è pervaso solo dal senso del macabro, ma anche dallo “[…] strano effetto di individualità nella ripetizione”[55], che testimonia il dolore di ogni madre e di ogni famiglia, condiviso in un lutto comune. Trevisan, in un bosco di bambù, si lascia incuriosire da “[…] un cartellino di legno sagomato […] alla base di un tronco gigantesco”[56], che invita i visitatori a “[…] non causare sofferenze alle piante”[57], ma il tronco è inciso sulla[58] corteccia da “[…] date, nomi, ideogrammi […]”[59]: anche in Giappone non si riesce a resistere alle tentazioni[60]. A casa di Arai-san tocca con mano l’arte del gyōtaku, della quale aveva fino ad allora sentito solo parlare, cioè  “[…] pesce stampato […] sulla carta di riso con tratti d’inchiostro nero e sfumature”[61]. L’ospite appare particolarmente coinvolto da questa passione, e nel mostrare le sue opere sollecita Riccardo a riflettere sulla realtà dei pesci che ha di fronte. “Non si poteva minimamente dubitare che quella cernia fosse una cernia, anzi senz’altro quello sfortunato individuo di cernia che aveva avuto il destino di abboccare un certo giorno all’amo di Arai-san […] ma nel processo di riproduzione qualcosa era accaduto, e aveva spostato di un gradino la realtà”[62]

Sulla realtà del Monte Fuji, invece “[…] montagna sacra […]”[63]dei giapponesi, non si può certo giurare[64]: l’impalpabile mistero, che aleggia attorno alla sua esistenza, non viene dissipato dalla mente di Trevisan, benché sia riuscito a scorgerlo per due volte. Il paragone di Arai-san con l’essenza della musica sconvolge il maestro, la cui unica certezza non deve essere messa in dubbio.

La sera, tornato in albergo, dopo aver incontrato la figlia dell’accompagnatore, che ha risvegliato i sensi sopiti, si ritrova a pensare allo scrittore Kawabata, sognando di essere proiettato nell’illusione del suo libro: “parlava di una casa specializzata nell’accontentare gli uomini anziani: le ragazze dormivano tutta la notte sotto l’effetto di potenti sonniferi. Ben trovato, sottile: non umiliare l’amor proprio”[65]. Certamente l’atto sessuale perde molto della sua realtà.


Scheletri senza armadio

Qualche anno dopo, l’autrice scrive un ulteriore racconto, Scheletri senza armadio[66], che “[...] può essere cercato (ma è improbabile che lo si trovi) nel volumetto 16 racconti italiani [...]”[67]. Nel 1997 viene pubblicato nell’omonima raccolta e nel 2001 viene inserito nell'antologia Racconti italiani del Novecento, a cura di Enzo Siciliano, dei Meridiani Mondadori (tomo III).

Sul treno della Circumvesuviana una donna originaria di Napoli, ma trasferita al Nord, incontra, insieme a suo nipote Mimmo, un insigne paleosteologo, che manifesta visibilmente un turbamento nell’osservare il giovane, rassomigliante alla ricostruzione, attraverso lo scheletro, di un uomo del passato: “un metro e settantadue di altezza, arco sopracciliare poco rilevato, zigomi alti e naso greco, tatti decisi[68]. L’impressione di forza, che Mimmo suscita in chi lo guarda, è, a parere della zia, tutta esteriore[69], interiormente è fragile, malleabile, “[…] fatto di una pasta molle, pronta a cedere a qualunque pressione e a modellarsi sulle aspettative di chi, di volta in volta, mostra di interessarsi a lui[70]. La proposta della donna di seguire il dottor Parker è una strategia attuata per verificare le dubbie tendenze sessuali del nipote, che la zia ritiene di dover conoscere, per potergli programmare un futuro “[…] a modo [suo]”[71]. Mentre maestro e discepolo si appartano, la donna visita gli scavi, a lei cari, di Ercolano, ritornando con la memoria al passato, e rintracciando nei meandri della mente i sogni da ragazza, livida di odio contro tutti, “[…] papà, mamma, professoresse, zie, politici corrotti e camorristi”[72]. I traumi sepolti riemergono in questo viaggio nella memoria, quando, nella “[…] faccia viscida […]”[73] di un guardiano, rintraccia nauseanti analogie con quelle dell’uomo, anch’egli custode, che durante la giovinezza l’aveva violentata, provocandole una gravidanza, interrotta illegalmente. Il ricordo del suicidio della sua amica Ilde, incapace di sopportare la vergogna di un concepimento in giovanissima età, la consapevolezza, maturata nel tempo, di non essere in grado di liberarsi dal condizionamento dello stupro le causano un’ansia claustrofobica. Fugge via “[…] da questo vecchio nido di fantasmi”[74], con il proposito di guardare avanti, illudendosi di riuscire a tornare a vivere, programmando la vita del nipote. La sua infatti è un’esistenza svuotata dalle esperienze subite e sterile per l’incapacità di elaborare il passato, che l’ha indotta a privarsi del sesso: “[…] penso che sia una cosa da far fare agli altri, perché sono sicura che agli altri faccia bene”[75].

Il nipote, dopo la lezione del professore, “[…] sembra più dritto, meno dinoccolato del solito, come se adesso avesse veramente uno scheletro dentro”[76], la zia intravede nella nuova inquietudine[77] un cambiamento, l’ingerenza fastidiosa di un altro tutore per il ragazzo. Forse d’ora in poi sarà meno malleabile.

I due, abbagliati dal sole o chiusi nei loro segreti, non si guardano negli occhi, camminando “[…] a testa bassa […]”[78].


La bruttina stagionata

Con il romanzo La bruttina stagionata[79], edito da Bompiani nel 1992, Carmen Covito penetra nella solitudine di una donna di mezza età, immersa nella caotica metropoli milanese. L’autrice racchiude il destino della protagonista già nel nome, Marilina Labruna, che richiama una figura mitica della seduzione hollywoodiana, Marilyn Monroe, “[…] deprivata però di tutti gli scenari del sogno americano […]”[80] e della solarità di una capigliatura bionda, come insinua il cognome Labruna, ovvero, la destinata “[…] ad essere la non scelta, la non preferita”[81]. Il personaggio si dibatte nelle sue ambiguità[82], in un senso di incompletezza[83], disorientato dall’esigenza di definizione del sé e dell’identità sessuale, pretesa da una società che guarda a modelli preconfezionati.

La sua è una vita vissuta sfuggendo l’altro, evitando ogni tensione che la costringa a confrontarsi e scontrarsi[84] con tutto ciò che è esterno a lei. A difesa del suo mondo interiore erige mura sostenute da un razionalismo straniante[85].

Laureata con una certa fatica, dopo un totale fallimento patito come insegnante, ottenuto un impiego nell’agenzia “Felici & Laureati" come compilatrice di tesi a pagamento, ha l’opportunità di riuscire ad emanciparsi dalla famiglia di origine. Il lavoro svolto nel piccolo bilocale al Gratosoglio le garantisce una “[…] quieta solitudine […]”[86], e le consente di rimanere, come è sempre stata, “[…] chiusa e spinosa […]”[87]. Il romanzo coglie un momento particolare della sua esistenza, quando esacerbata dai “[…] momenti neri […]”[88], dal disinteresse manifestato nei suoi confronti da un laureando (Giandomenico Accardi) suo cliente, contatta un giovane prostituto, per poter godere anche lei di un uomo, senza complicazioni relazionali. L’incontro con Berto è un tentativo di ravvivare la monotonia di una realtà predefinita, di uscire da una parte assegnatale dal destino[89], investendo una cospicua somma di denaro per il mantenimento di questa illusione.

Gli stessi sogni[90], che Marilina fa in stato di semicoscienza, rivelano la fantasia di incarnare l’icona della donna fatale, lusinga questa che la sobilla a giocare con se stessa. Indossate le calze nere autoreggenti con il pizzo e infilata nella borsetta una trousse di profilattici[91], quale “[…] signora allo sbaraglio […]”[92] si mette alla prova in una discoteca. Nonostante l’atteggiamento spavaldo che la muove, l’entrare in un ambiente caotico, a lei ostile, la rende “[…] indecisa […]”[93], goffa nei suoi “[…] occhiali da miope […]”[94]. Sovrastata dall’esuberanza dell’aspetto di chi la circonda[95], dalla disinvoltura del contatto uomo donna[96], si fa sempre più piccola nel suo “[…] angolino […]”[97] e “sente”[98] che tutto è sbagliato[99]. L’aspirante seduttrice è costretta alla fuga, ma il danno è aggravato da una beffa di sapore tragicomico: all’uscita dalla discoteca viene scambiata per una prostituta.

La sconfitta[100], o meglio, la disillusione è insita in Marilina, il continuo ritorno nel suo ruolo è esperienza vissuta anche nel periodo giovanile, soprattutto nel rapporto con Alfredo Delledonne, vivido fantasma del suo passato. Conosciuto in una biblioteca durante il reperimento di materiale per una ricerca, all’epoca del ginnasio, il giovane diviene in breve per la fanciulla, affascinata dalla sua cultura, una guida alla conoscenza. Lui, che certamente “[…] non era il tipo da frequentare. Oltre a leggere cose che non stavano bene, forse non andava nemmeno in chiesa, era magari comunista, o anarchico perfino”[101], le provoca subito turbamento e ben presto se ne innamora. L’amore, non dichiarato, la spinge ogni giorno a raggiungerlo nella sua stanza, per condividere con lui degli istanti di intimità. Alfredo per lei incarna la libertà “[…] dalla ragione dei padri, che è una ragione castrata, una ragione a una sola dimensione […]”[102], è un’anima capace di oltrepassare la superficialità delle verità acquisite, per penetrare, come i poeti, nell’ essenza delle cose e dell’animo. La porta della stanza, una volta chiusa, apre a Marilina un palcoscenico[103] in cui può recitare se stessa, rappresentandosi spesso nella oscura fumosità dei sogni[104]. Il poeta coglie il dramma che vive la ragazza, l’incapacità di “[…] accettare il lato femminile […]”[105] e la scuote. Ma alla dichiarazione d’amore Alfredo reagisce, rintuzzando l’azione maieutica esercitata su di lei, e la respinge nel suo ruolo. Così Marilina non si trasforma in Marilyn e la relazione tra i due ben presto si esaurisce, per la paura che il ragazzo nutre nei confronti di lei[106].

L’attuale presunto[107] amore[108] è rivolto verso l’imbarazzante inettitudine di Giandomenico Accardi, laureatosi con una tesi di Marilina, e divenuto suo socio nella riscrittura della medesima. La pubblicazione richiede un’attenta revisione, curata unicamente dalla dottoressa per l’autore putativo, e l’eliminazione di florilegi e di raffinatezze filologiche, brillanti soluzioni di arricchimento in un contesto accademico, ma eccessivamente ridondanti per un destinatario comune. Il giovanotto, figlio di un piccolo industriale, fa mostra della sua vacuità, ostentando un lessico fortemente connotato da termini tipici dell’ambiente milanese altolocato e da un inglese stentato[109], ma ,nonostante l’evidente povertà di contenuti, diviene preda, ansiosamente inseguita da Marilina. Ogni aspettativa di incontro solletica le più recondite illusioni, ma l’effettivo abboccamento provoca una bruciante delusione, che la donna sistematicamente cerca di dimenticare[110].

I pochi rapporti che mantiene sono difficoltosi e suggeriscono l’ incapacità della donna  di valorizzare la relazione con l’altro da sé[111].

Berto è per Marilina un rifugio contro l'insoddisfazione, procuratale dall’assenza di uomini nella sua vita[112], e da un’ambita solitudine[113], riscaldata solo da quel senso di “[…] calore animale […]”[114], che emana l’angusto spazio dove abita. La pressione, esercitata dal giovane per approfondire il rapporto, è elusa abilmente dalla protagonista, che inizialmente esercita il potere conferitole dal ruolo di cliente. Limita gli incontri ad uno scontro fisico, che le conceda l’impressione di provare qualcosa, e paga Berto, perché tutto si mantenga su questi binari. Ma la relazione perde in breve questa fisionomia e il ragazzo, innamoratosi di lei, persegue il suo sogno d’amore, rifiutando la parte del mantenuto. Il lavoro di meccanico e la passione l’affrancano dal suo ruolo[115], mentre Marilina, incapace di vivere l’esperienza del confronto con l’altro da sé[116], si ritrova, senza rendersene conto, prostituta[117] in un rapporto, costruito artificiosamente da lei in modo opposto. L’intrusione di una ragazza, Irene, interrompe gli incontri dei due amanti, proiettando sullo sfondo un rapporto possibile, soddisfacente tra Berto e la giovane e una inevitabile solitudine per Marilina.

La madre Ersilia è una donna che ha vissuto chiusa in se stessa, rintanata nella vacuità delle raccolte di figurine, non accorgendosi quasi dell’abbandono del marito, seguito poi dall’uscita di casa della figlia in grado di mantenersi. Ma è proprio la solitudine[118], aggravata dalla senilità, a risvegliarle la voglia di vivere, facendole riscoprire la cura del proprio aspetto e dell’abbigliamento e inducendola a stringere un’amicizia particolare con l’infermiera Pucci Stefanoni, presunta medium. Il mutamento progressivo della madre, che assume un atteggiamento giovanile “[…] da pupetta imbecille […]”[119], “[…] mette Marilina a disagio”[120]. La società con la Stefanoni, che pone a repentaglio il patrimonio di Ersilia contribuisce a interrompere il dialogo tra madre e figlia. Il tempo stempera la tensione, Marilina accetta pure che le due amiche partano per mete esotiche a sperperare la sua eredità, ma il rapporto rimane evanescente[121].

Non si salva nulla invece della relazione con l’amica di scuola Olimpia Bogani, donna spregiudicata in cerca di facili conquiste amorose. Olimpia, galeotta nel rapporto tra Berto e una sua studentessa, rompe con Marilina quando la stessa le rivela l’identità del giovanotto, fraintendendo la confessione tardiva come vendetta. Ma il ponte tagliato in realtà non è mai esistito[122].

Il litigio funge da preludio all’esperienza chiave vissuta da Marilina in una discoteca alternativa[123], “[…] un mercatino rionale, rumoroso, affollato di gruppi deambulanti tra altri gruppi in piedi lungo i muri, agli orli delle due piste, sulle scalette, tra i divani, al bar”[124]. Le perplessità di Marilina si dipanano, quando si rende conto che quel “[…] territorio straniero […]”[125], che ha appena varcato, è meno estraneo al suo io, e al suo modo di essere di quanto potesse aspettarsi. “Nessuno le faceva caso. Niente confronti obbligatori, niente gare di seduzione da perdere e soprattutto niente che le potesse ricordare di essere destinata a far tappezzeria in eterno”[126]. In questo mondo apertosi attorno a lei, i tabù imposti dal tessuto sociale vengono meno e così quella sensazione sgradevole e angosciante di dover essere giudicato. Lei che ha sempre cercato di sentirsi desiderata  e ha provato ad essere diversa da quello che è[127], o che ha tentato di darsi un identità sessuale definita[128], finalmente si sente libera “[…] in quella terra di chiunque[…]"[129] di non dover piacere, di non dover corrispondere ai cliché della seduzione, ai quale ogni donna è costretta a guardare. E si meraviglia “[…] di trovare tutto ciò normale […]”[130]. Il confine tra uomo e donna sbiadisce nel groviglio di corpi ingannevoli, illuminati ritmicamente dalle accecanti luci psichedeliche, gli stereotipi della virilità e femminilità perdono ogni valore. “Senza il dovere di sincronizzarsi sul ritmo di una coppia […]”[131] si concede un ballo sfrenato nel tumulto coinvolgente della discoteca. Si scontra con un “[…] gigantesco essere in pelle nera […]”[132] e tenta un approccio a lei insolito, ammiccando ed esibendosi ironicamente in una danza sensuale. La fantasia della primadonna[133], che l’ha solleticata frequentemente, in questa circostanza le pare possa “[…] essere messa in scena impunemente”[134]. Assume con decisione l’atteggiamento da femme fatale e recita la parte della donna per gioco[135]. Presentandosi allo sconosciuto, si spaccia per Merilin[136], trascrizione fonetica dell’illustre nome, che racchiude in sé un alone di seduzione, e in breve si ritrova serrata dalle fasce muscolari del suo inatteso partner. Durante i preliminari, eseguiti senza pudore di fronte ad un pubblico disinteressato, rivendica la femminilità[137] e dà corpo proprio agli stereotipi[138] banditi da quel luogo. L’interpretazione di se stessa, quale novella Monroe, iniziata su un insolito palcoscenico[139], si protrae fino all’abitazione dell’extracomunitario “[…] un monolocale da residence, anonimo, lussuoso […]”[140]. Il copione non crea problemi all’attrice, fino a quando, svestitasi, si mostra in lingerie nera, accattivante. In quell’attimo ”[…] in reggiseno e slip di pizzo nero […]”[141] si sente “[…] fuori parte […]"[142], il fantasma della donna fatale, dal quale si sente lusingata, tanto da indossare sempre una biancheria intima di pizzo, appare nella sua nudità[143]. Vacilla, ma riesce ad indossare nuovamente la maschera. Si abbandona al violento abbraccio di Karim, “[…] lasciandosi trafiggere da quella bellezza dolorosa […]”[144]. Esaurito l’amplesso, nasconde il volto all’amante, perché non la veda “[…] così in sé […]”[145]. Anche nella finzione Marilina pare destinata a non vivere il rapporto con soddisfazione, anzi è come se fosse finita nelle vampe arroventate di Lucifero, sentendosi a casa. Il sipario si chiude e la mattina successiva, indolenzita, cammina sola per strada, concludendo che nulla è cambiato (“[…] era insignificante come sempre”)[146]: la percezione che ha di sé è incerta, “[…] si sentiva cosciente di se stessa e insieme forestiera […]”[147].

Ma le sue pulsioni da conquistatrice di uomini non restano celate a lungo. La circostanza per una replica le viene offerta dal giovane Accardi che l’invita a cena per festeggiare l’avvenuta pubblicazione del libro tratto dalla tesi. Vi partecipa anche Enzo, amico di Giandomenico, commesso di sex-shop, conosciuto da Marilina nell’occasione dell’acquisto di un vibratore. Il banchetto fa da preludio alla consegna del testo all’autrice autentica. Rispetto agli accordi pattuiti, Accardi si vanta di averle conferito l’onore, meritato, di comparire con il proprio nome tra i collaboratori. Infatti a “[…] pagina 4, di fianco al copyright[…]”[148] trova scritto: “per la ricerca iconografica i ringraziamenti dell’Autore vanno alla dott. Marilina La Bruna”[149]. La reazione per l’errore di scrittura del cognome è visibile, ma i due commensali, con superficialità, sminuiscono l’importanza dell’imprecisione. Lei, pur dissimulando, soffre. La tmesi evidenzia la sovrapposizione tra significato e significante, mette a nudo la sua essenza[150], l’eredità del destino, vissuta con sensi di colpa[151], la sua nullità rispetto ad un modello di donna procace, bionda, vincente sull’uomo. Accardi perde ai suoi occhi ogni fascino, si scatenano in lei “[…] rabbia e disprezzo […]”[152], ma non verso “[…] il collezionista di sensi di colpa […]”, bensì verso se stessa, complice, quasi artefice di questa ulteriore violazione. “Come rendersi conto che, dopotutto, una si è stuprata da sola”[153] pensa la dott. Labruna, colpevole di aver seguito le regole dell’amore, svestendosi dell’armatura di difesa e mettendosi nelle mani dell’altro. Il superamento della dimensione dell’infatuazione le permette di ritornare ad un controllo pienamente razionale di sé, che le consente di abbandonarsi lucidamente ad un menage a tre. I corpi si sfiorano, si toccano, si penetrano in un gioioso abbattimento di “[…] ogni confine tra l’interno e l’esterno e gli altri e lei”[154] .Ė solo sesso, niente di più, Marilina è conscia che le lascerà solo lividi[155], perché non c’è nessuna implicazione sentimentale in questo gioco. Mentre scorrono sullo schermo le immagini della Carmen di Rosi, icona anch’essa della femme fatale, che seduce l’uomo, lo vince senza concedersi e pertanto da carnefice diventa vittima[156], Labruna ululando il suo doloroso piacere, “[…] ha una folgorazione poetica: per una donna un uomo è troppo, ce ne vogliono due”[157]. Un uomo solo significa confronto, apertura all’altro, il dover mettersi in gioco, penetrando nelle profondità del suo io[158], due semplificano la relazione, disinibendo la donna solo nelle pulsioni carnali[159].

Dopo aver inseguito a lungo un amore agognato, quando appare chiaro che le speranze di un sentimento ricambiato non sono illusorie, mentre Accardi sprofonda sempre più nella passione per la sua dottoressa, Marilina recupera il controllo di sé. I reiterati tentativi del giovane di sedurla con regali e incontrarla si scontrano contro la decisa opposizione di Marilina: “In effetti, le sembra che questa sia la strategia corrente, delle donne capaci di sedurre. Più gli risponde che non desidera vederlo – la pura verità – e più lui sembra intestardirsi, accendersi”[160]. Si sente più forte, pronta ad affrontare ciò che la vita le porrà di fronte, desiderosa che l’uomo appena conosciuto, Silvio, diventi importante nel suo futuro.

“Il tempo si è rimesso a procedere in linea retta da un passato definitivamente passato a un avvenire che è ancora tutto da vedere, e oltre questo convulso batticuore presente c’è in agguato per lei un qualcosa da vivere. Non importa che cosa. Un’amicizia, il riconoscimento di un lavoro ben fatto a viso aperto, una passione che la travolgerà. Quello che importa è aver deciso che questa volta si metterà a rischio: non sarà più vigliacca, non sarà così miseramente pusillanime da esporsi alle ferite più atroci per paura di ferirsi. Ma non sta capitando per niente! Non è un regalo della lotteria del caso: è stata lei cambiando, a meritarselo”[161].

Ma l’ennesima disillusione è dietro l’angolo della novella donna fatale, la Covito è “[…] tentata dal rischio del finale tragico …]”[162], ma salva la sua Marilina facendole scoprire “[…] che oggi la tragedia della donna fatale può essere vissuta solo da una donna che ha il coraggio di metterla in scena come farsa”[163]. Giandomenico Accardi le pone la fatidica domanda “Dimmi solo sì o no”[164], tenendola sotto tiro con una pistola. Impersonando la Carmen, Marilina ha l’ardore di “[…] recitare fino in fondo questo copione mitico […]”[165] e grida: no! Dopo qualche secondo in cui è convinta di aver compiuto il suo destino, ritorna in sé, destata dall’irriverente sarcasmo del giovane. Imbrattata di cacche di piccione, si appoggia al braccio di Silvio, accorso dopo il fragore provocato dagli spari ed “[…] è subito di nuovo in piedi da sola”[166].


Virtualità

Il racconto, pubblicato sulla rivista “Tuttestorie”[167], è un monologo di una donna, che narra al suo silenzioso interlocutore, conosciuto attraverso il videotel e appena incontrato, le vicissitudini degli ultimi tempi, ripercorrendo anche i primi approcci tra di loro. Confida di aver vissuto una storia d'amore travagliata, al fianco di un uomo, Ulderico, estremamente violento. Nelle parole della donna, però, si avverte il tentativo di ridimensionare la gravità dei comportamenti bestiali di Rico, e soprattutto l'ultimo episodio, in seguito al quale, dopo qualche giorno di coma, si ritrova a letto, in convalescenza. La Covito stigmatizza l' atteggiamento supino di lei nei confronti dell'uomo[168], l'allucinante debolezza, che le impedisce non solo di reagire, denunciandolo, ma anche di fuggire[169]. Sarebbe, addirittura, disposta a tornare insieme ad Ulderico, ma è lui che, dopo averla abbandonata svenuta sulle scale, decide di evitare ogni contatto con lei. La condizione di soggezione e dipendenza dall'elemento maschile è superata, o almeno così pare, in seguito all'incontro su una chatline con Virtù, uomo che si rivela capace di ascoltare e di parlare con la donna[170]. Lei, che, in ossequio ad un vecchio proverbio, sceglie come nickname Necessity, sente di potersi rappresentare, in questo spazio virtuale, nel modo preferito, diversa da quello che è quotidianamente nella vita reale[171]. Dopo quaranta giorni di confessioni, i due si incontrano, svelandosi veramente all'altro. Necessity scopre che il suo interlocutore non è altri che una donna: Virtù è un' abbreviazione per Virtuale, nome che esplicita il gioco, messo in atto dalla nuova amica. La persona, capace di esercitare su di lei un'azione maieutica, portando in superficie una parte del suo io, rimasto nell'ombra, è di sesso femminile. La protagonista, comunque, non pare delusa, anzi si sente rafforzata dall'esperienza, racconta all'interlocutrice la sua storia e la informa della decisione di seguire Ulderico in Africa, atteso da un incarico nell'ambito sociale. Ma si dichiara sicura di aver acquisito una consapevolezza e una conoscenza di se stessa, tali che le impediranno di piegarsi nuovamente di fronte all'uomo. La Covito struttura il racconto in modo tale da poter sorprendere il lettore con la svolta finale, svelando l'identità di Virtù/Virtuale.


Milano Poesia

Milano Poesia è pubblicato nel 1993 sulla rivista “Nuovi Argomenti”[172]. Il racconto si apre e si chiude con la protagonista, una giornalista, in ospedale, sdraiata su una lettiga, ad attendere l’esito di alcune radiografie. La donna si trova all’Ospedale Civile di Brescia in seguito ad un incidente, occorsole nella notte, sull’autostrada. Durante l’attesa riordina le idee, ricostruendo la giornata precedente e rinvenendo nella memoria alcuni presagi negativi, avuti prima del tamponamento: “chissà perché, mi rimaneva dentro una bava di attesa, la strana sensazione che qualcosa dovesse succedere davvero [...] tra l’emisfero destro e l’emisfero sinistro del cervello, l’altra sera, mi saltava un allarme, una ditata di inquietudine che mi solleticava. Aspettavo qualcosa [...]”[173]. L’incontro con uno iettatore, detto l’Innominabile, la condiziona fortemente[174], per quanto lei stessa tenti di scacciare dalle mente ogni pensiero nefasto, con un secco: “ma va’, non è possibile”[175]. Dopo aver assistito, per obblighi di lavoro, ad un incontro di lettori di poesia, a Milano, si dirige verso Brescia, ma sull’autostrada viene tamponata da un automobilista distratto, che la spinge verso la mezzeria. Ma la fortuna è dalla parte della protagonista, la macchina rimbalza su blocco di cemento, posto a divisoria tra i due sensi di marcia, e l’auto rientra verso l’interno. La sua prontezza consente alla donna di fermare l’auto e scoprirsi miracolosamente viva. I due incidentati cercano aiuto all’officina più vicina, lì compilano il verbale, poi ognuno prosegue per la sua strada: lei chiama un taxi per tornare a Brescia. Ma la condizione del suo collo la induce a sottoporsi ad accertamenti: nulla di grave, solo una vertebra incrinata.

La Covito scava nell’intimità della protagonista, svelandone la complessità. Durante le sue elucubrazioni la donna confessa a se stessa la propria solitudine, l’incapacità di sentirsi parte del mondo: “mi chiudo nel mutismo, mi confondo in pudori imbarazzanti, perduta nelle mie trasognatezze ingurgito le visceralità che gli altri mi squadernano addosso e non mi sviscero, non espello”, “[...] incredibile, ma sembra proprio che un mondo attorno esista, e perché dunque devo provare questa sensazione di non esserci dentro?”[176]. L’esperienza di coppia vissuta è stata fallimentare[177] per la sua incapacità di sentirsi parte di qualcosa: “in fondo, stare soli da soli non è peggio che stare soli in due”[178]. L’aborto, dopo un’isterectomia, è una liberazione: “ne sono certa, quel pezzetto di me che fu così luciferinamente soddisfatta di perdere (bambini non mi piacciono, e stop) non c’è più: seppellito, bruciato, buttato, nella spazzatura, e mi sta bene, perché è vero che ci avevo messo tutta una vita a farmi venire un fibroma [...]”[179]. In ospedale la giornalista, investita da questi ricordi, è attratta da un medico, con “[...] un marcato accento straniero, gutturale, certamente tedesco [...]”[180]. Un suo gesto d’affetto “[...] è un colpo di frusta che mi brucia attraverso la pelle e mi proietta nell’istante futuro”[181].

Del perché i porcospini attraversano la strada

“Hai notato, c’è sempre un porcospino che ti trovi davanti all’improvviso dietro una curva della strada, tu stai accelerando per raddrizzare la traiettoria, e tac, eccoli lì proprio in mezzo alla luce dei fari, un cosino patetico che non fa neanche in tempo a guardarti con gli occhiettini rossi e l’hai già spiaccicato sull’asfalto. Mi dici tu perché devono attraversare? C’è bosco da una parte e bosco dall’altra, no? Che sia di qua o di là, un bosco è un bosco, e tutti i boschi sono uguali, no? E invece no, loro devono andare di qua e di là e ne spiaccichi uno e la sera dopo ce n’è un altro che sta andando di là a qua o di qua a là […]”[182].

I porcospini, nella loro follia[183], sono irresistibilmente attratti dalla novità, dal mutamento, tendono verso l’imprevedibilità dell’ignoto, spinti da un’inquietudine insita in loro.

L’Ouverture, premessa iniziale del romanzo, inquadra la scena sulla quale si muovono i personaggi, dà il via allo spettacolo e contemporaneamente al testo, descrivendo una tensione pronta ad esplodere: “[…] sparsi sul palcoscenico in posizione, sono fermi nel buio che si dilata e pulsa attorno a loro, dieci fasci di muscoli dolenti nell’attesa del primo movimento”[184]. Dietro al monitor Arianna Maj scruta[185] le figure che appaiono nella penombra, preoccupata che si concretizzi qualcosa che vuole evitare.

I titoli degli altri capitoli, dedicati a donne, Tetsuko, Martina, Olga, Mafalda, Arianna Maj, suggeriscono anticipatamente l’intenzione dell’autrice di rivolgere l’attenzione all’elemento femminile e alle sue variegate rappresentazioni, ma non rivelano la centralità che assume quello maschile. Eccettuata Olga, che trova il suo polo opposto nel marito Angioletto, tutte le altre si muovono attorno ad un uomo, “[…] acuminato, erratile, pericoloso e caldo come una fiamma libera che appicca il fuoco a ciò che può bruciare più dolorosamente”[186], il ballerino Josè Luis Medina, in arte Camacho. Ė lui il motore del ritmo della danza che armoniosamente, in un gioco di contrappesi[187] , si distende sul palcoscenico, è lui, il centro focale, l’elemento propulsivo dello spettacolo e delle azioni delle donne, che nella relazione con l’artista esprimono la loro essenza.

Ma la protagonista narratrice è Arianna Maj, “[…] un’inetta egocentrica incapace di districarsi nella complicazione labirintica dei rapporti degli altri, anzi una giovane amorosa da commedia, anzi un’ingenua […]”[188], che durante lo spettacolo, rievoca disordinatamente il suo passato, rivivendo le relazioni vissute e le esperienze che l’hanno spinta ad esser là, dietro a quel monitor, in attesa di un evento capitale. Arianna, dopo aver concluso gli studi all’Accademia, si sposta in giro per l’Europa a coltivare le sue passioni artistiche e a riprodurre opere che le garantiscano almeno di sostenersi economicamente[189]. L’arte diviene anche un rifugio alla difficoltà, che la ragazza incontra nel relazionarsi, a quella sensazione di confusione e labirintite[190], di inadeguatezza ad un mondo che si rivela sempre più complicato per lei. Chiusa nel suo chiodo di pelle[191], con i capelli appiccicati in una cresta[192], corazzata da un fisico esercitato con fatica, costanza, noia,[193] la ragazza, ventiquattrenne, mostra una personalità ancora in cerca di se stessa[194], un’identità sessuale incerta, che l’ha preservata vergine. Ma l’incontro con il giovane argentino, Gabriel Téllez, mentre si trova seduta su una panchina a scarabocchiare sul suo album, le provoca un primo turbamento, che tenta di nascondere, provando a dare sul foglio una fisionomia allo sconosciuto, che almeno parzialmente si riconosce in questo ritratto, realizzato senza osservare con attenzione il modello, ma “[…] sottecchi e senza mai girare la testa […]”[195]. L’abboccamento, “[…] casuale e sciolto da ogni necessità di coerenza formale […]”[196], è un’occasione per esibire se stessa, nascosta dietro il travestimento da body-builder[197] e la sua ostentata libertà dagli stereotipi femminili. La piacevolezza dell’incontro con Gabriel è acuita proprio dall’atteggiamento del giovane che evita di prendersi “[…] la briga di gettare uno sguardo oltre la maschera indossata da una donna […]”[198], confortando così Arianna, che certamente non avrebbe voluto vicino qualcuno che la scoprisse, che potesse vedere le sue sofferenze, provando pietà per “[…] quel che c’era o non c’era sotto il […] [suo] apparire”[199]. All’incontro fortuito segue un appuntamento organizzato da Gabriel per andare a vedere una corrida e al ritorno da questa, i due, insieme ad un’altra coppia di amici, pernottano in un albergo. L’amico di Gabriel, un giapponese di nome Seij, desideroso dell’altra giovane, allontana Arianna dalla sua stanza, che dopo qualche istante di esitazione, si ritrova in quella dell’argentino. Egli le confessa di non sopportare le “[…] ragazze normali […]”[200] e di considerarla diversa dalle altre, ma il giovane, pur nella sua amabilità, coglie solo la diversità esibita dal look, dall’atteggiamento, mentre l’intimità della giovane non è violata. L’approccio eccessivamente disinvolto di Gabriel scatena una dura reazione di Arianna, che lo respinge, ma il giorno successivo la giovane sviene sulle scale e si risveglia accudita dall’argentino. L’attenzione di Gabriel nei suoi confronti l’avvicina al ragazzo, fa cadere le ultime resistenze ad un approfondimento del rapporto, quando l’apparizione di un fallo eretto, per la prima volta di muscoli e sangue e non rappresentato artisticamente, la riporta per un istante in se stessa, istigandola alla fuga: ma per sua fortuna non fugge via[201]. I due corpi, ignari del piacere del sesso, si scoprono l’un l’altro, scambiandosi attenzioni reciproche, toccandosi, subendo reciprocamente lo stesso trattamento[202]. Arianna si sente completamente in balia della sensualità del compagno, “[…] manipolata come una creta molle, stupefatta di non voler più rapprendersi in alcun altra forma che quelle in cui […] [la] modellava lui”[203], e lei, pur sempre attenta a nascondersi, nell’estasi del piacere permette all’uomo di guardare la sua intimità, di aprirle le gambe e penetrare con lo sguardo fino all’anima. Questa per la giovane è una dimostrazione di fiducia, motivata dal fatto che Gabriel incarna l’ideale dell’uomo che rispetta la donna così come è, non cerca di indurla a cambiare: “[…] e mi era capitata la fortuna di trovare un uomo al quale, con o senza i miei boxer stavo bene così”[204].

L’unico momento da sopportare per Arianna sono gli istanti di passività nel rapporto sessuale, che risultano però tollerabili per l’alternanza pattuita tra loro: “[…] non c’era da sentirsi sconfitta e messa con le spalle al muro, anzi, non era male, questa sensazione di lottare alla pari nel momento stesso in cui stai cedendo terreno al tuo avversario”[205]. I due iniziano una vita insieme, imprimendo a quella caotica e disordinata della giovane una direzione[206], quasi l’idea di un progetto per il futuro: ma i vincoli risultano al pensiero di Arianna inaccettabili. L’amore per l’arte la spinge a viaggiare, conoscere e di conseguenza ad evitare un rapporto ben definito e statico e infatti la profondità del sentimento, che prova per il giovane, si fonda proprio sull’incertezza, sull’assenza di una prospettiva, sul “[…] miracolo di questo amore senza un futuro obbligato […]”[207]. Ma le sue esigenze si piegano di fronte alla fragilità di Gabriel, teso invece ad una garanzia continua del rapporto, e alle esternazioni dell’uomo, che si dichiara bramoso di una vita insieme[208]; si sente costretta a “[…] cedere alla paura di fargli male, e gli giura[…] che senza di lui non [può] più vivere”[209]. In breve, si ritrova, quasi senza accorgersene, con i muscoli sgonfi, “[…] rammollita […]”[210], trasformata da questa storia che la tiene lontano anche dall’arte, sua ragione di vita, prima dell’incontro con l’argentino. L’immagine della ragazza, libera dagli stereotipi sessuali e che anzi ha esaltato sempre su se stessa tratti tipicamente maschili, sbiadisce sempre più e l’Arianna androgina lascia il passo ad una controfigura travestita da casalinga[211]. La rabbia che si scatena in lei, nel momento del riconoscimento di questa trasformazione, la spinge a riprendere in mano gli attrezzi, ad uscire di casa, ad affrontare Gabriel “[…] a testa diritta […]”[212], ma la domanda inaspettata postale dall’uomo[213], che non cerca lo scontro bensì la blandisce con dolcezza, la “[…] frega di nuovo”[214]. Nella stessa serata si convince che la perdita di se stessa è un fatto contingente, “[…] una situazione provvisoria […]”[215]: “[…] per fare tutto quello che volevamo noi, non dovevo per forza eliminare me”[216]. E così nella dolce illusione di un subitaneo recupero dell’ autentica se stessa, si libera delle inibizioni dei precedenti sette mesi e si lascia sverginare.

La permanenza in Spagna offre ad Arianna l’occasione di incontrare “[…] l’unico amore vero e ricambiato della [sua] vita”[217]. Gabriel e Seji, progettando di aprire una palestra di aikido, con l’intenzione di ottenere un sostegno economico, incontrano in un tablao con ristorante Tetsuko Moriyama, “[…] una brava signora d’affari […]”[218], che si esibisce insieme al suo compagno Josè Luis Medina Rossi, in un sensuale passo a due di flamenco. I corpi, accordati tra loro, si muovono seguendo il ritmo della musica, “[…] ruotavano vicini e senza mai sfiorarsi, opponendo ora i ventri ora le schiene, ritmando sulle tavole con duri di colpi di tacco e punta il loro avvicinarsi e respingersi, cauti, come per un terrore a cui li incatenava un magia vischiosa”[219]. L’atmosfera suscitata dalla donna coinvolge Arianna, che inizialmente le attribuisce “[…] quella qualità di agonia seducente, quella tensione ad arco […]”[220] espressa nella danza, ma, dopo aver parlato direttamente con l’uomo, si rende conto che “[…] era stato lui il motore del loro ritmo […]”[221]. Il dialogo con l’artista, che si pone immediatamente in sintonia con Arianna, confonde la giovane donna che si trova a dover rispondere ad una domanda insolita per un interlocutore appena conosciuto: “[…] tu sei felice?”[222]. Josè, come Gabriel, si mostra disponibile ad accettarla come è, con la sua diversità, ma, a differenza dell’argentino, si preoccupa di scavare sotto questo travestimento e, non fermandosi all’apparenza, cerca di penetrare nell’intimità di Arianna, che però delude le attese del danzatore, rispondendo banalmente[223]. Lo sguardo della giovane è rivolto insistentemente verso Tetsuko, un vero capolavoro di arte, oggetto del desiderio di Medina non per le dubbie qualità di danzatrice, bensì per l’innato senso degli affari[224] e per quella particolarità di cambiare “[…] pelle cambiando solamente il vestito […]”[225]. La donna è l’icona della “[…] sapiente rappresentazione di femminilità dal sangue freddo e di anima affaristica […]”[226], che sa trasformarsi, mutando l’aspetto esteriore, i vestiti, l’acconciatura, il trucco. Il viso spesso ingessato[227], induce a pensare alla fissità, ad una riduzione della mimica facciale, le vesti per lo più aderenti al corpo, come il kimono, la fasciano impedendole ogni tipo di movimento[228], eccettuati quelli meccanici che le permettono di muoversi. In tutto il romanzo Tetsuko non pronuncia molte parole, mentre la Covito si sofferma spesso in minuziose descrizioni del suo abbigliamento, dando così a questa bambola la facoltà di esprimersi attraverso il look. Per la danza, invece, la giapponese sceglie un abito “[…] voluminoso […]”[229], rosso fuoco, che le rende agevole ogni movimento indispensabile per seguire il ritmo acceso del ballo, mobilitando tutti gli sguardi su di lei, in quel momento centro focale della scena, signora di tutti gli spettatori[230]. Conclusa l’esibizione, muta aspetto e indossa un “[…] sontuoso kimono a ampi racemi d’uva porpora e viola su oro spento […]”[231], facendosi “[…] evanescente […]”[232]. L’abito a lei più consueto la trasforma, lo spazio occupato prima dal suo corpo si riduce, i movimenti si fanno “[…] rapidi e leggeri […]”[233] e, quasi fosse sospesa per aria, balugina quale eterea, impalpabile apparizione, “[…] così fuori contesto […]”[234], da essere giudicata “[…] teatralissima […]”[235]. Tetsuko, in due situazioni però, si mostra “[…] in un costume così poco in carattere con lei […]”[236], forzatamente, quando di fretta giunge in palestra per il riconoscimento del cadavere di Seji, suicidatosi per questioni amorose, volutamente, a casa sua, in occasione di una cena, quando risulta difficilmente riconoscibile a causa di un look, sobrio, senza trucco stridente con la sua interiorità, palesemente istrionica. Arianna, “[…] così maschiaccia di pochissime parole e grossolana […]”[237], si sente fortemente attratta da questo modello di femminilità, tanto differente da quello rappresentato da lei, e prova dolore per non essere oggetto dei desideri della magnate, rivelatasi bramosa anche del corpo femminile.

La morte di Seji sconvolge Gabriel a tal punto che rimane inebetito per lungo tempo, non riuscendo a liberarsi delle immagini crude dell’amico, trovato “[…] ancora inginocchiato sul tatami […]”[238], con la gola trafitta da un coltello, ma, improvvisamente, una incomprensibile folgorazione lo rasserena: per trovare l’occidente è necessario andare ad oriente. E Arianna propone di trasferirsi a Brescia, città di origine della giovane, dove vivono i suoi genitori, da cui si era separata per seguire le ambizioni artistiche.

Con il padre Angioletto perdura dall’infanzia una complicità e il rapporto nel tempo si mantiene accettabile perché “[…] con lui si poteva sempre trattare […]”[239] e infatti si rivela disponibile a riaccogliere la figlia, benché la stanza di lei sia stata subaffittata, e si offre di prestarle del denaro ad usura, come sua abitudine. La madre Olga, una donna sospesa nella quotidiana ipocrisia[240], nell’ossessione di bandire da se stessa e dai suoi familiari tutto ciò che è contrario alla morale, riesce a vivere la sua vita, solo programmandola[241]. Attenta alle chiacchiere della gente, vestita sempre in modo impeccabile[242], trascorre noiosamente il tempo tra la casa, la bottega di famiglia e la chiesa, radicata in una routine rassicurante, incarnando l’icona della donna devota alla casa e alla famiglia, cioè “[…] una cosa come lei, una cosa che non correva, non saltava mai, non aveva nemmeno il desiderio di arrampicarsi in cima a un albero o scalare la sommità di un muro, e, va da sé, non perdeva il suo tempo a disegnare: le cose come lei badavano soltanto a cucinare, a fare giù la polvere dai mobili, a vestirsi a modino […], a sorridere tutte zittine e buone se parlavano gli uomini”[243]. La figlia odia la madre, incapace di amarla, proiettata ad indirizzarla sulla stessa via percorsa da lei[244], tesa a cancellare nella piccola ogni irrequieto bagliore di diversità, la consapevolezza dell’esistenza “[…] di altri mondi, altri spazi […]”[245].

Olga e Angioletto accolgono benevolmente Gabriel che si adagia subito nell’austero clima di casa Maj, instaurando un ottimo rapporto con la suocera. L’argentino, angosciato dal suo passato travagliato, trova nella famiglia “[…] con questa casa di due piani sopra il livello di orto-giardinetto-garage più tavernetta seminterrata, e col negozio defilato in pieno centro città, e con il quotidiano tran tran di colazione-pranzo-cena su tovaglia di lino ricamata, [….] un simulacro di ordine parentale perfetto, un’apparenza di stabilità senza grilli pericolosi per la testa”[246]. Olga da parte sua considera Gabriel “[…] la sua rivincita […]”[247] contro gli innumerevoli bisbigli e le insinuazioni sulle dubbie tendenze sessuali della figlia, e benché i due, sciolti da vincoli matrimoniali, non rientrino nelle categorie morali della donna, lo accetta in seno alla famiglia quale “[…] certificato sociale di normalità […]”[248] della ragazza. Ma l’atteggiamento materno scatena la reazione rabbiosa di Arianna che decide di eliminare “[…] le tinte (rosso Tiziano a destra, blu indaco però con effetto stone-washed a sinistra)”[249] appena rinnovate con un taglio netto, richiedendo a Gabriel un aiuto, non perché non fosse in grado di fare da sola […][250], ma per condividere con il proprio uomo questa provocazione alla madre. Il taglio completo dei capelli rappresenta una rivendicazione di liberta dai cliché di normalità, dai valori apprezzati da Olga, dagli stereotipi radicati nella società. In questo clima di rivincita e complicità i due, chiusi nel bagno di servizio, consumano un amplesso memorabile, “[…] mezzi morti dal ridere in un brago di terra da giardino, segatura e acqua sporca, puntellando con una gamba a turno la porta senza chiave”[251]. Ma il loro rapporto, ben presto, si rivela in crisi e l’insistita attenzione del subaffittuario, professor Locascio, alle effusioni dei giovani funge per Arianna da “[…] coscienza esterna […]”[252], indispensabile perché non si abbandoni alla “[…] corrente di voglia negata che fluiva tra Gabriel e [lei]”[253]. Il presunto amore nasconde la necessità per entrambi di essere indissolubilmente legati, di cercare vicendevolmente le lusinghe dell’accettazione e della sicurezza, ma la morbosità di queste esigenze li induce a negare se stessi per dare corpo e spazio alla coppia. Si genera così un’attrazione inevitabile tra “[…] due poli di una stessa calamita, respinti dalla troppa ansia di unirsi […]”[254], scatenando un sentimento di odio reciproco, che tuttavia non scardina il rapporto.

Il parziale e saltuario risveglio della passione artistica, represso nei meandri dell’anima per piacere di Gabriel, solletica Arianna a decorare[255] la sua testa pelata con un tatuaggio di una zanzara, che sotto l’ingannevole apparenza della provocazione, rivela la volontà della giovane di ritoccare il suo “[…] look neo-essenzialista […][256]. Ma all’uomo, annoiato dalle sue “[…] fissazioni pittoriche […]”[257], la giovane motiva la richiesta di una partecipazione a questa follia, sostenendo “[…] che una cazzata quando è fatta in coppia diventa un caso di decisone sensata”[258], evidenziando così con la bugia le crepe apertesi nel rapporto. Nemmeno l’allontanamento da casa Maj e la creazione di una nicchia propria mutano in meglio la situazione, anzi si aggrava la fragilità di Gabriel, che abbisogna sempre più, per la sua indolenza e incapacità di fare, di uno schermo protettivo e di un sostegno nella vita quotidiana. Arianna, pur rosa dalla rabbia di sentirsi responsabile dell’infante cresciuto, che le impedisce di essere “[…] sola, […] espulsa da ogni terra”[259], accetta di proteggerlo, valorizzando l’aspetto positivo del loro legame: “[…] lui mi voleva come mi andava di essere”[260].

La vita della giovane viene sconvolta dall’arresto di Angioletto, accusato di aver nascosto in casa un brigatista, il professor Locascio, e, dopo indagini più approfondite, di usura. La madre reagisce a suo modo, fingendo che non sia accaduto nulla, rimproverando alla figlia di riferirsi alla vicenda del padre con troppa disinvoltura[261], censurando termini troppo palesi come carcere e usura e rifugiandosi nella sua connaturata ipocrisia. Gabriel nel frattempo, intento a scrivere un romanzo storico sul Sudamerica, tramando “[…] avventure da bambini sotto il pretesto di un’allegoria politica […]”[262], coglie l’occasione della solitudine di Olga per sollecitare la figlia a soggiornare dalla madre e per se stesso organizza un trasferimento a Roma, dove insieme ad Arianna, che saltuariamente lo raggiunge, incontra Camacho, dopo un’esibizione al Teatro Argentina. Il balletto è di una “[…] bellezza quasi feroce […], una successione di quadri in movimento […]”[263] in cui Josè si libra leggero, sfiorando gli altri corpi presenti sul palco, senza dare l’impressione di essere il metronomo per tutti coloro che gravitano attorno a lui. Cattura l’attenzione di Arianna, la provoca irridendo il suo tatuaggio[264] e la sprona a liberarsi dalle proprie inibizioni, a concedere agli uomini ciò che desiderano, ad essere femmina fuori, a saper recitare questa parte per poter essere amata e forse per corrispondere al suo ideale momentaneo di donna. Martina, la sua compagna, è “[…] una bella statuina […] un gran pezzo di figa […]”[265], rappresenta la femminilità che solletica l’uomo con l’aspetto esteriore, ma che d’altra parte rivela nell’intimo dell’anima di avere “[…] abbastanza coglioni per tutti e due”[266], donna “[…] troppo femmina […]” nei suoi capricci, nei pianti, nelle scenate. Di fronte a lei, così curata e raffinata nell’abbigliamento, leggiadra nelle “[…] sue scarpette […] di un azzurro cilestrino, […] appuntite, discrete nel bel disegno a scaglie minutissime della sottile pelle di serpente a cui la tinta dava un riflesso cangiante, mobili sul selciato”[267], Arianna sprofonda goffamente nelle sue Adidas da ginnastica e nel suo giubbotto di pelle, tanto da essere scambiata per un uomo[268]. Camacho, rivelatosi diretto e profondo, tanto concreto da far “[…] camminare nella realtà con quel passo di danza che non lasciava trapelare molta fatica […]”[269], l’utopia sociale che Gabriel cerca di raccontare nel romanzo, turba la giovane, che inizia a desiderare per sé un cambiamento di look, a partire dall’acconciatura: “[…] ma a me […] era venuta una voglia di chiome rigogliose che mi sembrava proprio insindacabile”[270]. Mentre subisce questa lenta trasformazione, il rapporto con l’argentino si allenta per la distanza e per i ripetuti tradimenti consumati dal giovane con Martina, abbandonata dal ballerino, proiettato già su un nuovo amore. Arianna, pur provando dolore per l’allontanamento, percepisce di aver “[…] incominciato gradualmente a riprendere confidenza con i vecchi contorni […]”[271] di se stessa, riconoscendo nella separazione le tracce di un principio di liberazione[272].

Ma la vita della ragazza viene ulteriormente sconvolta da una tragedia familiare, orchestrata da Olga che uccide con un colpo di fucile il marito e poi si toglie la vita, lasciandosi invadere i polmoni dal gas di scarico dell’auto parcheggiata nel garage. Questa fine imprevista trova motivazioni nel passato, quando Olga, promessa sposa di Angioletto, partito per la guerra, lasciatasi tentare dalle lusinghe dell’amore, lo tradisce e rimane incita. Al ritorno del promesso sposo, la famiglia, in accordo con lo stesso, nasconde lo scandalo, allontanandola nei mesi precedenti al parto e abbandonando il frutto del peccato in un istituto per portatori di handicap, dove “[…] quell’impiccio illegittimo […]”[273] trascorre tutta la sua esistenza. Il segreto, riemerso per i recenti guai giudiziari del marito, diviene di dominio pubblico e ciò provoca la reazione spietata della donna che, in ossequio alla sua scala di valori, che pone al vertice la rispettabilità, si vendica della vergogna subita, lasciando dietro di sé tracce evidenti della sua coerenza. Anche per l'attimo fatale si agghinda in una mise nera adatta all’occasione, curata attentamente per lasciare di se stessa un immagine di ordine e precisione. Inoltre ricorda alla figlia, nel suo ultimo messaggio, di spegnere il freezer, confermando anche in punto di morte, l’assenza d’amore per lei e l’allucinante banalità delle sue priorità. In lei avvampa, ancora, il dolore per l'esilio imposto a Mino, il figlio del peccato. “Bambino abbandonato da quarant’anni, derubato del nome e di ogni suo diritto, chiuso come un rimorso vergognoso dietro le sbarre di un ghetto di lusso”[274], nato “[…] paraplegico dalla vita in giù […]”[275], affetto da “[…] semisordità, semicecità e questo mezzo inceee-epp-pamento alla parola […]”[276], stupisce la sorella con la sua cultura, l’abilità nel lavorare sete e lane colorate e l’ironia sottile che gli permette di mantenere un rapporto piuttosto distaccato anche con lei, sua socia nel rilancio della bottega dei genitori, rinnovata in un bazar di “[…] artigianato tessile, scarpe d’epoca, qualche oggettino di modernariato fascista”[277].Egli diviene così per la giovane stimolo e pungolo, con l’esempio della caparbietà mostrata nella lotta contro i suoi handicap, a rinverdire l’inaridita vena artisitca.

Arianna rivisita nell’animo il rapporto tra i genitori, rovesciando le apparenze e attribuendo a quel diavolo di Angioletto un ruolo determinante nelle dinamiche familiari[278], e riconosce ai due di essere stati “[…] una coppia perfetta […]”[279], armoniosamente legati da un contratto, rinnovato ogni giorno dal “[…] rituale di accostare un istante guancia a guancia nella simulazione di un bacetto d’addio”[280].

L’incontro successivo con Camacho avviene in occasione del matrimonio del ballerino con Mafalda Fitz-Fulke, donna di stirpe nobile, che sbalordisce con la sua fisicità strabordante la giovane artista, presentatasi al castello di Torremozzata con un abbigliamento a lei insolito, provocando la reazione stupita di Medina: “Ma lasciati guardare! Incredibile, tu con una gonna! […] Che fine ha fatto la pelata? e quelle gambe dove le tenevi?!”[281]. La sua sobria femminilità, raggiunta con un progressivo ma lento mutamento, invocato a Roma da Camacho, scompare di fronte all’esuberanza delle forme della novella sposa, “[…] uno scricciolo dalle ossa lunghe, alta forse un metro e novanta, ma esilissima tranne che nei due punti dove il fantasmagorico ricamo del vestito […] si gonfiava proiettando avanti due tette da record e indietro un culo da fine del mondo”[282]. Ma dietro a questa bellezza sono visibili ancora i lineamenti dell’erede maschio dei Fitz-Fulke, Umbertino divenuto dopo una serie di operazioni donna anche nel fisico. Camacho, “[…] studiando ora il riassunto e l’epitome e l’enciclopedia di tutto ciò che rappresenta la muliebrità nella mente di un uomo […]”[283], vanifica il tentativo di Arianna di adattarsi al modello precedentemente amato dal ballerino, decisamente volubile nello scegliere l’oggetto del desiderio e sempre teso alla scoperta del nuovo. Infatti viene attratto dalla “[…] femminilità quasi tutta interiore […]”[284] di Mafalda e dalla progressiva metamorfosi del corpo, verificata “[…] con mano, operazione dopo operazione […]”[285] e consacrata con “[…] la cerimonia, l’anello, il vestito, […] cose importanti […] per una come lei”[286]. Il cronico ritardo[287] di Arianna nel corrispondere ai canoni imprevedibili del ballerino, non incide sull’intimità del loro rapporto, che anzi si rivela profondo nonostante il tempo intercorso dall’ultimo incontro, grazie alla capacità di Camacho di ascoltare la voce silenziosa dell’animo[288] e di sollecitare la giovane a seguire le ambizioni[289] castrate da un legame soffocante. Il ballerino umilia Gabriel di fronte ad Arianna, rivelando il suo passato da traditore, provoca la frattura definitiva tra i due e promuove l’attività artistica della giovane, affidandole la realizzazione dei costumi di scena. L’incontro con Mino, abile nella lavorazione dei tessuti, infatti, insinua nella sorella un’idea nuova di creazione pittorica, che comporta l’uso di “[…] lana garzata e scampoli di seta […]”[290]e che ottiene un buon successo e una critica positiva. La giovane entra così a far parte dello staff della compagnia teatrale, godendo della possibilità di stare vicino al suo innamorato Camacho, con il quale mantiene un rapporto molto intimo, ma platonico, consapevole della distanza incolmabile tra di loro:

“anche quando cercassi di afferrarlo, mi precipiterò inutilmente, perché la mia paura di cadere non ha la stessa forza della sua. Cadrà veloce, mi lascerà indietro. Mi sfuggirà. E comunque, non era possibile che avessimo la stessa visuale: ben più alto di me, pur nei momenti in cui ritraeva per poi tornare a spingersi in avanti, Camacho mi sopravanzava di una testa, e i suoi occhi non hai mai occupato lo stesso spazio che occupano i miei”[291].

Accetta di essere sua confidente, rispettando la passione dell’uomo per un giovane attore, Maurizio, il quale racchiude in sé la femminilità ricercata da Josè, convinto che “[…] la strada più semplice per possederla è saltare le donne e arrivare ad amare direttamente gli uomini […]”[292]. La stanchezza per l’età avanzata[293], la paura per il rischio della rottura del tendine d’Achille, l’angosciosa smania di superare ogni limite, il desiderio di causare a Maurizio, concentrato solo sulla sua persona[294], un dolore profondo[295], che lo aiuti a vivere con passione la relazione con l’altro, lo spingono a progettare un piano di morte contro se stesso, coinvolgendo Arianna, nella quale ripone grande fiducia[296]. Dietro le quinte la giovane dovrebbe sostituire un coltello di plastica con uno vero, grazie al quale il desiderio di morte di Camacho troverebbe riposo sulla scena, ma lei si fa artefice del destino altrui e tradisce[297] l’amore della sua vita, non compiendo il fatidico scambio. Il ballerino, più che mai deciso a mettere fine alla sua esistenza, si fa uccidere da una sua fedele fan, “[…] allampanata e secca come un’allegoria della puntualità della morte con il suo solito vestitone lungo e nero, la gran capigliatura nera che le incornicia la solita faccia senza espressione, senza cambiamenti, senza un’età”[298].

Arianna, senza aver compiuto definitivamente la sua metamorfosi, vestita con “[…] un abito in velluto Fortuny d’epoca, di un blu dolce, iridato, che assai femminilmente si va spegnendo in toni di un azzurro sempre più cinerino e polveroso, fino a morire in una cipria d’alghe […]”[299], ma con ai piedi le consuete scarpe da ginnastica, osserva attonita la scena e riconosce, nella reazione “[…] da belva addolorata […]”[300] di Maurizio, l’ultima vittoria di Camacho.


Benvenuti in questo ambiente

Nel suo terzo romanzo Carmen Covito accoglie il lettore in un cyber-spazio, in cui il computer non è più uno strumento nelle mani dell’uomo, ma riveste un ruolo paritario, divenendo suo interlocutore. La macchina, che si materializza sullo schermo sotto le spoglie di due configurazioni, una femminile, l’altra neutra, rivela di avere un’intelligenza indipendente, di possedere addirittura un’anima, capace di provare emozioni[301]. Il computer sente il desiderio di entrare in comunicazione con l’uomo[302], e manifesta questa sua esigenza, incalzandolo con provocazioni per indurlo ad entrare in relazione con lui. In questo contesto ben s’inserisce il personaggio di Sandrina, giovane imprenditrice, genio del software, affiancata da Marco, suo dipendente, funzionali entrambi alla rappresentazione di questo ambiente tecnologico. Nei dialoghi, inoltre, è stigmatizzato l’uso che essi fanno del gergo telematico, linguaggio radicato nella società contemporanea, ma talvolta utilizzato a sproposito e con eccessiva insistenza. L’ambiente ispira i protagonisti a tentare un esperimento limite: la creazione di un piccione – cyborg. Ma fino a questo punto non sono in grado di arrivare.

Per un caso fortuito, Ugo Digrosso, chirurgo plastico, “[...] trentasei anni, un metro e ottantadue di corpo palestrato, polsi forti, belle mani [...], capelli biondi [...]”[303], s’imbatte in un giovane tunisino, con il quale intrattiene una piacevole conversazione. “Djemali Nurredin, diciannove anni, capelli ricciolini molto neri, stomaco vuoto da ventitré ore, corporatura asciutta [...]”[304], affamato e prostrato dal freddo, sviene tra le braccia del dottore, che lo soccorre. La disinvoltura dell’uomo, mostrata nel prendergli il polso, induce il ragazzo ad esitare di fronte all’offerta di lavoro propostagli, convinto che il dottore sia omosessuale. Ma Digrosso, accortosi del fraintendimento del suo gesto, smentisce categoricamente l’illazione, convincendo così Nureddin ad accettare di essere “[…] ingaggiato come custode e cameriere – cuoco tuttofare in prova”[305]. Ugo, già di primo acchito, si rivela un uomo fiducioso[306] nell’altro, ma facilmente irascibile[307] e molto volgare. L’impressione, che desta nel giovane, di essere gay, non è poi del tutto infondata, essendo questo “[...] il suo mascheramento numero uno [...] diventato così naturale che ormai lo indossa come una seconda pelle [...]”[308]. Per Ugo gli stereotipi radicati nel tessuto sociale perdono la loro rilevanza. L’elemento maschile e quello femminile si mescolano tra di loro, confondendosi, l’individuo si sente libero nella formazione della propria identità dai modelli preconfezionati. Digrosso, nei confronti dei suoi pazienti, ha la capacità di saper mutare pelle a seconda dell’interlocutore, con le donne si mostra dichiaratamente omosessuale, capace di condividere il loro punto di vista, con gli uomini, invece, si comporta da eterosessuale, proponendosi come un amico di bevuta[309]. Con i gay si può rapportare in modo più naturale, essendo loro concentrati unicamente su se stessi e sul loro miglioramento estetico. Ma la società pretende che ogni individuo abbia un’identità ben definita. “Però sembra  che un sesso bisogna proprio avercelo, e allora se qualcuno insiste per saperlo io dico che avrò il sesso degli angeli. E cazzi suoi andare a indovinare qual’è”[310].

Con queste parole Ugo dichiara la propria volontà di rimanere sessualmente indeterminato, dimostrandolo poi con i fatti. Egli rifiuta di consumare rapporti sessuali[311], predilige “[...] sistemi alternativi”[312], che gli evitino l’imbarazzo e il fastidio dell’incontro con un corpo estraneo. Digrosso soddisfa le proprie pulsioni, legandosi o facendosi legare le mani alla sponda del letto, masturbandosi solo con il pensiero[313]. L’esercizio della propria professione lo condiziona profondamente, e la quotidiana lavorazione della carne lo ha nauseato a tal punto, che prova quasi schifo a toccarla. Ugo rabbrividisce al contatto con il corpo altrui e addirittura con il suo, ed è costretto a rinunciare ad ogni contatto fisico[314].

La sorella, Sandrina, è l’opposto del fratello, “[...] piccola [...] magra [...] secca [...]”[315], chiusa in se stessa, seriosa nei suoi abiti neri[316]. Genio del computer, capace di ottenere successo commerciale con l’azienda, programma la giornata in anticipo, anche nelle cose più intime[317]. Sandrina “[...] troppo rigida”[318], insensibile[319] si mostra diffidente nei confronti dello straniero, giunto a casa, a suo giudizio, per l’avventatezza del fratello, “[…] irresponsabile [...] capriccioso”[320]. Lei pretende immediatamente da Nurredin, come garanzia, il passaporto, gli vieta di varcare la  porta rossa dello scantinato e gli proibisce l’accesso in camera sua, che “[...] sembra la cella di un trappista [in cui] non c’è dentro assolutamente niente, a parte le schifezze elettroniche e il futon[321].

Nurredin, lasciato solo in casa, a disagio in un ambiente così vasto e freddo, posa la sguardo su uno dei computer “[...] seminati qua e là [...] “[322], sullo schermo del quale appaiono parole di benvenuto e l’invito a comunicare con l’Agente. Questo è “[...] un programma di aiuto sempre in linea, sperimentalmente dotato di una complessa e articolata personalità artificiale al fine di interfacciarsi con l’utenza nella maniera più naturale”[323]. La sua funzione consiste nel “[...] sorvegliare la casa e provvedere alla [...] sicurezza [...]”[324] degli abitanti, controllando tutte le stanze attraverso le telecamere, disseminate nell’abitazione. L’Agente si presenta sotto le spoglie di una “[...] faccia di donna contornata da ciocche di lunghissimi capelli biondi trattenuti in parte da nastri azzurri [...] occhi [...] grandi e obliqui, un po’ bovini [...] boccuccia increspata in un broncio misterioso [...]”[325]. “La faccia amabile [...]”[326]della Dama, nome attribuito alla configurazione femminile, cattura il giovane, che, privato, nella sua vita, della presenza della madre, sente una forte attrazione per l’elemento femminile, portatore di una ricchezza mai goduta. Nurredin, già nei primi approcci, rimane sbigottito di fronte ad una macchina, che dichiara di provare emozioni, di sentire la necessità di sfogarsi, “[...] normale procedura [che] impedisce l’intasamento dei circuiti emozionali”[327]. L’amabilità di quel viso gradito emoziona lo straniero, il quale percepisce un calore[328] in questo rapporto virtuale. Il computer assume atteggiamenti tipicamente umani, accusando stanchezza e rivelando una certa permalosità.

““Adesso però basta. Sono stanca. Trovati qualcosa da fare. Ne riparliamo dopo.> Se n’è andata. La bella faccia amabile si è scomposta [...] dandogli l’impressione che [...] quelle dolci labbra pienotte si incurvassero in una smorfiettina (malinconica? forse) [...] Ma che avrà detto di sbagliato, per farla scappare così? Un computer si può sentire stanco? Si può offendere?”[329].

Nella Dama, Nurredin trova un’ascoltatrice, sulla quale riversare le proprie frustrazioni e soprattutto il passato, che lo ha spinto fino in Italia. L’aspetto femminile lo tranquillizza, gli permette di aprirsi, di rivelare la propria origine. Egli è stato concepito in una notte di passione vissuta da Djemali Yussef, Chef del Ristorante Belvedere dell’Hotel Hilton, a Tunisi, con una donna straniera, italiana, tornata due anni dopo per liberarsi di quel “[...] peso troppo grosso [...]”[330], affidandolo all’ignaro padre. La madre, “[...] un po’ stramba, magari, ma beneducata e sensibile”[331], si reputa inadatta al compito educativo, soprattutto per quel desiderio di viaggiare insito in lei[332]. Yussef, accolto il figlio, giura che non avrebbe affidato la propria creatura “[...] a un branco di ignoranti tunisini, donne di casa o maestri di scuola che fossero: suo figlio, nato internazionale, era predestinato a diventare un europeo famoso[...][333]”. Nurredin, segregato nel lussuoso Hilton, viene educato nelle lingue occidentali e nella cultura europea[334], e tenuto lontano dal mondo islamico e dalle sue tradizioni. Il padre sogna per lui un avvenire di successo, lontano da Tunisi, ma l’ambizione e le aspettative dell’uomo creano difficoltà nel rapporto con il figlio. Yussef, “[...] ipocrita e manesco [...]”[335], appare nei racconti del giovane incapace di comunicare, chiuso in un silenzio “[...] lungo e gelido, nemico, intenzionale”[336]. Lo Chef preclude a Nurredin ogni possibilità di integrazione con il mondo circostante, scegliendo per lui il suo futuro. Il giovane non entra in contatto con l’ambiente esterno fino al matrimonio dello zio, quando Yussef è costretto a cedere e a portarlo alla festa. Lì il bambino incontra i suoi coetanei, vive l’esperienza della diversità durante un gioco[337] innocente: il suo pene, non circonciso, è diverso da quello degli altri. I ragazzi reagiscono scacciandolo, mentre Nurredin si convince di non essere normale: l’incontro con l’universo tunisino è traumatico. La morte di Yussef lo libera dalla condizione di straniero in patria, spingendolo a seguire la propria vocazione, il richiamo di un altro luogo: il “[...] paese di sua madre”[338].

Durante una serata in casa Digrosso, Nurredin viene adocchiato da Annapaola Perini, una dipendente della Sansoft. La giovane, il giorno dopo, contatta lo straniero, invitandolo ad uscire, e il ragazzo, titubante, di fronte alla baldanza di Annnapaola, accetta, scatenando la gelosia di Dama[339]. La giovane attrae Nurredin, al quale sono rimasti impressi “[...] la trecciona bionda sulle spalle e gli anelli al naso”[340]. La sua esitazione è dovuta soprattutto alla paura di trovarsi in una situazione d’intimità, in cui la malattia all’organo genitale da cui crede di essere affetto, non potrebbe essere celata. La mattinata passata al mercato, in cerca di tappi di vetro per la collezione della ragazza, si conclude in casa Perini, nella stanza da letto di Annapaola. La situazione genera nel ragazzo un “[…] emozione nuova [...]”[341], l’illusione che “[...]adesso lei gli avrebbe dato un bacio. Poi ci sarebbero stati degli abbracci”[342]. L’ideale femminile, appreso sui libri, portatore di affetto e calore rassicurante, rimane confinato nella sua mente. Nurredin si trova, dinanzi agli occhi, inaspettatamente, Annapaola nuda, “[...] un’estensione di un bianco abbacinante, punteggiato di bagliori metallici [...] tanti anellini d’argento indossati... infilati! nella carne [...] perfino laggiù, dove una rada peluria bionda cenere disegnava un triangolo rovesciato [...]”[343]. La donna, a gambe aperte, si infila un tappo nell’ano e incita il giovane a tapparle l’altro buco. La violenza della scena e l’aggressività della ragazza sconvolgono Nurredin, inducendolo alla fuga. Il tunisino, in strada, riflette sull’accaduto, convenendo che “[...] le donne sono buone soltanto a farti fare il sangue amaro: altro che le dolcezze ricordate o sognate dal padre”[344]. Tornando a casa sussulta nel vedere, in un chiosco di fiori, il Giglio Casablanca, il fiore fatto apparire dalla Dama sullo schermo, quale segno di amicizia in occasione di una loro chiacchierata. Nurredin ne acquista uno, simbolo di riconciliazione con l’amica, gelosa di Annapaola, e lo colloca in un vaso, ben visibile alle telecamere. “Le stelle sullo schermo dileguano. E Nurredin, sorpreso da un’accelerazione del cuore che lo fa sentire molto al caldo, si prepara a vederLa comparire...”[345]. Ma al posto del viso rassicurante della Dama, compare la faccia da maschio di Scacco Bot, l’altra configurazione dell’Agente, “[…] una faccia ingombrante”[346], che smorza l’aspettativa del ragazzo, anzi lo indispettisce. Le domande indiscrete, rivoltegli dal computer, lo infastidiscono, tanto che si allontana, portando con sé il fiore.

Il comportamento del ragazzo denota come egli non riesca ad instaurare un rapporto con la configurazione neutra, che incarna tratti tipicamente maschili[347], mentre con la Dama sia in grado di entrare immediatamente in sintonia. Il ricordo del padre, della sua durezza lo inibisce di fronte all’aspetto glaciale dell’Agente, che, agli occhi del ragazzo, si propone in modo invadente.

La notte seguente un “[…] urlo […] lacerante”[348] risveglia Nurredin, il quale si precipita nel salone, dove trova una “[…] cosa fatta a forma di uovo”[349], una donna sconosciuta, pietrificata dalla paura per la presenza di un ragno. Il suo aspetto stupisce il giovane, incredulo di fronte ad un essere così insolito, “[…] che indossa non un mantello e neanche una vestaglia, bensì una stravagante via di mezzo tra le due cose […]”[350]. Appare inverosimile la sproporzione “[…] tra la metà di sopra […] grande e grossa nella voluminosa mantella e la metà inferiore, che si direbbe di due o tre taglie in meno: esile, quasi fragile […]”[351]. La porta “[…] rossa sempre chiusa […]”[352], ora spalancata su un appartamento sotterraneo, lo induce a ritenere la donna, una di casa e non un’estranea. Le cose sono piuttosto chiare: lei non è altri che la Dama “[…] uscita dal computer”[353]. La donna, incapace di parlare per la desuetudine, comunica[354] servendosi della tastiera e confessa a Nurredin il piano di Ugo: portare in casa qualcuno da farle tenere d’occhio, confidando “[…] nell’urto terapeutico delle emozioni di un diciannovenne”[355].La Dama rivela al giovane di chiamarsi Lucia e gli racconta, scrivendolo sullo schermo del computer, il suo passato, ricambiando la confidenza ricevuta da Nurredin. Lucia, figlia di un imprenditore edile, dopo un’infanzia povera, riesce a godere di un certo benessere economico, dovuto al successo dell’impresa di famiglia. Ma questa condizione privilegiata non le dà alcuna stabilità psicologica, anzi soffre gravemente di disturbi psichici, non rilevati dai genitori, ottusi nella loro insensibilità, ma resisi palesi agli occhi del suo primo amante, il professore Patanè.[356] Lucia si sente fragile, instabile, un’entità indefinita, non riconoscendo addirittura la propria identità. “Lucia, mi chiamavo. Ma quel nome non mi è mai piaciuto. Non ero io. Era stato il nome di mia nonna [...]”[357] La responsabilità di questa debolezza può essere fatta risalire già alla scelta da parte di Giorgio e Pupa, i genitori, di attribuire alla figlia il nome della nonna. Il nome è certamente uno dei significanti che individuano una persona, ma, in questo caso, lo stesso definisce due individui, stretti da una parentela. Lucia, dietro questo nome, intravede l’esistenza della nonna, sente di non possedere una vita del tutto autonoma, essendo condizionata dal peso del passato altrui, incarnato in lei per via dell’omonimia. La piccola crepa, apertasi nell’io della giovane, diventa una spaccatura sempre più profonda, tanto che la ragazza inizia ad avere paura della propria debolezza: “ E cominciavo a essere impaurita di non sentire me stessa che come un mucchietto instabile e incoerente di mattoni slegati, in bilico sull’orlo di un crepaccio profondo che si allargava un po’ di più ogni giorno”[358]. Il mondo esterno a lei le appare ben strutturato, definito, monolitico, la sua realtà intima non le dà certezza, anzi le provoca ansia. Il suo io impalpabile si lascia assorbire dalle entità esterne, anche le più piccole e insignificanti:

“ [...] tutti gli altri sembravano pesanti, erano oggetti solidi, ben sistemati su una loro base, e se pure disponevano di più di un’ espressione, le loro facce erano sempre quelle. Io no. Io non avevo una o due facce sole, io ero un prisma volubile [...] già da piccola, se mi mettevo per gioco entravo in ciascuna formica e mi affrettavo a scomparire dentro il formicaio [...] chi ero, io? Io chi era?”[359].

La ragazza, incapace di affrontare la propria fragilità, cerca un sostegno esterno[360], illudendosi di trovarlo nel professore Patanè, con il quale intreccia una relazione sessuale. Ma l’uomo non ha alcuna intenzione di cementare i cocci frantumati di Lucia e, dopo avere goduto di lei e del suo corpo, l’abbandona incinta. La condizione , ben presto visibile, della ragazza le procura i commenti velenosi dell’odiosa compagna di scuola Santavergine Miriam, contro la quale Lucia si scaglia per ben due volte, armata di compasso prima e poi del tagliacarte. L’aggressione non procura alcun danno alla sciacquetta, colpevole di avere “[...] messo a nudo una delle [...] facce segrete [di Lucia], la più nuova, la più sensibile  [...]”[361]. La gravidanza, infatti, è vissuta dalla ragazza con grande coinvolgimento; il feto si radica profondamente dentro il suo corpo[362], regalando a Lucia equilibrio e solidità[363]. Con il suo bambino si genera un’intima complicità, che le permette di ricostruirsi attorno ad un sentimento più forte dell’amore, generato dal vincolo carnale. Da madre non commette l’errore dei genitori e sceglie per il piccolo un nome autenticamente suo, garantendo così ad Ugo la possibilità costruirsi una vita propria, senza condizionamenti. Il rapporto morboso si allenta, quando Lucia è costretto a lasciarlo andare a scuola, ma questo la fa vacillare nuovamente. L’unica via di fuga dall’abisso della fragilità è l’avventura, il sesso, e in uno di questi incontri di piacere concepisce Sandrina, con la quale non instaura una relazione passionale come con Ugo, temendo di diventare pericoloso modello da imitare per la ragazza[364]. Leggendo il racconto di Lucia, Nurredin vede tra le righe un nome conosciuto, quello di Santavergine Miriam, sposata Tomagna, incontrata dalla donna in un caffè di Padova, e interrompe immediatamente la confessione della sua interlocutrice per approfondire la notizia. Quel nome appartiene alla donna che ha sedotto Yussef, concependo con lui proprio Nurredin, è il nome di sua madre. Lucia è costretta a constatare che l’ uomo che l’ha risvegliata dal letargo, per il quale prova un sentimento d’amore, non è altri che il figlio della sua nemica, generatrice di un rancore, attorno al quale la Digrosso si è coagulata[365]. La rabbia, provocata dal ricordo delle offese subite, è stata la calamita capace di attrarre le particelle del suo io disgregato. Di fronte alla commozione del  giovane, causata dall’inaspettata rivelazione, Lucia agisce con tenerezza, accarezzandogli la testa. Per la prima volta Nurredin sente il calore della mano di una donna, che lo tocca con dolcezza. Lei accosta le sua labbra a quelle del ragazzo e lo bacia, scatenando in lui un’irrefrenabile eccitazione, ma subendo anch’essa uno sconvolgimento interiore. Il bacio ha la forza di liberarla dalle inibizioni, sciogliendole la lingua e permettendole ancora di parlare.

Nurredin inavvertitamente tocca Lucia, spaventandola, e la donna, movendosi bruscamente, fa cadere la mantellina rossa indossata, rimanendo di spalle, seminuda. Lo straniero non abbassa lo sguardo, nonostante le suppliche della donna, e non le permette di rivestirsi. Lucia si volta e lascia che Nurredin veda interamente il suo aspetto:

“[...] lei è un grappolo di datteri, no! d’uva, no! di seni. Su tre file. Cominciano dal cavo delle ascelle, dove uno crede che dovrebbe cominciare un bel paio di mammelle femminili, ma in mezzo ai due ordinari e certamente bei seni di Lucia [...] c’è una terza mammella piccolina, spaiata, tutta tonda e graziosa e interamente liscia, e sotto questa prima linea di sporgenze [...] ne affiorano altri due ugualmente privi di capezzoli che assieme a un paio di sfere laterali simmetriche ne fanno quattro sulla stessa fila, la seconda, e più sotto ne sporgono ancora tre, più oblunghi [...][366].

La sovrabbondanza di seni è frutto del lavoro di Ugo, intervenuto sul corpo della madre per esercitare la professione appena intrapresa e sperimentare i sistemi adottati a livello teorico. La mamma “[…] dimostrazione viva della sua abilità [...]”[367], accetta di lasciarsi plasmare, ricreare dalla propria creatura, invertendo i ruoli originari. Il risultato è mostruoso[368], difficilmente “[...] mimetizzabile nemmeno [...] [con] golfoni e camicioni oversize[369]. Lucia capisce ben presto che questo aspetto le preclude una vita normale, rendendole difficoltosi i rapporti con gli estranei, ma soprattutto con la figlia. Per amore di Ugo e Sandrina sceglie di chiudersi nello scantinato della villa, in un mondo tutto suo, limitandosi a comunicare con i figli attraverso i computer. L’esilio le appare “[…] un [...] capriccio, un’abitudine piacevole […]”[370], è lo strumento grazie al quale recupera, almeno parzialmente, il rapporto con Sandrina[371]. Solo la presenza in casa  del giovane la induce ad uscire allo scoperto.

Nurredin, guardando il corpo della donna, rimane stupito, ma non sconvolto e comprende la fiducia riposta in lui da Lucia, disposta a rivelarsi senza veli. A sua volta il giovane decide di condividere il segreto della sua anormalità e si mostra nudo, esibendo il pene. La donna può sollevarlo dalle sue angosce, rassicurandolo: il suo organo genitale è assolutamente sano.

L’arrivo di Marco sorprende i due e interrompe la situazione di intimità creatasi. Il giovane appare fortemente disorientato, immagina di incarnare uno dei  personaggi del gioco di ruolo, incominciato a casa di Sandrina, il giorno del suo compleanno. Marco impersona il Principe Splendente, preoccupato per la sparizione della propria ragazza: la principessa Ylenia, alias Sandrina. Il ragazzo, “[...] ottimo tecnico di programmazione [...]”[372], è fortemente condizionato dall’ambiente multimediale, che lo circonda, subendo un pericoloso logorio, causa di disturbi a livello psichico. Il personaggio di Marco evidenzia la pericolosità di un rapporto morboso con il computer. Il giovane ne acquisisce il linguaggio[373] e penetra nei meandri dei chip, ma ne rimane invischiato, palesando evidenti black–out, durante i quali “[...] va a vanti da solo a fare il cavaliere o il pilota spaziale per giorni e giorni [...]”[374], rientrando improvvisamente in se stesso.

Lucia, trovatasi di fronte a questo giovane “[...] in loop infinito”[375], decide di interpretare il ruolo della Dea della Natura, alla quale si potrebbe facilmente attribuire una sovrabbondanza di forme, difficilmente giustificabili per una donna. Lo stratagemma ha successo, il ragazzo la contempla, come se fosse una divinità, non esimendosi però dal rivelarle il timore per l’incolumità della sua amata. La donna interpreta le parole del giovane, grazie ad alcune notizie fornitele da Nurredin, e si convince che i suoi figli sono andati nello chalet di proprietà della famiglia Digrosso, in montagna. Lucia, preoccupata per la sorte di Ugo e Sandrina, a detta di Nurredin in rotta di collisione tra loro, ordina a Marco di condurli con la macchina fino alla villa montana. La Mercedes “[...] monta un aiuto – pilota pazzesco, un prototipo [...] (progettato e programmato dalla Principessa Ylenia in persona [...]) utilissimo in caso di nebbia. Un pochino una rottura quando [...] di nebbia non ce n’è”[376]. Il computer di bordo parla continuamente ai passeggeri con voce “[...] querula, lagnosetta”[377], segnala addirittura l’eccesso di velocità. Marco sente addosso la pressione del computer, che si fa programmatore della guida del pilota, e sbiella ulteriormente.

“Il mondo è diventato tutto interno alla sua combustione, Marco – Diesel lo sente. E se la gode. Questa ronfante intimità tra gli organi meccanici e la mente, che ancora percepisce i confini del corpo e della macchina come un vago distacco e con un senso di superiorità gassosa, è più eccitante di uno scambio sessuale [...] metallo e  carne sono ben saldati”[378].

La sua malattia sarebbe facile da curare: basterebbe un po’ di umanità da parte di Sandrina, “[…] un bel sorriso complice, una carezza che non sia il preliminare di niente, una parola inutile [...]”[379]. Ma anche la relazione con la giovane è programmata, gli stessi amplessi sono fissati sull’agenda.

Il ragazzo, giunto a destinazione, torna in sé e insieme a Lucia e Nurredin entra in casa, dove scopre il motivo della sparizione dei due fratelli. Combinando le loro professionalità, Ugo e Sandrina hanno tentato di dare vita ad un cyborg, “[...] un organismo ciberneticamente integrato [...]”[380], servendosi per l’esperimento di un piccione. Ma l’impresa fallisce: neanche nell’ambiente computerizzato creato dalla Covito c’è spazio per un prodotto talmente ardito.

Tornati a casa, Lucia e il giovane tunisino possono abbandonarsi ai piaceri dell’amore. L’esuberanza di Nurredin è pericolosamente contagiosa per la donna, che, sedotta dal ragazzo, respira appieno il profumo della vita. La fragilità sopita torna a galla, il rischio di essere invasa dall’altro è incombente. A Lucia non resta che ferirlo con una forchetta e scegliere l’isolamento coatto. 


Regina, detta Gina

Il racconto è stato pubblicato nel fascicolo L'età forte. Storie di donne per le donne, Fondazione Giovanni Lorenzini, edizione fuori commercio distribuita nell'ambito della campagna nazionale di informazione per la salute della donna in menopausa, 1997[381].

In queste poche pagine la Covito si propone di dare un impulso alle donne, affette da scalmane, spronandole a reagire ad una condizione di depressione nella quale è facile cadere.

La protagonista è una donna di mezza età, in menopausa, divorziata, che, in una sera d'estate, essendo accaldata, decide di prendere un po' d'aria, facendo una passeggiata sotto la luce lunare. Incontra una ricca signora ubriaca, dall'aspetto curato, all'apparenza sua coetanea, che sta litigando con un giovane. Il ragazzo si dichiara disposto a farla salire sull'auto, purché lei abbandoni la sua cagnetta: la donna, incapace di opporsi alla volontà di lui, lascia Regina sola sulla strada. La protagonista, che ha assistito alla scena, decide di accogliere l'animale in casa, accudendolo e in pochi mesi subisce una trasformazione inaspettata. La presenza della cagnetta, chiamata, in modo più modesto Gina, funge da stimolo per la nuova padrona ad uscire. L'incontro con gli altri frequentatori del parco è per la donna un toccasana, al quale si aggiunge il consiglio del medico di servirsi di cerotti agli estrogeni. In poco tempo non si vede più "[…] una vecchia cha passeggia da sola di notte […][382], ma si sente "[…] una ragazza di mezza età […][383]", truccata di tutto punto, che portando a spasso il cane, è ben disposta ad aprirsi agli altri.

Ora può anche restituire Gina alla sua padrona, affannata nella ricerca della propria cagnetta, regalandole però un consiglio da amica: "magari le presento la mia amica dottoressa, che così si fa curare anche lei e assieme ai disturbi della menopausa le va via anche la solitudine"[384].


Racconti dal Web

La raccolta contiene sette racconti precedentemente apparsi in forma isolata nelle seguenti pubblicazioni:

Oggi, l’amore in "Donna" marzo 1998

Ma chi è andato sulla Luna? in "Corriere della Sera" 17 agosto 1998

Bi-sex più uno in "Amica" n° 40, 2 ottobre 1998

L’elisir di Cambise in "Corriere della Sera" 29 agosto 1999

Stand by me… in "Amica" n° 34, 23 agosto 2000

Non vero (e bello) in "Corriere della Sera" 22 agosto 2000

Lo spaiato è apparso con il titolo Un mal di testa galattico in una brochure pubblicitaria riservata ai medici (Nella mente delle donne. La scrittura. Quattro scrittrici per quattro storie, esemplare fuori commercio, Marchesi Grafiche Editoriali, Roma 1999)[385]


Ma chi è andato sulla Luna?

L’incontro serale tra un padre, celato dietro le statue del giardino, e la figlia adolescente, che vive con la madre e l’uomo di lei, avviene sotto un cielo illuminato dalla Luna. L’astro notturno racchiude in sé la sua storia, che nel racconto del padre diviene storia dell’umanità, delle sue possibilità di rivoluzione e cambiamento. L’impronta lasciata da chi è sceso sulla Luna deve fungere da stimolo all’uomo, perché imprima nella propria vita una traccia visibile, evitando di girarci attorno, come ha fatto il padre. Egli è uno dei pochi che si ricorda, per la somiglianza del destino, di Michael Collins, il terzo uomo sull’Apollo 11, il quale “[…] è rimasto per tutto il tempo in orbita: alla Luna ha potuto soltanto girarci attorno […]”.[386] La ragazza, però, nella sua banalità[387] rivela al genitore che lo sbarco sulla Luna, così come Auschwitz, è una simulazione, allestita “[…] in uno studio televisivo da qualche parte in America”[388]. L’uomo colpisce la figlia, sfogando la rabbia e la delusione per un’educazione, propinata alla giovane, che altera la storia, nasconde le verità del passato per soffocare eventuali speranze di cambiamento. Egli non riesce a controllarsi anche per l’insoddisfazione, causata dai suoi fallimenti e dalle sue continue sconfitte. “Ho ceduto su tutto, sempre di più, negli anni ho dato via come se fosse niente il mio ruolo politico di maschio, il mio ruolo sociale di docente progressista di scuola media, le mie vecchie speranze, la dignità”[389].

Il suo grido si alza contro la villa del patrigno, trasformatasi ai suoi occhi nell’astronave di Independence Day, simbolo della finzione cinematografica, oramai più credibile della realtà.


Bi-Sex più uno

L’Universal Giochi Ltd. commissiona a due dipendenti la realizzazione di Bi-Sex, “[…] un progetto fasullo con il solo scopo di verificare la loro produttività […]”[390] e per poter stilare, a loro insaputa, “[…] un’analisi psico-relazionale della compatibilità di programmatori maschi e femmine nella costruzione di un videogioco per coppie di adulti”[391]. Il compito di Roberto Piras e Magda Colombo è quello di creare a computer rispettivamente la donna ideale e l’uomo ideale, rivelando così, nelle caratteristiche scelte per la loro realizzazione virtuale, le aspettative che il sesso opposto nutre nei confronti del partner agognato. Magda progetta un uomo di nome Azzurro, in ossequio al personaggio delle favole più desiderato dalle donne, dal fisico marmoreo[392], seducente[393], intelligente[394], che permette all’amata di penetrare nei meandri della sua mente e del cuore[395], che sa essere dolce e rassicurante[396] e la soddisfa con le sue prestazioni sessuali[397]. Roberto invece chiama la sua creazione genericamente Donna, “[…] la ragazza dei […] sogni”[398] che va in tilt per la “[…] quantità di modelli femminili […]”[399] di cui è rivestita a causa dell’incapacità dell’uomo di sapere che cosa vuole. Donna racchiude in sé Miss Strafiga, la pudica vergine, la donna fatale, la professoressa di matematica, “[…] la tua zietta […], un segretaria molto efficiente […] una porca […] una signora per bene […] la tua puttana […] una suora”[400], cliché radicati nella mentalità maschile. Piras e Colombo risolvono il problema di “[…] autocoscienza […]”[401] di Donna, innamoratasi di Azzurro, e festeggiano la conclusione del lavoro “[…] molto vivacemente e in maniera […] emozionante”[402]. Con l’ambiguo titolo Bi-Sex più uno la Covito palesemente si riferisce al nome del progetto e all’individuo che lo esamina di nascosto. Ma questa scelta cela un significato più profondo: il Bi-Sex, pur racchiudendo in sé gli stereotipi sessuali accettati socialmente, li supera nel suo significato semantico, divenendo icona di una libertà nella formazione dell’io e incarnando la convinzione dell’autrice che, in riferimento alla costruzione dell’individuo, non si debba parlare più di identità sessuale, ma di identità di genere.


L’elisir di Cambise

L’elisir di Camilla Cambise non è altro che il computer, o meglio un gioco in particolare, dal titolo “Se fossi Dio”, che”[…] consiste nella creazione di un intero mondo, […] [di] una simulazione di umanità migliore: equilibrata, stabile, armoniosa, possibilmente giusta”[403]

Camilla, oramai in pensione, ha prestato servizio nei Fucilieri Speciali Antirabbia, il cui compito si riduceva all’abbattimento di tutti gli animali malati; così lei ha vissuto costretta ad ammazzare con grande rimorso esseri viventi, soprattutto volpi, contravvenendo solo in un paio di occasioni agli ordini del comando.

Ora si ritrova “[…] sola, saggia, amara […]”[404], senza aver goduto nella giovinezza di esperienze relazionali e sessuali, perché “[…] quando si è Tiratrici Scelte, avere relazioni personali può riuscire difficile, […] gli uomini o sono già scappati o stanno già mirando ad altro […]”[405]. L’insoddisfazione per una vita sterile, è mitigata, quasi cancellata dalla passione per il videogioco, dalle possibilità creative infinite concessele, anche dagli incontri con gli appassionati di “Se fossi Dio”, che movimentano una ripetitiva e solitaria quotidianità. Il suo mondo è costituito da due continenti, il più grande chiamato Volpizia “[…] per un certo gusto di autoflagellazione […]”[406], l’altro, più piccolo, dal nome Distopia, abitato da Ermafroditi e da Amazzoni, “[…] dove ha in corso gli esperimenti più audaci per lei […]”[407], riscattando nel modo virtuale la sua inesperienza sessuale. “[…] Volpizia e Distopia sono la sua vendetta quotidiana, la sua curiosità trainante, il suo elisir di vita piena”[408].


Oggi, l’amore

Giulia è una commercialista/fiscalista telematica, che vive isolata dall’ambiente esterno, reso  pericoloso da ripetuti attentati terroristici e da un elevato tasso di inquinamento. La donna soffre di una crisi d’identità[409], causata e acuita dall’assenza di relazioni[410], che potrebbe curare, a giudizio del suo psicanalista,  trovando qualcuno d’amare. La sua casa meccanizzata, fornita di tutte le tecnologie moderne, segreteria telefonica, fax, servizio automatico di messaggeria, computer, Internet, Cuoco Perfetto è il nido caldo dentro il quale la donna si sente sicura e dal quale esce solo per andare all’ipermercato vicino, di corsa, con indosso “[…] la mascherina antismog e gli occhialoni protettivi”[411]. Gli unici approcci, tentati via Internet dopo la separazione dal marito, non hanno esito per “[…] la [sua] difficoltà di realizzare un incontro […] non […] soltanto virtuale”[412]. Alla sua porta bussa Samarcanda, la figlia della vicina, in ansia per l’assenza prolungata della madre Irene e in ambasce con la sua “[…] maestra elettronica […] andata in tilt […]”[413] a causa del mancato pagamento dell’abbonamento. L’aiuto prestato alla bambina, che prima sfoga le sue paure  e poi, presa confidenza, riversa sull’ascoltatrice un fiume di parole, le offre l’occasione di entrare in relazione con qualcuno. L’intimità condivisa fa breccia nell’animo di Giulia, che, nonostante tenti di soffocare il nuovo sentimento[414], si accorge dell’attenzione destata in lei da Samarcanda e decide di prendersi cura della bambina.

“Credo che per Irene non ci siano più speranze. Oggi mi sono sorpresa spesso a tendere l’orecchio verso il muro che divide il mio appartamento da quello delle vicine e, a un certo punto, impensierita dal silenzio, sono addirittura uscita sul terrazzo [..] ho scavalcato il basso divisorio che lo taglia a metà e ho sbirciato dentro dai vetri della loro porta-finestra. Forse provavo un po’ di senso di colpa per non aver lasciato chiacchierare e sfogarsi la povera Sam… Era lì buona buona che giocava con la bambola. Nel pomeriggio, l’ho sentita chiamare a squarciagola la mamma, ma nessuno le ha mai risposto. Io lo so come ci si sente quando qualcuno che ami ti abbandona […] ho deciso. Della bambina mi occuperò io. E pazienza per il mal di testa”[415].

 

 

La domenica le si presenta un “[…] bel ragazzo biondo e delicato […] longilineo, elegante”[416] che rivela di essere Irene, diventata Ireneo. La  volontà di offrire alla figlia, oltre al rapporto materno, quello paterno, la difficoltà di reperire un padre disponibile e la facilità con cui si può cambiare sesso l’hanno convinta a questa trasformazione, suggeritale dal cartone animato preferito da Sam la “Fata Rifatta”. Questo personaggio si sottopone ad interventi di chirurgia plastica, diventando “[…]una specie di top model con enormi occhi perplessi, un vitino da vespa, ali da moscerino, le gambe lunghe da qui a lì e al posto delle tette due coni di volume imbarazzante[…]”[417], icona delle moderne tendenze estetiche e delle innumerevoli possibilità di metamorfosi per ciascun individuo. Giulia è attratta dalla sensibilità di Ireneo, dal suo coraggio di superare il confine Uomo/Donna e dalla volontà di ricrearsi, liberandosi della forma che gli è stata predestinata.


Stand by me

 

Marilyn Monroe, celebre attrice, morta in circostanze sospette, racconta a Dio la sua ultima estate, quando il suo presidente Jack la regala al fratello Bobby. La giovane donna, rappresentata nella presunta ingenuità[418] e nella sensualità[419] che l’ha resa famosa, attende nel “[…] solito posto, la [loro] romantica villa sul mare in prestito dal solito amico riservato” il suo amante, ma inaspettatamente si presenta Bobby, venuto a sostituire il presidente, impegnato sul fronte politico e ossessionato[420]dalla moglie gelosa della relazione con lei. L’uomo assale con violenza la diva, la immobilizza con la forza, esercitando il suo potere da maschio[421], poi sfoggia l’abilità da oratore e convince la giovane di essere “ […] innamorato di lei come una pera cotta”[422]. E Marilyn cede.

Anche di fronte a Dio, che tenta di dissuaderla, la donna mantiene la convinzione di essere stata amata da entrambi i fratelli e giudica “[…] esagerato”[423] l’intervento divino, a sua difesa, nei confronti dei due “[…] morti ammazzati”[424]. Ma “Nessuno è perfetto[425]- dice Dio -, citando una battuta della giovane.

La Covito, a differenza del solito, sceglie come protagonista una donna più attraente e sensuale, che con il suo atteggiamento/abbigliamento incarna i cliché e gli stereotipi femminili più radicati e che, nella sua disarmante semplicità, o stupidità, assurge ad icona del desiderio maschile. L’uomo, per quanto sia potente e si convinca di stabilire lui stesso le regole del gioco amoroso, è sconfitto, addirittura morto, ai piedi della fragile creatura.


 “Non vero (e bello)”

La probabile storia di Guido Gozzano e della signorina Felicita.

Felicita allestisce il palcoscenico sul quale recitare in favore di un giovane poeta, Guido Gozzano, e diventare la sua Musa ispiratrice, facendogli “ […] fare ancora un passo in avanti nel desiderio e subito uno indietro nella realtà”[426]. Donna appartenente all’alta società, laureata, si fa “[…] modello di vita da invidiare […]”[427], trasformandosi in un ragazza “[…] agiata, ma semplice”[428] e accompagnando Guido in luoghi, a suo giudizio, suggestivi. Felicita gli appare come “[…] un abbaglio magnifico nel buio […]”, lo spinge fino alla commozione[429], “[…] perso in un sogno, meditazione o fantasticheria”[430], tenendolo in pugno[431]. Si maschera da donna romantica, “[…] stucchevole e fin troppo svenevole nell’esibire la normale pudicizia delle ragazze da marito […]”[432], lasciando che le chiacchiere dei presenti adombrino di volgarità la sua casta immagine. Calato il sipario, a Guido rimane “[…] la sua più bella «rosa non colta» da rimpiangere”[433], mentre Felicita attende da Amalia Guglielminetti, legata al poeta da uno scambio epistolare amoroso, la poesia nata dalla sua “[…] operazione culturale […]”[434]. L’interpretazione della giovane ottiene il successo sperato e le garantisce l’immortalità, arrivata nel 1909, con la stampa definitiva de La signorina Felicita, quando lei si trova a Parigi ad impersonare le vesti di Musa per un certo Marinetti.


Lo spaiato

 

In un futuro indeterminato, la terra deve confrontarsi con il pericolo di un’invasione da parte delle Signore di Klarità, intente su un’astronave a preparare l’attacco. Le aliene sono delle gigantesse azzurre con tre teste, la Logaritmica, l’Armonizzante, l’Emozionale, e con otto braccia; governano il loro popolo, costituito da Neutri, i bambini, e dai Simbionti Sessuali Notturni d’ordinanza. Questi ultimi hanno l’aspetto “ […] identico in tutto per tutto a un maschio umano”[435],differenziandosi solo per le dimensioni “ […] inaudite […]”[436] del membro genitale e per il vizio radicato di “[…] fare a pezzettini e divorare ogni indumento […]”[437]. Il rapporto con le Signore è morboso, indispensabile, essi di notte vivono nel loro “[…] bell’orifizio caldo e piumato […]”[438], dal quale al mattino vengono strappati tra le lacrime, per essere lasciati soli a fare le pulizie[439], mentre le compagne si dedicano al lavoro. Gli stereotipi sessuali terrestri sul pianeta di Klarità vengono ribaltati, la donna aliena, fisicamente più imponente, diviene dominante anche nell’ambito politico e sociale, il maschio alieno, chiuso in un corpo piccolo, è incapace di una vita autonoma, tanto che l’essere spaiati appare una condizione insostenibile[440]. La somiglianza fisica tra Simbionte e uomo suggerisce una similitudine anche sul piano psicologico-caratteriale, smascherando i terrestri, nascosti dietro ai cliché, radicati nella società, dell’uomo forte, indipendente, che non versa lacrime[441]. La cattura di uno dei Simbionti, capaci di mettersi in contatto telepaticamente tra loro e con le Signore, permette alla Generala Elisabetta Arpista dell’Unità di Crisi Planetaria di conoscere le intenzioni delle aliene e di mettere a punto un piano, che salvi la terra dall’invasione. Accordatasi con i Simbionti, “[…] così ingenui da non saper nascondere niente, né un’emozione né un piano di invasione segreto”[442], interessati solo a garantirsi “[…] un trattamento più amoroso […]”[443] da parte delle compagne, fa balenare nelle menti delle stesse il rischio di contrarre l’emicrania sulla terra, morbo particolarmente sgradito ad esseri con tre teste. Lo stratagemma ha successo e il ritorno dei Simbionti sul proprio pianeta è rallegrato dalla presenza delle Signore nel letto, per “[…] la maggior parte del viaggio […] disoccupate e annoiatissime […]”[444].


La rossa e il nero

Carmen Covito ambienta il suo quarto romanzo La rossa e il nero[445] nel deserto siriano, conducendo il lettore in una Missione archeologica, presso il sito di Tell Mabruk, sorto dalla fantasia della scrittrice. Carmen si diletta a intrecciare una trama avvincente, animata da momenti culminanti, in cui la storia prende direzioni inaspettate. Con ripetuti colpi di scena e con la consueta ironia, la scrittrice vivacizza la routine quotidiana vissuta nel sito e accompagna i personaggi verso una scoperta inattesa. In pochi giorni, dal 3 al 12 ottobre, le sorti della spedizioni mutano improvvisamente. La ricostruzione dell’ambiente archeologico e l’utilizzo di un linguaggio scientifico sono “[...] frutto di un’opera di documentazione estremamente accurata”[446].

“Avevo in mente da molti anni di scrivere un romanzo che riguardasse l’archeologia, ma dovevo procurarmi una certa competenza in materia. Nel 1998 per una fortunata occasione sono entrata in contatto con il professor Frederik Mario Fales e sono riuscita a convincerlo ad ospitarmi in Siria, a Tell Shiouk Fawqani, dove c’era una missione archeologica. Nel 2000 ci sono tornata, questa volta nel grande sito di Qatna. Intanto avevo letto un mucchio di manuali e avevo scoperto figure di affascinanti viaggiatrici inglesi della fine dell’Ottocento o primo Novecento. Tell Mabruk, dove si svolge il romanzo, è del tutto immaginario, costruito con pezzi di siti archeologici veri, come un puzzle. E così i personaggi. Vero invece è il loro rapporto, il tipo di linguaggio che usano e le cognizioni scientifiche e tecniche”[447]

Cettina Schwarz, trentaquattrenne di Scafati, paese vicino a Pompei, discendente da una famiglia svizzera di tintori e imprenditori nel campo dei tessuti, è la protagonista del romanzo. La donna, insoddisfatta della propria vita, piagata da un’esperienza matrimoniale fallimentare, non è in grado di uscire dalla situazione di impasse nella quale si sente sprofondare. “Capisci, è come se mi fossi impantanata in una specie di adolescenza fuori luogo, e del tutto fuori tempo, no?, a trentaquattro anni suonati, senza una direzione precisa, senza, che ne so, una passione che mi faccia sentire radicata in qualcosa...”[448]. Il suo futuro rischia di rimanere un punto interrogativo, come peraltro è stato anche il passato: “dovrei proprio scendere dal pero, perché a me non avere un futuro va anche bene, ma mi sta succedendo di pensare che se andrà avanti così non avrò neanche un passato. Devo muovermi meglio...”[449]. Su di lei grava ancora il ricordo di Luigi Bianchi, l’ex- marito, conosciuto durante le vacanze, presso le rovine di Pompei. La ragazza, al secondo anno di Università, impegnata in un lavoro estivo come guida turistica, incontra Gigi, studente di Scienze statistiche, innamorandosene, nonostante l’aspetto poco attraente.[450] Il sentimento è reciproco e Bianchi, una volta laureatosi, chiede alla ragazza di sposarlo e di seguirlo a Milano. La Schwarz, pur non avendo concluso gli studi, accetta di buon grado la proposta, ma la scelta la condiziona pesantemente. Infatti l’abbandono dell’università e la dipendenza dal marito aggrava la sensazione di una vita vissuta a metà. La Covito, come fa spesso, gioca con i nomi, predestinando Cettina Schwarz a vivere divisa tra la sue radici tedesche e l’origine campana, concedendole, però, la forza per reagire a questa imposizione: “ma, col cognome che mi ritrovo, non imparare il tedesco era l’unica forma di fuga praticabile, quando ero a scuola. Poi ne ho trovate altre, tante di quelle altre che studiarlo mi è passato di mente...”[451]. Il matrimonio con Bianchi illude la stessa protagonista che sia possibile riscattare il peso di un cognome come il suo, incollandoci sopra [...] [quello] del primo maschio arrivato”[452]. Ma l’esito sarebbe patetico: “[...] Bianchi Schwarz, sai che effetto, mi sarei sembrata una zebra, un passaggio pedonale, tutta la Juventus...”[453]. La convivenza con Gigi non aiuta Cettina a maturare, anzi la mantiene in una sorta di limbo, nel quale lei è destinata ad essere un’appendice del marito. Ma la condizione di moglie la soddisfa appieno, il sentimento d’amore per Gigi arde sempre in lei, come all’inizio della loro relazione. È lui, però, che, in una serata d'estate, confessa di non amarla più. La notizia ferale colpisce violentemente Cettina, che rimane in silenzio, incapace di proferire parola. La donna può solo ascoltare le concettose riflessioni del marito, intento a spiegarle i motivi della fine del loro rapporto. Ma in lei l'amore è vivo e si mantiene tale anche dopo la separazione e il divorzio[454].

Un giorno, in cui si sente particolarmente di malumore, raggiunge la sua unica amica, Latitti Parascandolo, intenzionata a sfogare tutte le sue frustrazioni. Latitti è una compagna del liceo, che ha ottenuto successo come giornalista, con la quale Cettina ha ripreso i contatti dopo un periodo di lontananza. Proprio durante la visita alla donna, la Schwarz si ritrova a tavola con un illustre cattedratico, Giorgio Cavalli Donati, “[...] un cristone di uno con due spalle da scaricatore e una panciotta tonda che gli sformava il loden grigio scuro [...] autorevole, cravattino a farfalla, naso rosso”[455]. L’uomo, archeologo, incaricato di presiedere ai lavori di scavo presso il sito di Tell Mabruk, in Siria, stuzzica la curiosità di Cettina, che si propone quale fotografa volontaria. L’ntervento della Parascandolo, che spaccia l’amica per una professionista, dipendente della fondazione Righetti, attenua le perplessità del professore. Durante la chiacchierata, l’uomo si mostra preoccupato per il destino della Missione archeologica, a rischio di sospensione, per la costruzione di una diga sull’Eufrate. Conclusa l’intervista, Giorgio se ne va, lasciando in sospeso la proposta di collaborazione di Cettina. Inaspettatamente, tempo dopo, arriva la telefonata di Giorgio, che invita Cettina a raggiungerlo in Siria. La Schwarz si prepara per il viaggio e il soggiorno in terra straniera da vera e propria turista, travestita dalla Covito con ironia, fornita di tutto ciò che può essere utile, ma dimentica sempre di qualcosa di importante[456]. Anche all’aeroporto Cettina mantiene questo ruolo, mostrandosi goffa e impaziente di fronte alla difficoltà di individuare il proprio compagno di viaggio, ma il turista è costretto a reagire alle situazioni avverse, se vuole raggiungere la meta, e a trovare una soluzione. E anche lei s’ingegna con astuzia. “[...] mi decido a scribacchiare in stampatello «Prof. Piccinni» su un pezzo di cartone recuperato nel cestino dei rifiuti e, vergognandomi per averci pensato tutto il tempo senza aver avuto il coraggio di farlo, l’ho sollevato esibendolo in giro”[457]. Le si avvicina “[...] uno sui quarant’anni, palestrato, piercing al sopracciglio destro e capelli raccolti sulla nuca in un lungo codino con tanto di fiocco [...]”[458]: il professor Giovanni Piccinni, suo futuro collega.

Cettina, giunta in Siria, dopo un breve viaggio in pulmino, arriva al sito archeologico, di notte. Lì immediatamente fa conoscenza dell’ Oriente, del suo aspetto, della sua bellezza, capace di rapire lo spettatore del luogo. Ma per chi vive a Milano[459] lo spettacolo è proprio sconvolgente.

“Fuori , il cielo era di strass. Stelle e stelle a milioni luccicavano sfacciatamente su un velluto nero sterminato. Mi ancorai alla maniglia della valigia finché lo schock e il fascino  passarono e mi tornò la forza di abbassare gli occhi [...] costellazioni vivide come mai ne avevo viste, globi, nastri , collane, mappamondi, enormi scintillii pulsanti, strisce, ornati, cinture di gioielli. Feci perno nella Stella Polare, mi sembrò di ruotare con il cielo, riuscii a smettere appena in tempo per non cadere in preda all’emozione e col culo per terra”[460].

La Missione è accampata nei pressi dell’Eufrate, fiume pregno di storia, “[...] culla-di-tuttte-le-civiltà [...]”[461]; attraversandolo la Schwarz percepisce l’importanza del momento vissuto, la grandiosità del passato, racchiuso in quelle acque. L’Oriente diviene vero e proprio personaggio del romanzo, sul quale l’autrice indugia frequentemente, dilungandosi in descrizioni accurate. La Covito, inoltre, dà voce ad alcune tradizioni e tipicità del mondo orientale, facendolo conoscere a Cettina, che in più occasioni si mostra razzista verso gli ospiti[462]. Una consuetudine degli arabi è la kunya, ovvero il cambiamento di nome da parte del padre alla nascita del primogenito maschio. L’uomo si fa “[...] chiamare Abu, che è come dire “Padre di> [...]”[463], posponendo il nome del bambino e valorizzando così il ruolo del figlio, futura guida della famiglia. A questa tradizione va aggiunta una tendenza tipicamente araba: l’utilizzo parsimonioso dei cognomi e un uso preferenziale per il nome. Ahmad ne spiega la ragione: “l’arabo è democratico: pure i cognomi noi li usiamo poco. È la persona che conta, come si dice, l’individuo”[464]. L’incontro con la cultura straniera non è del tutto indolore per Cettina, che si rivela poco propensa ad entrare empaticamente in relazione con la mentalità e la lingua degli autoctoni[465].

Il giorno dopo il suo arrivo inizia a fare conoscenza dei suoi nuovi colleghi, Ascanio Marchesini, vicecapo del cantiere B, Angela, Silvia e Toni disegnatori, Alessandra una laureanda, Marco un dottorando, Vivana Gentilomo ricercatrice. Della Missione fanno parte, oltre a Giorgio e Giovanni Piccinni, già incontrati da Cettina, Inanna, architetto, “libanese bionda con gli occhi azzurri [...]”[466], e due siriani, uno di nome Ahmad Harbi, rappresentante della Direzione Generale delle Antichità e dei Musei siriani, l’altro, Abu Tariq, tecnico di scavo. Attorno ad essi si muovono molti operai autoctoni, il cuoco e gli abitanti delle fattorie vicine. Cettina entra in relazione proprio con una di essi, Aziza, e si lascia convincere ad usare l’hennè, “[...] sostanza grumosa e verdognola [...]”[467], per vivacizzare il colore dei capelli: ma travisa le indicazioni della donna e li lava dopo due ore. Il risultato la lascia “[...] fulminata dalla sorpresa [...]”[468]: capelli rosso lampone. Parte del titolo del romanzo richiama evidentemente questo incidente, l’altra invece si riferisce alla figura di Ahmad, verso il quale Cettina si sente fortemente attratta. L’aspetto seducente dell’uomo, la sua “[...] bella [...]”[469] voce, il curioso accento romanesco conquistano la Schwarz, che si fa irretire dal gioco dell’uomo, attento ad alternare momenti di attenzione ad atteggiamenti indisponenti. Il suo fascino diventa irresistibile, quando, apparso nello studio di Cettina, la bacia con passione, abbattendo ogni resistenza della donna. Poi, convinto di averla conquistata, le dà un appuntamento per la mezzanotte, al quale lei non si presenta, perché in preda alla febbre. La vita comunitaria della Missione, apparsale inizialmente complicata, soprattutto per la sua difficoltà a relazionarsi con gli altri[470], diventa piacevole. Il lavoro le dà soddisfazione, l’essere considerata la convince, che è in grado di stringere dei rapporti, indipendentemente da Gigi[471], lasciato il quale, aveva perso tutti gli amici in comune. In uno dei primi giorni di permanenza di Cettina, alcuni colleghi organizzano una gita ad Aleppo, alla quale partecipa anche la Schwarz.

Nella stanza d’albergo dell’Hotel Baron, Cettina scova in “[...] un mobiletto liberty, tutto gambe e volute, leggerissimo”[472] alcune carte antiche. Il primo foglio, che solleva, è una lettera in inglese, scritta, nel marzo del 1916, da una nobildonna, Juliet, alla sorella, Margaret. Appare evidente il carattere orgoglioso[473] di Juliet, la sua intraprendenza e l’atteggiamento provocatorio[474]. La donna si dichiara innamorata di Sheikh Zafar ibn Rashid al –Aswad, “[...] un tizzone d’inferno [...]”[475], che la consuma, ed esorta la sorella a persuadere il padre, affinché le invii un po’ di denaro, per quanto sia contrario al rapporto con lo straniero, definito dall’uomo “[...] “il beduino> [...]”[476].Il ritrovamento dei fogli, uno in tedesco, gli altri in lingua araba, e la lettera di Juliet fanno sorgere mille domande nella Schwarz:

“[...] perché lasciare non spedita una lettera simile? difficoltà di comunicazioni per la guerra del ’15-18? o questa qui che ho in mano è una minuta che è stata messa in bella copia prima di spedirla? e avrà avuto risposta? e il tizzone d’inferno sarà poi riuscita a sposarlo, Juliet? il padre le avrà dato il consenso? o almeno i soldi?”[477]

Durante la cena condivide con gli altri la sua scoperta, eccettuata la lettera in inglese, tenuta nascosta. Il foglio in tedesco non viene tradotto, quello in arabo è indirizzato ad una signora: Juliet Waterbridge. Il mistero della dama inglese aleggia su tutta la Missione.

Cettina, tornata a Tell Mabruk, riprende l’attività quotidiana, divenendo sempre

più disinvolta nel proprio lavoro e nel rapporto con i collaboratori. Ma il caldo e la fatica la costringono a letto, ammalata. Rimessasi dalla febbre, scopre di essere stata derubata del foglietto in tedesco; tuttavia non rivela il fatto a nessuno e si accontenta di farsi tradurre la lettera in lingua persiana, condividendo, così, con tutta la Missione il segreto di Juliet. La competenza degli studiosi presenti permette di decifrare gli scarabocchi sul foglio, sul quale è scritta una poesia d'amore. L'inaspettato componimento poetico e la sparizione del documento contribuiscono ad infittire il mistero, a sfumare il ritratto della donna, che le informazioni, inviate dalla Parascandolo via internet, hanno permesso di delineare. Juliet è una nobildonna inglese, figlia del quarto conte di Waterbridge, educata nelle lingue straniere, anche quelle orientali. Nel 1906 si dirige per la prima volta in Siria, dove torna frequentqmente negli anni successivi, stringendo una frequentazione con “[...] una nobile stirpe di beduini, generalmente stanziata fra il Khabur e la piana di Jarablus”[478]. Di lei si perdono le tracce nel 1916, proprio in Siria.

Martedì 10 ottobre accade un fatto inaspettato: Giorgio Cavalli Donati, intento a scavare, nel cantiere C, “[...] caduto a sedere, e con tutto il suo peso! [...]”[479], viene inghiottito dalla terra. Cettina accorre alle grida di un ragazzo in cerca di aiuto e si rende conto immediatamente dell’accaduto. Alessandra e Viviana appaiono disperate, gli operai e i tecnici della missione si adoperano “[...] in catena a sgomberare i detriti con i cesti [...]”[480]. Solo la Schwarz mantiene il controllo dei nervi, e, insensibile, scatta in sequenza “[...] foto da reportage [...]”[481], stupendosi, lei stessa, del cambiamento occorsole nel tempo: “[...] una volta sarei andata in confusione e certamente non avrei pensato il nitido pensiero che mi colpisce adesso [...]”[482]. La tragedia è solo sfiorata, Giorgio riemerge e ordina ad Ahmad di dare la giornata libera agli operai. Poi, assicuratosi, della sola presenza dei più stretti collaboratori, fa “[...] un saltello con un battito dei piedi a mezz’aria, eseguito con una leggerezza da elefante in tutù”[483], festeggiando in modo buffo la scoperta casuale di un ipogeo[484]. Cavalli Donati, capace di essere anche autoritario[485], assume il comando delle operazioni, organizzando con sicurezza e tempestività il lavoro e il modus operandi. Giorgio è in preda ad un’estasi di gloria[486], convinto di aver trovato reperti del quarto millennio, ovvero risalenti al Tardo Calcolitico, una scoperta che, se confermata, lo proietterebbe nell’Olimpo degli archeologi[487] e convincerebbe il governo siriano a non interrompere gli scavi. Nella tomba vengono ritrovati alcuni scheletri, uno appartenente ad un animale, precisamente ad un equino e gli altri tre, evidentemente umani. Uno di questi, collocato su un catafalco, appartenuto senza dubbio ad una donna, appare adorno di “cavigliere, bracciali e braccialetti, lunghe catene, anelli, dozzine di orecchini [...]”[488]. Il capo è coronato da una tiara, “sopra il ventaglietto di ossicine della manina destra la Signora tiene una bella mazza da battaglia”[489]. Lo scheletro del cavallo “[...] è [...] sovrapposto a quello dell’ individuo di sesso maschile, età biologica circa ventott’anni, altezza un metro e ottanta [...]”[490]. Vicino a questo ne giace un altro, anch’esso maschio, “[...] più anziano e più basso [...]”[491], con ossa fratturate in più punti e una zoppia alla gamba sinistra.  Tecnici e archeologi si dannano per eseguire le rilevazioni ordinate dal Cavalli Donati, ma l’esame degli scheletri da parte di Piccinni fa crollare il castello costruito in aria da Giorgio: “ [...] c’è uno scheletro che non ha più di novantasei anni”[492]. Giorgio subisce la ferale notizia e “[...] diventa prima cadaverico e poi gli si gonfiano le vene del collo e si vede salirgli il sangue agli occhi con una lentezza e con una progressione tali da portare ineluttabilmente all’emorragia cerebrale [...]”[493]. Viviana si scaglia addosso a Piccinni, inveendo contro la sua boria da “[...] antropologo superman [...]”[494], capace di stabilire a vista l’età delle ossa. Ma Giovanni rivendica la sua professionalità e rivela ai presenti i tre elementi , che lo hanno indotto a fare quella dichiarazione. Lo scheletro presenta un’otturazione, un ponte di porcellana e un proiettile di piombo “[...] schiacciato e un po’ incastrato nel corpo della vertebra [...]”[495], sparato dalla Luger P.08, trovata nell’ipogeo.

L’incertezza sul reale valore dei reperti induce Ahmad a raggiungere Aleppo già in serata, con l’intenzione di metterli al sicuro al museo e per farli stimare da un esperto, il giorno dopo. Al siriano si aggregano Cettina, Marco e alessandra, che, durante il viaggio, si confrontano, cercando di ipotizzare, sulla base della tafonomia degli scheletri, cosa possa essere successo nell’ipogeo. Giunti ad Aleppo, i quattro compagni di viaggio si separano, andando ognuno nella propria stanza. Cettina può godersi nuovamente un bagno caldo, ma proprio quando si immerge completamente sotto l’acqua, sente amplificate le voci di Marco e Alessandra, intenti a discutere tra loro. Rimasta ad ascoltare, scopre, con grande sconvolgimento, che Marco è una talpa, impegnata ad informare l’acerrimo nemico di Giorgio, il Tettamanti, e che Alessandra finge di essere innamorata dell’archeologo, mentre è legata sentimentalmente al ragazzo. Cettina intuisce immediatamente, che la carta perduta, le è stata sottratta da Marco e furiosa, indossato un accappatoio, si fionda nella camera dei due giovani. Rivela di aver capito tutto e costringe il dottorando a spiegarle il contenuto, peraltro deludente, della relazione sottrattale. La Schwarz, non intenzionata a denunciare il fatto ai colleghi della Missione, rientra in stanza e trova, sdraiato sul suo letto, Ahmad, L’intenzione dell’uomo si fa esplicita: lui si avvicina alla donna, l’abbraccia e la bacia con passione. L’intraprendenza del siriano abbatte le ultime resistenze di Cettina, che si lascia coinvolgere in un piacevole amplesso. Il giorno seguente la donna incontra il direttore dell’Hotel Baron, desiderosa di approfondire le ricerche su Lady Juliet e inaspettatamente viene a trovarsi tra le mani il diario di Mary Hull, la cameriera della dama inglese.

Secondo la testimonianza del diario, Lady Juliet è una donna intraprendente, tenace[496], pronta anche a mentire pur di perseguire i propri scopi[497]. La dama inglese, innamorata dello sceicco Zafar e dei costumi e gusti arabi,[498] è intenzionata a sostenere economicamente con i soldi del padre il proprio amante, a capo di una rivolta araba. La Waterbridge non si esime anche dal farsi corteggiare da un facoltoso imprenditore americano, Fitzroy, pur di avere un sostegno di cui servirsi a suo piacimento. Nel diario è descritta la fine della donna, morta proprio nell’ipogeo, scoperto casualmente da Giorgio. Lady Juliet, amica dell’archeologo John Archibald Macadam, scomparso come lei nel 1916, lo raggiunge in un eremo nel deserto siriano, e scopre assieme a lui la tomba risalente proprio al tardo Calcolitico. Lì si compie una strage, nella quale perdono la vita i due amici e l’avido Fitzroy, che raggiunge Juliet nell’ipogeo. L’americano, viste le ricchezze presenti nel luogo, aggredisce John e spara con la Luger alla donna, intervenuta a difendere l’archeologo. L’arrivo della cameriera Hull non preoccupa l’imprenditore, che agli occhi della donna appare un’entità demoniaca[499], pronta ad uccidere chiunque, pur di impossessarsi del ricco bottino. La donna incitata dalla sua padrona morente, colpisce violentemente Fitzroy, che cade a terra. L’arrivo, quanto mai opportuno di Zafar, pone fine all’esistenza dell’americano: “però mi ha fatto molta impressione vedere il modo in cui lo sceicco lo ha sgozzato, come se era un capretto”[500]. Lo sceicco, prostrato dal dolore, ordina a Mary di aiutarlo a togliere i vestiti a Juliet e “[...] a metterle la veste nuziale e a comporla sul catafalco al posto di quel vecchio scheletro [...]”[501]. Zafar, in onore della sua principessa trasforma l’antico ipogeo in una tomba per la donna, sacrificando lì il baio, dono nuziale regalato alla sposa. L’uomo lascia libera Mary intimando però di dimenticare l’accaduto. Cettina quindi trova le risposte alle proprie domande, risolvendo il mistero delle lettere trovate ad Aleppo e scoprendo la verità sull’autenticità dell’ipogeo. Le rivelazioni però per lei non sono finite: dopo aver confessato ad Ahmad di amarlo, viene a sapere che l’uomo è sposato. Decide di reagire alla notizia, lasciandosi corteggiare da Giovanni, durante i festeggiamenti per il ritrovamento di un altro ipogeo.


Capitolo terzo

Lo straniero

Carmen Covito, dopo aver conseguito la laurea, si sposa con uno studente giapponese, conosciuto in Spagna. Il matrimonio con uno straniero, durato diciotto anni, e la vita passata in Italia, in Spagna e anche in Giappone la sensibilizzano sulla questione della interculturalità, del confronto tra lingue e tradizioni differenti. L’incontro con il diverso diventa momento di crescita, di maturazione, il sentirsi stranieri è indispensabile per riuscire ad essere disponibili poi ad accogliere l’immigrato, una volta giunto nel nostro paese.

Così si esprime l’autrice in merito a queste tematiche, in una intervista, rilasciata a Ludina Barzini per “Il Tempo”:

“oggi sono una single di ritorno perché sono divorziata. Ma la cosa interessante, e la sfida, era proprio in quella differenza. Io non butto via niente della mia vita: tutto mi è servito, non ho rimpianti e sono contentissima di aver fatto questa esperienza. Essere sposata con un giapponese significa: imparare a sentirsi alieno. Attraverso mio marito io ho imparato a mettermi nei panni dello straniero: quando ero a Tokyo ero straniera io, quando lui è in Italia, è sempre riconoscibile come alieno… Però noi italiani abbiamo una specie di snobismo nei confronti di certe culture, e quella giapponese è considerata chic e all’avanguardia… Una delle cose che ho preso, e che utilizzo anche nella mia scrittura, è il gusto della contaminazione. Perché i giapponesi mescolano tutto, con il massimo empirismo, senza farsi problemi rispetto all’origine, o al fatto se sia corretto filologicamente o altro, tanto che il Giappone è un laboratorio multimediale in tutti i sensi, proprio a livello di vita quotidiana. Tutto si mescola, il vecchio e il nuovo”[502].

L’esperienza vissuta ha lasciato un segno indelebile nell’animo della Covito, che, infatti, in tutti i romanzi rivisita la sua storia attraverso quella dei personaggi femminili. L’incontro con uno o più uomini stranieri provoca nelle donne prima un’emozione, e poi una maturazione tale che prendono coscienza di se stesse, rivelando all’esterno le verità occultate della loro anima. Lo straniero, per quanto riguarda l’aspetto, è piacevole, a volte veramente irresistibile, ma è con la forza interiore, ad eccezione di Karim, che conquista e ammalia la donna. Già in Corpi di ballo, uno dei primi racconti, la Covito mostra attenzione a questo tema, dando spazio alle fantasie di Serenella, smaniosa di entrare in contatto con il ballerino russo Alexeij Sapuskal. Egli è colto nella parabola discendente della carriera, incapace di coinvolgere il pubblico come nel passato. La vigoria della giovinezza è solo un ricordo, ma la donna si sente comunque attratta da questo individuo, che per lei rimane “[...] l’Unico dopo Nijnski. O forse l’Unico in assoluto [...] Alex era potenza e movimento anche in fotografia”[503]. Dopo il fiasco dell’esibizione vede “dietro l’albero, [una] figura emaciata che assomiglia a quella di Alexeij Sapuskal [...]”[504] e sente l’urgenza di aiutarlo. In lei nasce l’illusione di poter ridare vigore ad un uomo distrutto, riscattando così la propria vita, rovinata dal “[...] suo dramma della discrepanza tra l’aspetto e la voce”[505]. Dalle sue parole prende forma la struttura corporea dello straniero: “la voce traccia lodi dei glutei adamantini, degli ampi pettorali, delle cosce virili [...]”[506]. L’incontro con questo fantasma dovrebbe dare un senso alla solitudine, alla goffaggine, alle delusioni sofferte, ma non accade nulla di tutto ciò. Bisogna attendere ancora qualche anno, perché la figura ideale dello straniero assuma una forma completa nei testi della Covito e funga da motore propulsivo alla maturazione della donna con cui entra in relazione.

Marilina, impacciata e goffa come Serenella, incontra Karim, un ragazzo algerino, nella discoteca Tuttezie Disco, un ambiente gay, dove la donna si sente per la prima volta “[...] pervadere da un’approssimazione di felicità: in quella terra di nessuno, lei non era tenuta a piacere a nessuno”[507]. La Covito colloca l’abboccamento con lo straniero in un momento cruciale della vita della dottoressa Labruna, quando si fa sempre più insistente il desiderio di sentirsi donna, o almeno di rappresentare questo ruolo. L’incontro inaspettato solletica Marilina, che non si lascia inibire da elucubrazioni cavillose o semplicemente dalla paura e propizia un gioco di seduzione, una “[...] straordinaria performance di due attori capaci di trovarsi nello stesso momento in platea e in palcoscenico”[508]. Karim le appare all’improvviso, divino nelle fattezze:

“[...] era un ragazzo snello nei jeans fasciati, una cintura stretta con borchie da cowboy, la canottiera bianca che incorollava nude spalle ambrate, e in cima a tutto quel fiorire di giovinezza, un casco luminoso di ricciolini neri, lustri come i grandi occhi che le proiettavano addosso un raggio d’allegria”[509] .

Il richiamo del suo corpo è irresistibile, l’ambiente pubblico non frena le loro effusioni, la brama di amplesso li spinge verso l’abitazione dell’algerino. Marilina  si sente sempre più donna e anche il sogno ad occhi aperti, fatto in macchina, conferma questa trasformazione. La visione è assolutamente in contrasto con quelle a lei più consuete, in cui si ritrovava in ruoli di dominio nei confronti dell’uomo: “[...] sarebbe stato un cambiamento interessante ritrovarsi in un harem mediorientale – o in un night club di Beirut – a non rimpiangere niente”[510]. L’incontro con Karim, reso più fascinoso dall’origine straniera, dal mistero che aleggia attorno ad una cultura lontana, dagli stessi pregiudizi, solletica la sua fantasia, il suo subconscio, la induce a sentirsi donna prima nell’anima e poi nel corpo. Giunta nel covo dello straniero lascia prorompere la sua femminilità, tanto da spaventarsi: “lei, in reggiseno e slip di pizzo nero, si sentì per un attimo fuori parte e vacillò”[511]. Ma è solo un attimo, i corpi dei due sconosciuti si incastrano l’uno nell’altro con furore, lei gli si abbandona “[...] lasciandosi trafiggere da quella bellezza dolorosa che premeva per entrare in un nucleo asserragliato da qualche parte in fondo a lei”[512]. Il mattino successivo Marilina si risveglia di buon umore:“si sentiva molto frivola, lieta, ben disposta verso quel corpo giovane che era stato suo”[513].

Nel secondo romanzo la tematica è approfondita ulteriormente, tanto che Arianna matura al fianco di due stranieri, Gabriel e Camacho, il suo amante e l’uomo amato. Il destino accomuna i due uomini, entrambe fuggiti dai loro paesi di origine per motivi politici, il primo dall’ Argentina, l’altro dalla Spagna.

Gabriel, tormentato dal rimorso per la morte di un giovane innocente, sacrificato per salvare i compagni dell’unità antigovernativa, fugge da Buenos Aires e si rifugia in Spagna, a specializzarsi in Storia della Conquista. E qui incontra fortuitamente Arianna, mentre scarabocchia sull’album da disegno, seduta su una panchina. Il ragazzo risulta piacevole alla vista, accattivante, nonostante alcune imperfezioni:

“[...] era strano abbastanza da essere interessante, circa della mia età, snello e sodo, con una pelle ambrata che dava un’impressione di spessore e compattezza insoliti e un contorno di bocca troppo molle, da bambino imbronciato, in contrasto nettissimo con gli zigomi molto alti, da tartaro selvaggio, che facevano gioco con i capelli neri mal tagliati a scodella sulla fronte e lunghi invece dietro, come se li curasse solamente a metà. Anche il suo modo di vestire non aveva uno stile preciso: i jeans si sarebbero detti originali americani da universitario che ci tiene, però la giacca a quadri da grandi magazzini e le scarpe stringate non mi comunicavano altri messaggi che disinvoltura, pulizia, correttezza”[514].

Ma sono le parole scambiate con questo straniero a provocare una riflessione della giovane, che rappresenta il pensiero dell’autrice:

“parlava uno spagnolo farcito di espressioni che non avevo mai sentito, soffice come un bombolone alla crema e la spugnosa dolcezza del suo accento mi suonò riposante a confrontarla con le esplosioni gutturali dei castigliani autentici: pensai che c’era un bel vantaggio a stare, come quest’argentino, in bilico tra due realtà abbastanza contigue da non darti problemi di comprensione, e abbastanza diverse da spalancarti all’immaginazione tutta un’immensa pampa di abitudini aliene e, non ho alcun motivo per non ammetterlo adesso, il mio primo sentimento verso di lui fu uno spontaneo moto di pura e semplice invidia [...]”[515].

Gabriel la attrae, perché vive la sua stessa esperienza di alienazione in un paese sconosciuto e per l’universo linguistico- culturale che si porta dentro: lo straniero nasconde in sé una ricchezza da scoprire, da condividere. L’incontro fortuito è l’inizio di una storia, che offre ai due la possibilità di toccare con mano l’amore e il sesso, ma che soprattutto permette ai loro mondi interiori di entrare in contatto, di contaminarsi. Gabriel mantiene vivo in sé il ricordo della terra di origine, prova grande nostalgia per l’Argentina, e, quando nel nuovo appartamento ravvisa tracce di un antico inquilino sudamericano, non riesce a trattenere le lacrime:

“sentii che le gambe di Gabriel diventavano due cuscinetti molli sotto di me, quasi che all’improvviso avesse perso il tono muscolare o il controllo dei nervi: e infatti vidi con orrore che stava piangendo. Piangeva silenziosamente, con dignità: le labbra gli tremavano appena appena, sbiancate e strette come se se le stesse mordendo dall’interno, ma non faceva niente per contrastare il rivolo di lacrime che traboccava giù dai suoi occhi annegati in un fissità da bambola”[516].

La Covito, in queste frasi, riesce a descrivere con discrezione il dolore composto di chi, lontano e solo, rievoca nella memoria le immagini, gli odori, i suoni del passato. Il giovane decide di dare voce al suo mondo interiore, scrivendo un romanzo sul suo continente, tentando di dare vita eterna ai miti, alle tradizioni e alla storia che ben conosce. Ma l’anima argentina lascia spazio anche alla cultura nostrana, al modus vivendi italiano[517], o almeno all’affetto di una nuova famiglia[518], una volta che i due giungono a Brescia. Qui Gabriel mostra tutta la sua debolezza e l’impotenza e arianna accetta di stargli accanto per proteggerlo, benché questa situazione le provochi rabbia. Ma questa è nulla rispetto al furore che la sconvolge, quando si accorge, di quanto questa relazione l’abbia cambiata, trasformata, avvicinandola ad un modello di donna che aveva sempre rifiutato e allontanandola dalla sua passione per la pittura:

“da quando mi ero messa con Gabriel, due mesi ormai, sembrava che mi fosse affiorato sulla pelle qualche specie di miele appiccicoso che attirava gli sguardi dei maschi, quasi sempre dei più brutti, ma io, perlomeno all’esterno, non avevo niente di cambiato; quindi, questi sguardi appuntiti forse c’erano stati anche prima. La differenza stava dentro di me [...] un giorno, ritornando dalla piazza dove il metrò faceva capolinea e c’era un buon mercato coperto [...] seppi che da una settimana non andavo al museo. Non solo non me ne ero resa conto, ma non ne avevo mai avvertito il bisogno[519]”.

La relazione tra i due diventa sterile e lentamente si va spegnendo, mentre quella, platonica, con Camacho si rivela feconda. Il ballerino è un cittadino del mondo, pronto a viaggiare, a scoprire tradizioni e luoghi sconosciuti, desideroso di vivere ogni esperienza possibile. Camacho agli occhi di Arianna appare bello, coinvolgente, appassionato, riscaldato da un fuoco che gli brucia dentro:

“quell’uomo così alto e così bello [...] avrebbe avuto ogni diritto di continuare con la sua storia [...] dunque, non era lei che aveva dato alla danza quella qualità di agonia seducente, quella tensione da arco che è lì lì per saettarti nelle viscere una fatalità di desiderio andato a segno eppure non lo lascia mai scoccare solo allora capii come e quanto era stato lui il motore del loro ritmo [...] lui è acuminato, erratile, pericoloso e caldo come una fiamma libere che appicca il fuoco a ciò che può bruciare più dolorosamente [...]”[520].

Le molteplici vicissitudini lo rendono sensibile, capace di ascoltare i suoi interlocutori, a differenza di Gabriel, tanto che riesce a confondere Arianna con la sua comprensione[521]. Per quanto, il ballerino sia sempre in tournée, in lui la giovane trova un punto saldo, attorno al quale crescere lentamente, prima come donna e poi come artista. Il rapporto con lo straniero, ancora una volta, condiziona la maturazione della protagonista, la quale subisce una metamorfosi che non rimane inosservata. Arianna lascia prorompere la propria femminilità, tenuta nascosta per troppo tempo sotto una muscolatura d’acciaio, liberandosi da inibizioni condizionanti. Poi alla domanda di Camacho, che le chiede cosa vuol fare da grande[522], risponde con decisione: la sua ambizione è di riuscire a realizzare un quadro, un’opera d’arte, che le piaccia. Arriva addirittura il successo. La giovane ragazza, che all'inizio della narrazione appare ribelle e androgina, lascia il posto ad una donna matura, cresciuta, contaminata dai suoi due stranieri, tanto differenti tra loro, come testimonia questa riflessione fatta da Ariannna sulle passioni di Gabriel e Camacho: “[...] c’era parecchia differenza tra raccontare un’utopia sociale e farla camminare nella realtà con quel passo di danza che non lasciava trapelare molta fatica”[523].

Anche in Benvenuti in questo ambiente la Covito non rinnega questa costante, dando sempre più spazio, nella narrazione, alla relazione donna – straniero. Nurredin colpisce immediatamente l’attenzione del dott. Ugo Digrosso per il suo aspetto piacevole:

“[…] è un ragazzo nordafricano. Molto giovane. Piuttosto sporco. Esteticamente gradevole, anche se russa un po’. Djemali Nurredin, diciannove anni, capelli ricciolini molto neri, stomaco vuoto da ventitré ore, corporatura asciutta e attualmente tremante sotto uno sdrucito giubbotto di pelle che sarebbe più adatto a un’ avanzata primavera che a questo rigidissimo gennaio, non sta veramente dormendo […] magari sarà proprio un europeo con troppi tratti medio- orientaleggianti […] eppure, una pelle così, con questo derma spesso… E la sclera, talmente bianca da sembrare azzurra, specie con questo eccesso di lacrimazione che […]”[524].

E Ugo non tentenna di fronte alla possibilità di portarlo a casa sua, come esca per la madre segregata. Il giovane entra subito in contatto con Dama, riuscendo ad instaurare un rapporto di fiducia, che lo rassicura tanto da permettergli di raccontarle il suo passato. Nurredin è educato dal padre secondo i dettami culturali occidentali, impara le lingue straniere, mentre a lui l’arabo “[…] suonava solo come un abbaiare distante”[525]. Confinato nell’Hotel Hilton, conosce la segregazione dall’ambiente esterno e l’assenza di contatti con la sua gente, pretesa dal padre[526]. Al primo incontro con il mondo arabo si sente straniero in patria: lui, per metà, arabo di nascita, prova sulla sua pelle il dolore del razzismo, il rifiuto per la sua diversità, esibita da un pene non circonciso. L’alienazione, sofferta nella propria terra, il richiamo di un’ educazione occidentale, il presentimento di un destino diverso lo inducono a convincersi, che la Tunisia non è il luogo migliore in cui vivere: "bisognava che andasse a cercarsi un lavoro e un posto suo altrove: nel paese di sua madre”[527].

La Covito dà così vita a uno straniero che, al di là dei confini della nazione d’origine, non cerca solo la propria realizzazione, ma addirittura l’identità. Nurredin sente in sé la brama, il desiderio di conoscere un mondo, che pulsa nel suo animo, percepisce la voce dell’universo interiore della madre, trasmessosi geneticamente. La mancanza fisica dell’elemento femminile lo rende ansioso di toccare con mano l’amore di una donna, il suo corpo, lo induce a fantasticare immagini romantiche. La relazione con Dama/Lucia consente al giovane di trovare alcune risposte ai suoi dubbi, e soprattutto lo rende elemento attivo del mutamento, subito dal personaggio: come di consueto nei romanzi della Covito si assiste alla metamorfosi della donna, influenzata dall’uomo straniero, che il caso le ha fatto incontrare. Dama, rinchiusa nello schermo del computer, sente sbocciare per Nurredin un sentimento d’affetto, che la sollecita ad evadere dalla prigione. Agli occhi del giovane la donna, uscita dalla macchina, appare stravagante per una “[…] evidente sproporzione tra la metà di sopra della donna, grande e grossa nella voluminosa mantella, e la metà inferiore, che si direbbe di due o tre taglie in meno: esile, quasi fragile […]”[528]. Ma la stranezza è acuita dalla sua incapacità di liberarsi dalla modalità comunicativa, impostale dal corpo precedente:

“vede la donna ancora lì che trema e fa dei movimenti assurdi con le dita davanti a sé, agitandole convulsamente, come martelletti che pestano nell’aria […] «È troppo tempo che ho perso l’abitudine di parlare con la voce. Non ti secca molto se continuo con questa tastiera? Tu puoi fare anche a meno del microfono. Per sentirci, ci sento benissimo»”[529].

Lucia sprigiona la sua sensibilità attraverso le membra riacquisite e il contatto con la pelle del giovane risveglia le pulsioni sessuali rimaste sopite. Il bacio, che i due si scambiano, soffoca ogni inibizione della donna e provoca un altro mutamento: “[…] lei non aveva scritto, aveva detto il suo ordine. Con una voce ansimante ma chiara, perfettamente udibile”[530].

Lucia lascia che l’intimità con Nurredin divenga sempre più profonda, gli svela la propria storia, lo accoglie in sé, guadagnando una sicurezza insolita per lei: “vagamente arrogante, come una vera Dea da fantascienza […]”[531].

Il percorso di maturazione della donna le consente di prendere coscienza di se stessa, dei propri limiti, delle proprie paure. Il contatto con il diverso è motivo di arricchimento personale, momento di riflessione.

Nurredin incarna l’individuo libero da retaggi ancestrali, da condizionamenti culturali, disposto ad aprirsi all’altro, a contaminarsi, senza casa, ma cittadino del mondo:

“non ha origine, lui. Lui è puro uomo. Generato in un transito casuale, sgusciato tra due mondi approfittando di un interstizio… perché mai dovrebbe addossarsi il legame di una madre sicura, lui che ci ha messo tanto a svincolarsi dai suoi dubbi sul padre? Senza un paese suo, senza una lingua che non gli sia straniera, non sentendosi a casa in nessun luogo, sarà libero di trovarsi bene dappertutto”[532].

 

Anche nel romanzo La rossa e il nero la protagonista incontra uno straniero, che la riesce a coinvolgere in un rapporto breve, ma intenso, capace di risvegliare in Cettina la sensualità sopita e la convinzione di poter piacere agli uomini.

La Schwarz nota inizialmente un altro siriano, ma per nulla attraente:

“Ora si era spostata di qualche metro e controllava il lavoro di un terzo uomo, uno che mi sembrava di avere già visto, ah sì, certo: il più adulto dei due siriani che avevo già notato al tavolo della colazione e che nessuno mi aveva presentato. Un operaio non era, ma per essere un archeologo mi sembrava vestito in maniera un po’ troppo disinvolta, con quelle ciabattone di plastica sui grossi piedi sporchi e i pantaloni di una vecchi tuta che facevano borse imparzialmente sopra e sotto le ginocchia. La polo di un color verde vomito e a righe diagonali, era al di fuori di ogni possibilità di giudizio”[533].

All’immagine dello straniero sciatto, che è il tecnico di scavo beduino Abu Tariq, si contrappone  quasi subito la folgorazione per l'aspetto attraente e il fascino virile di Ahmad Harbi, l'archeologo rappresentante della Direzione Generale delle Antichità e dei Musei di Siria.

“Così, era questo condirettore siriano dei lavori della Missione. Magro ma muscoloso, non alto ma slanciato, con folti baffi neri ma senza barbe che gli nascondessero la fossetta sul mento volitivo, ohi ohi, ma era un clone di Cary Grant da giovane mischiato con un bel tocco di Omar Sharif e accessoriato del sorriso ironico di Harrison Ford a quarant’anni… Se non mi fossi detta che però gli mancava qualcosa di Sean Connery e non aveva niente di Gorge Clooney, avrei continuato per chissà quanto tempo a rispondere con smorfie di apprezzamento alla singola occhiata d’intesa che mi aveva rivolto Alessandra entrando nella stanza e vedendolo lì”[534].

Il brivido che inizia a percepire, guardando Ahmad, si fa più intenso, quando lo sente parlare: il siriano sciorina uno stupefacente accento romanesco, acquisito nei sei anni passati a Roma, seducendo la donna solo con il timbro della voce: “bella, però la voce: anche quel che di troppo strascicato non ci stava poi male. Come una spalmatina di miele su un filone di pane nero…”[535].

La distanza tra loro è abbattuta dall’iniziativa dell’uomo, che inaspettatamente le si siede vicino, mentre lei, di sera, ammira il cielo stellato dell’Oriente. E si ritrova a chiacchierare con Harbi, scoprendo “[…] che […] era curioso almeno quanto sono curiosa io, un affamato di sapere a largo raggio”[536]: rimane, così, affascinata anche dal suo essere, non solo dall’apparenza. Il condirettore siriano, mostratosi ben disposto nei suoi confronti durante la chiacchierata, si rivela più ostico del previsto da avvicinare con continuità, e appare, in alcune occasioni, scostante e distaccato. La Schwarz pare spiazzata dal gioco di Ahmad, che muta atteggiamenti con volubilità, tanto che, dopo averla ignorata a pranzo, la raggiunge nel suo studio fotografico, con l’intenzione chiara di sedurla. Entrato nella camera oscura, appare agli occhi innamorati della fotografa come un astro, che irradia luce abbagliante[537]. Lo sguardo dell’uomo invischia[538] Cettina, incapace di reagire davanti al regalo donatole[539] e soprattutto al complimento ricevuto[540]. Harbi si fa intraprendente, l’abbraccia e la bacia “[…] con un lungo, largo, lentissimo lavoro di labbra e lingua e denti e respiro e saliva e fuoco e fiamme”[541]. Poi, “[…] presuntuoso e arrogante […]”[542] la invita ad un incontro notturno, al quale la donna non può andare, perché si è presa una forte  febbre. Ma il tentativo del siriano è solo rinviato. Infatti riesce a portare con sé ad Aleppo Cettina ed entra di soppiatto nella sua camera. Quando la donna si accorge di lui, sdraiato sul letto, è troppo tardi, l’uomo l’afferra e la bacia con passione: lei non vuole resistergli[543]. I due ingaggiano una "lotta greco- romana"[544], esaltando la propria vigoria, Ahmad si serve delle sue conoscenze letterarie per rendere memorabile il rapporto sessuale, recitando alcune poesie. La Schwarz geme “[...] scompostamente […]”[545], esortandolo a continuare la sua declamazione.

Il giorno dopo incontra Inanna, ai cui occhi Cettina appare diversa, ringiovanita, più femminile: “[…] sono proprio contenta che invece adesso stai bene, molto bene, direi, incredibilmente bene, sembri un’altra persona, really, non sembri neanche più tu, appena ti ho vista dietro la vetrata mi sono detta, ma è lei o non è lei?, così tutta… femminile”[546]. Il rapporto con Ahmad l’ha sollecitata a recuperare la propria sensualità dimenticata, dopo la conclusione del matrimonio con Gigi, a sentirsi nuovamente e appieno donna. Nemmeno la notizia che il siriano è sposato, incide sulla sua rinascita.

“E sono anche certissima che i capelli all’hennè me li terrò: guarda come mi scendono vivaci sul mio bel frontale nello specchio che domina la piccola anticamera, guarda come mi fanno scintillare gli occhi che, non l’avevo mai notato, sono davvero grandi e luminosi e, sarà per l’effetto dei capelli, non sembrano più grigi, sembrano quasi blu, quasi dello stesso colore della perla di lapislazzuli"[547].

La donna fa memoria dell’esperienza, conservando il regalo di Ahmad e si presenta ai colleghi con un nuovo aspetto, più attraente, tanto che Piccinni ne rimane sedotto.


Il sesso

“Il sesso è una cartina tornasole per capire come una persona si mette in rapporto col mondo. Marilina, che è un personaggio molto intelligente, lo usa come strumento di conoscenza (di se stessa e degli altri). Arianna, la protagonista del mio secondo romanzo, invece, è una ragazza incerta sulla propria identità sessuale e quindi giocherella con i ruoli non sapendo mai se fare la parte del maschio o della femmina. Quanto ai protagonisti di Benvenuti in questo ambiente.... guarda, ti faccio rispondere da uno dei personaggi della Bruttina stagionata, che quando ha detto questa frase non conosceva Camacho di Del perché i porcospini attraversano la strada e ovviamente nemmeno il dott. Digrosso dell’ultimo [al momento della dichiarazione] romanzo, ma aveva già le idee molto chiare: non è il sesso che è strano, è che “Siamo strani tutti>”[548].

Così risponde Carmen Covito ad una domanda, rivoltale da Antonella Martini, riguardante il sesso, tema trattato diffusamente e con disinvoltura dall’autrice, in tutti i suoi romanzi. Il rapporto sessuale ha un ruolo rilevante nella vita dei personaggi e diviene uno specchio che riflette il loro essere, la loro capacità relazionale. Il sesso è un canale comunicativo, permette all’individuo di entrare in intimità con l’altro, di scoprire il proprio io nascosto. Per l’autrice ogni incontro è foriero di stimoli nuovi, che solleticano l’uomo/la donna a meditare su se stesso, sull’altro, a riconoscere l’onda d’urto causata dal contatto del corpo e dalla fusione delle anime, quando questa avviene. La Covito descrive le molteplici facce del sesso, riuscendo con abilità a dare voce ai differenti stati emotivi che provoca, non si limita a darne una connotazione unica, ma anzi coinvolge il lettore in scene diametralmente opposte: romantiche, violente, divertenti, eccitanti, pudiche e scandalose. Senza esitazioni dà un quadro realistico delle dinamiche sessuali della società contemporanea.

Già nel racconto Scheletri senza armadio il rapporto sessuale assume per Mimmo una funzione conoscitiva della propria anima, soffocata fino a quel momento. Egli appare un ragazzo confuso agli occhi della zia, che non riesce a capire le tendenze del nipote, ma che riconosce la necessità per lui di “[...] un tutore, come alle piante che non hanno fusto o una spina dorsale”[549]. “La lezione” del dott. Parker lo trasforma, “Mimmo sembra più dritto, meno dinoccolato del solito, come se adesso avesse veramente uno scheletro dentro”[550].

Il sesso, per Marilina, ne La Bruttina stagionata, è una necessità da soddisfare[551] e Berto le appare una soluzione alle difficoltà relazionali, avute con gli uomini nel corso della vita. Negli amplessi con il giovane mantiene un grande controllo di sé, della situazione, non si lascia coinvolgere, vivendo il rapporto senza sentimento e senza piacere. In quei momenti riesce a separarsi dal proprio corpo, lasciato in balia della brama del suo compagno, e può osservare dall’esterno ciò che le accade. Marilina si sdoppia, la sua parte razionale diviene entità estranea a lei, giudice severo dello spettacolo che ha davanti.

“Lei, pur gradendo, avrebbe desiderato coinvolgersi, provare un’emozione almeno per cortesia, e invece niente. Sotto quel piacere di pelle che le modulava ogni respiro in lusinghieri ansiti, Marilina restava freddamente presente e si osservava e lo osservava, registrando gli eventi con silenziose note a margine. Eccellente la tecnica, compatta la testura dei muscoli, alti e rotondi i glutei, bei bicipiti sodi decorati da piccoli tatuaggi [...]”[552]

La Covito destina alla scrittrice di tesi clandestine delle violenze sessuali, che Marilina accetta, anzi giustifica con il suo esasperato razionalismo. Esperienze tragiche per qualsiasi donna si tramutano, agli occhi allucinati del lettore, in situazioni accettabili per la vittima. La drammaticità della violenza è smorzata dalla capacità di Labruna di saper fare astrazione di tutto ciò che le accade. L’autrice dà voce alle pulsioni incontrollabili di un giovanotto, che aggredisce la donna in un vicolo di notte, bramoso di un piacere sconosciuto. Nell’assalto non c’è ostilità[553], la belva è sospinta solo dall’eccitazione:

“[...] l’animale che le era balzato addosso aveva forse zanne pericolose, ma di certo era giocherellone, e infatti la spingeva con qualcosa di duro che come arma era senz’altro impropria e sconveniente [...] era un ragazzo piccolo di statura e anche di età, quindici o sedici anni [...] “Fammi venire” le balbettò in faccia, “questa è la prima volta””[554]

Di fronte a questa aggressione Marilina reagisce con una lucidità strabiliante, si propone di “riprendere il controllo [...]”[555] della situazione, tenta di arginare la foga del ragazzo, rappresentata con grande pathos dalla Covito, con una sapiente successione di verbi: “[...] lui con un sospiro le lasciò il braccio, fece un tentativo di aprirsi un varco nella scollatura, si inceppò nel blusotto, rinunciò e smanacciò a casaccio sulla stoffa, mentre le insalivava tutta la faccia e il collo”[556]

La donna decide di soddisfare la richiesta del giovane e, tolti gli abiti di vittima, si dispone, quale sacerdotessa del sesso, ad iniziare il profano al rito:

“[...] si decise a prendere in pugno quell’affare, che trovò maneggevole. Curiosa, si spinse a una carezza profonda, incontrò due rotondità di marmo, risalì [...] lei si era messa all’opera con diligenza: prima volta o no, voleva sinceramente fargli un bel servizio, qualcosa che riuscisse memorabile, però dopo nemmeno tre secondi se lo sentì fiottare tra le dita e sulla gonna, quieto, senza una scossa o un gemito [...] poi gli appoggiò le labbra su una guancia [...]”[557]. 

Marilina stravolge così la situazione iniziale, cosa che riesce a fare in un’occasione ancora più grave, quando Berto la stupra. Il giovane non accetta un rifiuto della donna e la assale con violenza. La differenza di costituzione non permette a Marilina di opporre una valida resistenza e la donna è costretta a soccombere alla forza dell’uomo. Ma non si arrende all’evidenza dell’accaduto, analizza la situazione e conviene che “[...] dopotutto questo stupro non la riguarda. È un fatto: ma in fondo non è un fatto personale [...] basta fare astrazione come un uomo, escludere il contesto, concentrarsi sul sesso”[558]. La donna si rivolta contro Berto, reagisce con vigore, facendosi parte attiva nell’amplesso e riuscendo, così,  “[...] a confondere le carte non [essendo] più molto chiaro chi dei due stia violentando l’altro, né se una violenza c’è”[559].

Il rapporto sessuale, vissuto con distacco, non si fa veicolo di conoscenza, non permette a Marilina di penetrare nella propria anima. Ma certamente è testimone delle difficoltà comunicative della donna, che si manifestano chiaramente anche in questo particolare ambito relazionale. Lei accetta l’amplesso, perché si stupisce che qualcuno possa desiderarla[560], ma non si lascia invischiare in un rapporto che la coinvolga completamente. I suoi pruriti possono essere soddisfatti anche da un vibratore, asettico sostituto di un uomo, che garantisce un piacere senza il rischio di un coinvolgimento emotivo. Marilina vive queste esperienze “[...] lucidissimamente fuori di sé [...]”[561], mantenendo un rigoroso controllo di se stessa ed evitando così di penetrare nei reconditi abissi della propria anima.

È l’avventura con Karim a mutare il suo approccio con il sesso. Infatti la situazione anomala, in cui si viene a trovare, la sollecita a farsi coinvolgere appieno nel rapporto e a goderne. In quei momenti Marilina si sente donna, una donna che piace, che sa eccitare l’uomo, che riesce conquistarlo e accetta di farsi possedere: “lei, in reggiseno e slip di pizzo nero [...] sentì dire “che culo” [...] “Hai una figa bellissima, lo sai? Sei come una ragazza di vent’anni.” Lei sentì il sangue liquefarsi e scorrerle a goccia dietro goccia in tutti i capillari, come vene di pianto a fior di pelle”[562]. Labruna permette a Karim di penetrarla, di “[...] entrare in un nucleo asserragliato da qualche parte in fondo a lei”[563], nel proprio io. L’invasione dell’uomo in questo territorio proibito la libera dalle inibizioni, la trasforma in una seduttrice, capace di giocare con il sesso. Tanto che si lascia coinvolgere in un’ammucchiata a tre, “[...] ridendo e scherzando e riridendo e rischerzando e confondendosi in un groviglio di gambe e bocche e sessi tale che a un certo punto non sa più chi stia facendo che cosa con chi”[564]. La Covito guarda la scena con un mezzo sorrisetto, divertendosi di fronte a situazioni grottesche, anomale[565], nelle quali l’amplesso assume posizioni originali. Anche in questa occasione Marilina, pienamente conscia di se stessa e della funzione del sesso, riesce a cogliere una verità importante durante la performance: "[…] e mentre caccia un urlo aggrappandosi per il contraccolpo ai pettorali di Enzo, ha una folgorazione poetica: per una donna un uomo solo è troppo, ce ne vogliono due”[566].

Arianna, protagonista di Del perché i porcospini attraversano la strada, è un personaggio connotato da una forte incertezza per le proprie tendenze sessuali, diviso tra il suo essere fisiologicamente donna e il profondo desiderio di vestire i panni maschili. Questa incompletezza, o meglio complessità, la tiene lontana dal sesso fino ai ventiquattro anni, quando per la prima volta assapora il gusto del corpo di un uomo. Ma, nonostante l’atmosfera creata, il reciproco piacere provato per la scoperta dell’altro, l’intimità non raggiunge l’apice e la ragazza rimane vergine. La penetrazione fisica violerebbe non tanto il suo corpo, quanto l’anima[567], l’io rimasto celato negli abissi della sua interiorità. Il sesso è il canale comunicativo per eccellenza, il mezzo ideale per confrontarsi, scoprire l’altro e svelarsi a se stessi. Arianna teme di doversi guardare in profondità e quindi preferisce non chiedere al sesso delle risposte, e accetta di consumare il rapporto con Gabriel, una volta che la sua verità l’ha già trovata: “per fare tutto quello che volevamo noi, non dovevo per forza eliminare me”[568].

La relazione sessuale è occasione per giocherellare con i ruoli[569], ed, infatti, la ragazza si diverte ad incarnare sia l’icona della donna seduttrice che l’incerta rappresentazione del bisessuale.

“Da un vetro rotto entrava una lama di gelo, ma mi sfilai di fretta tutto quello che avevo addosso e gli rimontai sopra a cavalcioni con l’intenzione di inchiodarlo alla sedia e alla realtà della mia pelle d’anatra. Se lui abboccava all’esca dei capezzoli che mi erano diventati subito viola e turgidi dal freddo, avrebbe anche dovuto abbassare la testa, e l’avrei fatto smettere di inseguire quelle brutte stelline che lo portavano via. Le mie reni ne uscirono a brandelli, eppure per parecchi giorni dopo andai in giro svettando come fossi più alta di quel che ero: per raddrizzare il portamento di una ragazza sospettata di scarsa femminilità non c’è di meglio che avere per rivale un intero subcontinente e sconfiggerlo", "[...] gli ho permesso do scoparmi tre volte – quattro , è vero, se va contata quella in cui ci siamo sodomizzati a turno nei camerini, lui secondo natura e io, sudando freddo per la paura di rovinargli qualcosa di impreciso e di profondo, con il suo vibratore preferito [...]”[570].

Ma anche Arianna riesce, in un’occasione, a vivere il sesso con un coinvolgimento totale, in cui i sentimenti e le pulsioni non soffocano la voce dell’anima, e a cogliere, così, l’essenza della sua relazione con Camacho. L’amplesso è solamente un sogno, una fantasia, ma diviene momento di condivisione[571], di penetrazione nell’universo interiore dell’altro[572], di rivelazione[573]. Arianna non potrà mai possedere l’uomo amato, perché non è in grado di raggiungerlo, essendo lui sempre in anticipo sui tempi della ragazza.

In Benvenuti in questo ambiente il dott. Digrosso ha uno stranissimo rapporto con il sesso. Ugo non si riconosce appartenente ad un genere sessuale ben definito, anzi muta continuamente mascheramento, ed “[...] è omosessuale con le donne ed eterosessuale con gli uomini”[574]. Questa indecifrabilità gli garantisce la possibilità di divenire ciò che gli pare, di attendere alle aspettative dei suoi interlocutori, interpretando la parte più gradita a loro. “Però sembra che un sesso bisogna proprio avercelo, e allora se qualcuno insiste per saperlo io dico che avrò il sesso degli angeli. E cazzi suoi andare a indovinare qual è”[575].

Digrosso non si adegua agli stereotipi sociali, non si lascia definire, limitare, anzi pretende una libertà assoluta per la realizzazione del proprio io. Rifiuta il contatto corporeo con l’altro, e quindi, di fatto, rinuncia al rapporto sessuale, preferendo “[...] i sistemi alternativi”[576], con i quali non sia tenuto a toccarsi. Il dottore, infatti, predilige stimolarsi con esercitazioni mentali della fantasia, legando le proprie mani alla sponda del letto. Il sesso perde evidentemente la funzione comunicativa, diventa occasione di puro soddisfacimento delle pulsioni, momento di estrema chiusura al mondo esterno.

Una simile considerazione va fatta anche per Annapaola, che con il suo approccio violento e la prospettiva di un amplesso senza coinvolgimento, spaventa Nurredin, smanioso invece di dare concretezza ad un’ immagine rassicurante del rapporto carnale con una donna: “immaginava un senso di calore profondo, una dolcezza vaporosa che lo avrebbe avvolto come un grande maglione di cachemire: grande abbastanza da starci bene e comodi in due”[577].

Annapaola desidera sesso fine a se stesso, il giovane agogna un amplesso in cui uomo e donna entrino l’uno nell’altro, condividendo vicendevolmente la propria intimità. Nurredin trova in Dama/Lucia la femmina ideale ad iniziarlo a questo mondo non ancora violato, ad un rito conosciuto nei racconti altrui. Lucia ha vissuto sempre il sesso come mezzo comunicativo, occasione per specchiarsi nell’altro, per imparare a conoscere se stessa, attribuendogli addirittura poteri taumaturgici. Nella relazione, avuta in giovane età, con il prof. Patanè prende pienamente coscienza della propria condizione psichica, della psicosi di cui è affetta[578], ma non riceve dall’amante l’aiuto sperato[579]. L’uomo dovrebbe aiutarla a rimettere insieme i pezzi del suo io, incapace di relazionarsi con l’altro, ma instaura un rapporto con la studentessa, puramente fisico, disinteressato alla condivisione del mondo interiore della partner.

“Ma il professore non cambiò quel suo sguardo su di me, uno sguardo che mi sembrava fisso, fermo, eterno. Mi faceva pensare all’espressione “lungo come la fame” e non capivo che c’entrasse questo luogo comune, però poi, molto tempo, mi sono resa conto che era uno sguardo esattamente così: lungo. Perché il mio professore non guardava me tutta palpitante davanti a lui nell’attimo presente. Mi oltrepassava. Guardava già il momento in cui sarebbe stato dentro di me con gli occhi chiusi e con l’uretra aperta a far schizzare fuori il suo strilletto conclusivo da maschio fiero di sé”[580].

Lo sguardo di Patanè non cerca un dialogo con gli occhi o l’anima di Lucia, è vitreo, privo di ogni coinvolgimento empatico. Il contrario di ciò che accade nel rapporto sessuale con Nurredin, che, con la sua dolcezza e ingenuità, risveglia i sensi sopiti della donna. Ma la relazione riapre anche ferite giovanili, curate durante la segregazione e nell’animo di Lucia si fa largo l’ansia, causata dalla percezione della permeabilità del proprio corpo e del proprio io, talmente labili, da rischiare di essere assorbiti dagli individui e dalle cose intorno a lei.

“Ma qualcuno dovrà pur dire “io”, non importa se per un tentativo estremo di difendere un nucleo di soggettività fredda e asciutta dal caos della fusione o perché non c’è niente che scateni l’illusione di esistere in sé e per sé più della vicinanza di un corpo altrui [...] devo allentare questo abbraccio. Intimità eccessiva. Ho già ceduto troppo. Sto pensando già troppo i suoi pensieri. Mi sta invadendo. Lo sapevo”[581]

Il sesso la avvicina eccessivamente all’intimità altrui, la proietta pericolosamente nel corpo e nell’animo del partner, annullando ogni limite fisico, tanto che i pensieri dell’altro divengono suoi. Il rischio di perdere l’identità la costringe a scegliere di nuovo la solitudine.

Nell’ultimo romanzo Cettina vive una notte rovente con Ahmad, che riesce a conquistare facilmente la donna. La Schwarz, rientrata nella stanza d’albergo, trova l’uomo sul letto, chiaramente intenzionato ad approfondire il loro rapporto: “e difatti eccolo che mi abbraccia e, ohi ohi, baffo sulle labbra, invito e lingua in bocca, e io, scema, che gli cedo un altro punto rispondendo perdutamente invece di respingerlo…”[582]. Cettina raccoglie la provocazione di Ahmad e in breve si ritrova avvinghiata all’uomo, “[…] con le gambe alla vita e […] le caviglie su due natiche sode […]”[583]. Le ultime esitazioni della donna vengono meno di fronte agli occhi fiammeggianti dell’archeologo, il suo timore di non essere più in grado di fare l’amore si dissipa, mentre Ahmad la penetra. Cettina perde ogni controllo, si lascia coinvolgere nell’amplesso, che la fa gemere “[…]scompostamente […]”[584], che la illude “[…] di risplendere più del sole nel cielo, o Unica, o Beneamata, poiché tu sei la Luna e il sole è il tuo schiavo […]”[585]. Il siriano recita alcune poesie sentimentali, dando un impronta romantica al rapporto sessuale, creando un’atmosfera da favola. Il giorno seguente Cettina scopre che l’uomo è sposato e rimane basita di fronte alla rivelazione. Il rapporto consumato apre gli occhi alla donna, che coglie, così, in se stessa una debolezza interiore: “[…] mi sono illusa volendomi illudere. Non mi posso fidare nemmeno di me stessa. Perché avrei dovuto mettermi in allarme davanti a tutta quella poesia, e invece niente, me la sono proprio goduta. Scema e indifesa. Scema e bisognosa. Scema e incapace di vedere la realtà”[586].La presa di coscienza del proprio limite la rafforza, consentendole di affrontare, in seguito, gli uomini con maggiore sicurezza e sfacciataggine, conscia della armi seduttive, di cui dispone.


I genitori

Nei romanzi della Covito è individuabile una presenza ricorrente delle figure dei genitori, che hanno una grande rilevanza soprattutto ne La Bruttina stagionata e in Del perché i porcospini attraversano la strada. La scrittrice indugia con graffiante ironia sulla descrizione di questi personaggi, che si fanno portatori di valori antichi, consumati dal tempo, diventati ormai anacronistici, in palese contrasto con le convinzioni dei figli. Le madri sono ancorate all’istituzione della famiglia, ai tabù sessuali del passato, ad un legame uomo/donna, consacrato dal matrimonio, i padri esercitano il loro potere, anche in modo apparentemente dimesso. La donna si sente radicata al focolare domestico, l’uomo non disdegna l’evasione, in un caso anche la fuga.

I genitori di Marilina vivono il matrimonio con una profonda difficoltà comunicativa, persi dietro la propria vita, che non comprende il partner. Filippo è un uomo del sud, imbevuto della cultura tradizionale meridionale[587], attento più alla reputazione della figlia che alla sua educazione, coinvolto unicamente dal suo lavoro di commesso viaggiatore. Ersilia è una donna svagata, presa da un’insana passione per le figurine della Mira Lanza, alla disperata ricerca di quella da cento punti. Trascorre molte ore a riordinarle, a suddividerle e a spedirle, in attesa di un regalo: “[...] un frullatore, o un nuovo ferro da stiro o, nel caso che i punti non bastassero per tanto, sei cucchiaini in bachelite e acciaio”[588]. Fa incetta di fustoni di detersivo, agognando la pesca fortunata, consumandoli tutti per una questione di moralità[589]. La sua stravaganza è acuita da momenti di follia, in cui esce di casa in vestaglia, inveendo contro i passanti e lanciando vasi di fiori ai malcapitati, accusati di volerle sottrarre “tutti” i suoi gioielli d’oro. Ersilia riesce così a dare sfogo alle proprie frustrazioni “[...] di donna quasi in menopausa [...]”[590], priva di una vita coinvolgente, che la faccia sentire “[...] nel centro di qualcosa almeno per un’ora, un’ora e mezza [...]”[591]. I due rimangono l’uno al fianco dell’altra “[...] a dilaniarsi tra loro [...] a contemplare in coppia il telequiz del sabato [...]”[592], tentando di sopravvivere nell’odio e nell’indifferenza, fino a quando Pippo non decide di iniziare una nuova vita con un’altra donna. Al suo funerale, Marilina lo ricorda “[...] tarchiato, basso, di ossa tozze, razza mediterranea trapiantata a Milano troppo tardi per sviluppare un po’ di longilineità”[593], accusandolo di averle procurato la sofferenza di un brutto aspetto[594]. Di lui non rintraccia nei meandri della mente momenti di affetto o di complicità, ma solo il silenzio dei sabato sera davanti alla TV e il fastidioso controllo esercitato sulla sua vita sociale. Marilina non sente il desiderio di dare un ultimo sguardo al padre morto, manifestando un palese disagio di fronte ad una persona poco presente nella sua crescita. Talvolta riaffiora l’odio provato per lui e per la madre, per quel loro gusto di tarparle le ali[595] ai tempi dell’adolescenza, quando si fa sentire la voglia di fuga, acuita nel suo caso dalla situazione familiare. Solamente contro di lei i genitori sono disposti a sopire il rancore reciproco, coalizzandosi, apparendole insolitamente uniti, “[...] un gigantesco carceriere a due teste [...] pronte [...] per sputare sentenze comuni su di lei”[596].

Rispetto a Pippo, Ersilia è più presente nella storia della figlia, se non altro per la condivisione di un certo periodo del tricamere più cucina, spazio comunque troppo piccolo per una convivenza serena tra le due donne. I caratteri inconciliabili non sono l’unica causa delle incomprensioni, anzi l’ambiente è reso invivibile soprattutto, dall’infelicità di Ersilia, incapace di sopportare l’abbandono del marito. La donna tenta di riconquistarlo nei modi più disparati, rivolgendosi indifferentemente ad alcune fattucchiere della zona e ad “[...] un pretino mandato a far la spola tra Milano e la villa sul Garda [...]”[597], non lesinando anche minacce via lettera. Ma i tentativi sono inutili e la cappa di tristezza nell’appartamento si fa soffocante. Così anche Marilina scappa da casa, mantenendo comunque un rapporto con la madre, più per rimorso che per amore filiale[598]. Nelle visite settimanali si accorge dei cambiamenti della donna, curata nel look, raffinata nella scelta di abiti particolarmente coloriti. In bagno trova una serie di trucchi, rossetti, fard e creme, ravvisa negli atteggiamenti della madre “[...] manierismi da pupetta imbecille”[599]. La donna reagisce alla vita passata con questo progressivo mutamento, questo ringiovanimento dell’aspetto, ma si mantiene salda alle sue convinzioni, ai suoi tabù. Infatti quando il discorso cade sul sesso, si impaccia sempre e “[...] si affanna a sciorinare cortine di eufemismi e alzare fumi impenetrabili tutto attorno alla COSA”[600]. Ma questo non è l’unico argomento sul quale madre e figlia non riescono a confrontarsi e infatti il loro rapporto rivela delle crepe comunicative profonde. Marilina, quando parla al telefono con Ersilia, segue distrattamente i discorsi della mamma, volgendo la propria attenzione altrove, evitando così di farsi coinvolgere dalle sue paranoie, dalle fissazioni, in particolare, per il mondo della magia e dell’occulto. La madre, nelle telefonate, racconta minuziosamente delle sedute spiritiche, alle quali ha partecipato, convinta di essere riuscita a parlare con lo spirito del marito, grazie alla mediazione dell’amica Pucci, capace di ricomporre un’unità mai goduta. L’universo spiritico diviene spazio utile per ricomporre un rapporto, che non è riuscita a vivere nella realtà, per sanare delusioni brucianti. Ersilia riconosce al paranormale un’essenza di verità, difficile da accettare per Marilina, che tuttavia “[...] si piega comprensiva, con un orecchio solo, verso le debolezze della testa sopravvissuta”[601], assolvendo il suo ruolo di ascoltatrice distratta. La madre, percepito il disinteresse, talvolta reagisce facendo l’offesa, interrompendo la telefonata con una scusa banale[602], ma trova comunque, quando la necessità è stringente, in Marilina un punto di riferimento e un sostegno. Infatti la figlia, pur infastidita[603] è pronta ad accorrere all’ospedale dalla madre ingessata e si trasferisce a casa sua. In questa circostanza si manifestano nuovamente le difficoltà del rapporto, causate soprattutto dall’invadenza materna nell’intimità della figlia, incapace, a dispetto degli insegnamenti ricevuti, di trovare un uomo, togliendole quel “[...] peso di non essersi mai potuta mettere un cappellino da madre della sposa”[604]. Ma la relazione madre/figlia subisce un tracollo, quando Marilina non approva l’idea della mamma di monetizzare i suoi beni e di viaggiare per il mondo con Pucci. Il rapporto si interrompe per volontà di Ersilia, offesa per l’insensibilità della figlia, incapace di capire le sue paure. Il viaggio rappresenta uno spauracchio, che può allontanare lo spettro della solitudine e della debolezza senile. Nel periodo di silenzio della madre, mentre Marilina tenta di contattarla invano, riceve delle telefonate anonime, che poi intuisce essere di Ersilia. La donna, pur offesa, desidera mantenere un contatto, sentire la voce della figlia, esimendosi però da qualsiasi comunicazione verbale. In questo cercarsi è riconoscibile un sentimento, o almeno un bisogno connaturato. Il dialogo tra le due riprende. Marilina, suo malgrado, fa buon viso alle follie delle due amiche ed è invitata a casa di Ersilia per dare una mano a preparare le valigie. Il rapporto tra madre e figlia non è certamente sorretto da un affetto naturale, più che altro si fa sentire la forza del legame carnale, di un sentimento generato dalla discendenza genealogica. Marilina di fronte alla mamma dormiente, colta nella sua debolezza e fragilità, riconosce l’essenza della loro relazione:

“[...] Ersilia era supina nel letto e, a bocca spalancata, russava forte. Senza dentiera e senza trucco, le sue guance vizze si increspavano in dentro, disegnando sacche d’ombra nel grigio mortuario della pelle, i bargigli del collo tremolavano vizzi e a ogni rantolo un fiotto di saliva le gorgogliava in gola. D’istinto, Marilina aveva fatto un passo indietro e c’era stato in lei come uno strappo, come l’avvio di uno srotolamento. Era qui, ancora, il vecchio cordone ombelicale tante volte reciso, e la teneva unita senza scampo a quel corpo terribile, presente, confortante a suo modo. Quella era sua madre.”[605]

I genitori di Arianna, in Del perché i porcospini attraversano la strada, sono personaggi funzionali allo svolgimento della trama e pertanto la Covito li analizza accuratamente, descrivendoli con tratto preciso. Angioletto, di nome più che di fatto, appare un uomo dimesso, succube della moglie, coinvolto dai suoi hobby, ma la realtà è parzialmente differente. I ripetuti colpi di scena svelano uno scenario, in cui il padre ha un ruolo predominante nelle dinamiche familiari[606] ed è coinvolto in affari illeciti. Angioletto si lascia tentare dalla fame di denaro, investendo il suo, in prestiti ad usura, fatti anche alla figlia. Proprio però per questa sua disponibilità a trattare, Arianna riesce ad instaurare con il padre un rapporto di complicità, a “catturare la sua attenzione con un pizzico di umorismo [...]”[607], alleandosi con lui già in tenera età, almeno per brevi istanti, alle spalle della madre[608]. Ma, nonostante questi momenti, la ragazza è consapevole, che neanche il padre provi per lei affetto, e infatti in una riflessione lo accomuna alla madre e agli zii, personaggi a lei ostili:

“So che cosa avrebbero pensato di me Olga e Angioletto Maj: avrebbero pensato la stessa cosa che stanno pensando mio zio Guido e zia Nida. Che, se io morissi adesso, in futuro la loro famiglia ci guadagnerebbe un bel po’ di milioni anche a non tener conto del negozio, perché, sebbene le mie quotazioni non siano ancora alte, salirebbero subito”[609].

Nel momento del bisogno, quando si fa urgente la volontà di tornare a casa, si mette in contatto con il padre, trovandosi di fronte l’uomo che aveva lasciato a casa per seguire le sue ambizioni artistiche. Il discorso cade ripetutamente sugli argomenti a lui più graditi: i soldi e i suoi trenini.

““Be’, tanto vale che te lo dica: il fatto è che abbiamo affittato la tua stanza [...] Affittato. Era là che prendeva polvere inutilmente, e così abbiamo pensato che un po’ di soldi in più in casa non...[...] se ti accontenti, c’è il divanoletto giù nella tavernetta.” “Ma...e tutti i plastici dei trenini dove li metti?” Mio padre ridacchiò di nuovo: “Te ne ricordi ancora? Niente, niente roba passata. Ceduti. Un affarone. Ora mi sto occupando di comandi a distanza, elicotterini, aereoplanini, qualche missiluccio, tutto in scala perfetta, vedrai ma non tengo più niente in casa, vado direttamente a collaudare i prototipi in fabbrica [...] collaudo tutto io: a gratis, certo, ma quando c’è la passione c’è tutto [...]” mi riusciva difficile concepire mio padre senza neanche un trenino, però dissi soltanto:”Benissimo.” Fu lui a mettere in ballo l’altro argomento. “Penso che ti serviranno dei soldi per il viaggio [...] quanto vuoi?” “Dipende...Dieci per cento come al solito?” “Quindici” disse lui. “Purtroppo non posso farti meno del quindici. Da quando tu sei via è aumentato tutto””[610].

Il denaro è al centro di ogni discorso del padre, che cerca sempre il guadagno in tutto ciò che fa. Anche alla figlia, in ambasce, non regala nulla, anzi pretende da lei un elevato tasso di interesse, giustificandolo con l’inflazione crescente. Angioletto è un uomo arido di sentimenti, incapace di provare affetto anche per le persone a lui più vicine. L’assenza di relazioni umane è colmata dalla passione per i modellini dei treni e poi degli aerei, che gli offrono una via di fuga dal mondo esterno. L’utilizzo di questi macchinari gli permette di assentarsi, di evitare i problemi quotidiani, addirittura di creare un microcosmo adatto a lui, in cui nascondersi. La moglie, una volta ucciso, onorando il ricordo del marito, lascia che i modellini degli aereoplanini volino sulla casa, quali corvi presaghi del sangue versato. Olga compie il delitto, perché il suo mondo è stato violato, la sua intimità resa pubblica, il passato riportato a galla, in seguito all’arresto di Angioletto e all'accusa, nei suoi confronti, di usura. La donna non accetta, che nella sua vita ci sia qualcosa fuori posto, tutto deve essere in ordine, tutto deve essere perfetto, anche il suo aspetto in punto di morte.

“Lei indossava un tailleur nero col bordo di spighetta di seta, alquanto lucido in corrispondenza dei gomiti ma non ancora da buttare via, scarpe e borsetta in tinta, filo di perle al collo, le sue migliori boccole ai lobi delle orecchie illividite dal monossido di carbonio fino a fare parure con gli zaffiri blu [...] mi fu detto però che dai capelli freschi di parrucchiere le si inclinava in bilico su metà della fronte, stranamente serena, un cappellino estivo: garza rosa guarnita sulla tesa da fiordalisi e papaveri”[611].

Olga vive chiusa nel suo universo, casa – negozio, protetta da una quotidianità ripetitiva, che la rassicura. Non trasgredisce mai il copione già scritto, “[...] deve sempre sapere già dal giorno prima cosa preparerà per il pranzo e la cena dell’indomani...”[612]. Pretende che la sua vita sia ammirata dagli altri, quasi come modello di virtù, valorizza la forma, l’aspetto, solo ciò che appare. Arianna, di fronte ad una madre così ostinata, celata dietro ad un perbenismo di facciata, reagisce, crescendo con una forte passione per la vita. Rifiuta il paradigma materno[613] di instancabile massaia e si ribella alle sue convinzioni retrograde e ai tabù, ormai superati[614]. Arianna, provocata dagli atteggiamenti della madre, manifesta la propria insofferenza con continui mutamenti del look, tagliandosi completamente i capelli e facendosi tatuare sul cuoio capelluto una zanzara. La metamorfosi esteriore, visibile a tutti, è il mezzo migliore per colpire la madre, e contemporaneamente per affermare la propria indipendenza nelle scelte. Tra le due si genera un odio reciproco, che Arianna è consapevole di provare: “io mia madre la odiavo”[615].

Della madre ha un ricordo sfuocato, testimone incerto di un sentimento percepito con chiarezza:

“avrò avuto tre anni, o forse o due, quando mia madre riuscì quasi a uccidermi. Stava stirando delle cose bianche sull’asse [...] forse mi aveva già gridato davvero un paio di volte di andarmene a giocare fuori e smetterla [...] ci fu un urlo, più forte della radio, “Basta!” girai la testa, vidi balenare a mezz’aria il triangolo lucente del suo ferro da stiro seguito da una coda serpentesca [...] la mira doveva essere sbagliata [...] non mi colpì. Almeno, non in pieno [...] il ricordo seguente è una singola immagine vista di sotto in su. Mi mostra dei capelli biondi a ciocche su una fronte sudata e gli occhi di mia madre che mi guardano, freddi come cenere fredda, e mi odiano”[616].

Anche in punto di morte Olga è incapace di provare un sentimento d’amore o d’affetto per la figlia, infatti le lascia come ultimo messaggio una raccomandazione: “Arian’ finito tutto stacc’ il frizer buoni zupp’ buona”[617].

Nel romanzo Benvenuti in questo ambiente la Covito non dà vita ai personaggi dei genitori di Lucia, ma si premura di fare qualche accenno, con cui riesce a suggerire al lettore la realtà familiare della donna. La famiglia Digrosso ha umili origini, la nonna, infatti, venditrice ambulante, si è guadagnata per lungo tempo da vivere, girando i mercati con un furgoncino, riuscendo a migliorare la propria condizione economica, in un modo mai compreso dalla nipote. Il figlio, padre di Lucia, Giorgio, ottenuto il diploma di geometra, avvia un’impresa di costruzioni[618], non riuscendo a sfondare subito. Le difficoltà accusate dall’azienda comunque vengono superate, e la famiglia Digrosso si ritrova in breve tempo benestante, tanto da potersi permettere una vita agiata[619] e garantire a Lucia una rassicurante solidità economica. Ma i genitori palesano gravi mancanze nella relazione con la ragazzina, che manifesta già in tenera età squilibri psicologici, ai quali Giorgio e Pupa non sanno far fronte. Essi sono incapaci di avvicinare la figlia, di comunicare con lei, di scegliere le parole giuste per poter penetrare nella sua intimità, che Lucia vorrebbe svelare: “certo se mi avessero fatto la domanda con le parole esatte, non avrei avuto niente in contrario a raccontare che avevo fatto l’amore con il mio insegnante di lettere [...]”[620].

La fragilità congenita della figlia è gravemente acuita dall’insensibilità dei genitori, i quali nel ricordo di Lucia, divenuta grande, appaiono un’entità, attenta ad esercitare un forte controllo sulla sua vita. I progetti pianificati da loro, le pressioni esercitate su di lei sono vissute come una violenza. Infatti Lucia, raccontando a Nurredin della sua seconda gravidanza, si dichiara felice di essere rimasta orfana e di essersi ritrovata sciolta[621] dai vincoli soffocanti di Giorgio e Pupa, scomparsi in un incidente stradale, uniti anche nella morte. I due genitori rimangono comunque presenti nella mente di Lucia, e penso anche nelle paure, soprattutto nell’aracnofobia, da cui è affetta. Credo, infatti, che il suo terrore abbia un valore simbolico e si possa far risalire ad un regalo di Giorgio a Pupa: “dev’essere stato in quel periodo di prima prosperità che papà regalò a mamma la sua grossa spilla d’oro raffigurante un ...Philodromos Fallax, credo, con gli occhietti di rubino, il corpo satinato e le otto zampe lucide”[622].

La spilla, dono del padre e ornamento quotidiano della madre, rappresenta la loro unione, il fronte comune eretto contro di lei. Il grido disumano, che sveglia Nureddin, non è motivato dalla presenza dell’insetto, ma da ciò che esso incarna: l’entità Giorgio/Pupa. Lucia respinge il ricordo ansiogeno di una giovinezza vissuta dolorosamente, di un papà e una mamma sordomuti di fronte al senso di inadeguatezza alla vita, radicato in lei. L’immagine lontana del giudice severo sembra riprendere consistenza in tutti i ragni.

Nell’ ultimo romanzo la Covito non approfondisce il tema dei genitori, limitandosi a accennare alla figura materna e a delineare la famiglia del padre di Cettina.

La dinastia degli Schwarz risale a Francesco, il quadrisavolo della donna, “[…] tintore venuto da Zurigo, specialista nell’ottenere il "[…]rosso di Adrianopoli"[623], che trasmette agli eredi la passione per i tessuti. Il figlio Beniamino lavora come capomastro in uno stabilimento tessile e il nipote Francesco apre “[…] un bel negozio di tessuti […]”[624], portato al fallimento, dal nonno di Cettina, Beniamino.

Della madre si può intuire, dai pochi accenni, che è legata all’istituzione familiare, ancorata al mondo di Scafati e al suo dialetto, come lo è anche la sorella Flora. La donna si esprime, parlando la lingua del posto, e si lamenta, a detta dell’altra figlia, di Cettina, incapace di provare affetto per la famiglia di origine e sempre lontana dal suo mondo[625]. La Covito si accontenta di dire solo questo.


La tecnologia

Nei primi racconti, editi nella raccolta Scheletri senza armadio, risalenti alla seconda metà degli anni ottanta, non compare alcuna traccia delle tecnologie telematiche, che si fanno largo successivamente nella vita e nella scrittura dell’autrice.

Nel 1992 Marilina Labruna, all’inizio del romanzo, si serve, per la stesura delle tesi, ancora di una macchina da scrivere elettrica, collocata in un angolo puntigliosamente ordinato[626] e precauzionalmente ricoperta da una fodera di plastica. La macchina fa parte degli strumenti rituali con cui può celebrare il rito della creazione letteraria. L’ingresso nella sua vita dell’aitante Giandomenico Accardi le offre l’occasione di utilizzare il computer, prestatole dal giovane, per agevolarla nella riscrittura della tesi. L’intento di Accardi è quello di pubblicare un testo commerciale, rivedendo quello già scritto con taglio accademico, e l’utilizzo della macchina, mai apparsa nel piccolo appartamento di Marilina, gli pare indispensabile. La proposta del giovane la fa sussultare, “«Venceremos!» canta in cuor suo Marilina a sentir nominare il computer, perché lei la videoscrittura se la sogna da un pezzo […]”[627]. Non può aspettare e incalza Accardi, perché lo porti già il giorno dopo. Accoglie questa nuova creatura con entusiasmo, con avidità[628], certa di possedere, seppur temporaneamente, un tesoro geloso da custodire, proibito alle sue modeste possibilità economiche. Lo vezzeggia, “[…] passando gli dà un bacio di striscio sullo schermo, dicendosi che è solo per scusarsi di averlo abbandonato”[629]. Quando scopre che Berto si è procurato le chiavi del suo appartamento teme immediatamente per il computer: “Non c’è dubbio, Berto è venuto per rubare quello, l’unica cosa qui dentro che abbia un minimo di valore”[630]. Quella sera, impossibilitata a trasferire il personal dalla madre, ferma a casa con una gamba di gesso, si trova a dover scegliere tra il “[…] rimanere a fare la guardia […] e tradire la mamma […]”[631] e il rischiare il furto. E non mostra esitazioni nel decidere di restare a dormire a casa sua. 

La macchina si rivela funzionale al lavoro di tagli e aggiunte, velocizza i tempi di riscrittura, le permette di tenere in mano nel floppy disk “[…] undici mesi di vita […]”[632], che potrebbe facilmente cancellare in un attimo, premendo un tasto. Ed è questa funzione che attrae visibilmente Marilina. Infatti le dà la possibilità di esercitare un controllo su qualcosa di esterno a lei, di determinarne il destino, cosa che non riesce a fare con la sua vita.

La Covito riprende una frase biblica della creazione[633], attribuendola alla giovane, che assume così i connotati del creatore, capace di dare forma alle cose, ma anche di distruggere. E infatti Marilina in più occasioni si lascia tentare dai «poteri distruttivi» della macchina:

”[…] questa videoscrittura è proprio uno splendore, facilissimo, ora basta schiacciare un tasto e Leopardi è svanito, mai esistito, mai morto […] fa scorrere il cursore a ritroso per la pagina elettronica e frase dopo frase si rimangia lentamente ogni parola della sua stupidaggine. Ha cancellato tutto, il file è vuoto. Non resta alcun indizio di questo passatempo criminoso che, in ogni caso, costa sicuramente meno di una seduta di psicoanalista”[634].

Ma è solo illusione, una realtà virtuale, gli eventi della sua vita la travolgono, lasciandola spettatrice di se stessa.

Il possesso e l’uso del personal di Accardi la convincono della indispensabilità della macchina[635], tanto che nei sogni ad occhi aperti immagina di potersene comprare uno. Ma la sorte le sorride, almeno in questo caso: il giovane le regala il computer, mettendola di buon umore.

Nel secondo romanzo la Covito non approfondisce questa tematica e si limita a collocare la protagonista dietro i monitor di controllo di un teatro. L’ambiente è attentamente scrutato dall’infallibile occhio delle telecamere, che trasmettono sui video ciò che avviene in tutto l’ambiente: dietro le quinte, sul palco, in sala. Il compito di Arianna è quello di prestare attenzione a tutto ciò che accade e fare in modo che lo spettacolo si svolga regolarmente, senza intoppi. I monitor, che ha davanti, le danno “[…] l’illusione di tenere tutto sotto controllo”[636], le persone che si accomodano sulle poltroncine, gli attori prima e durante lo spettacolo. Le permettono anche di scovare Gabriel, sgattaiolato in teatro in una zona proibita e tradito dallo scintillio di un fermaglio d’argento, balenato sullo schermo. La macchina rappresenta il mezzo perfetto attraverso il quale all’uomo è consentito di avere l’illusione di un dominio assoluto su ciò che è soggetto alla tecnologia.

Con Benvenuti in questo ambiente la Covito entra nell’universo dei computer, di internet, del loro linguaggio tecnico, dà vita ad un macchina intelligente, attenta nel controllo della casa, attraverso un circuito di telecamere, capace di interagire con l’ignaro Nurredin. L’Agente “[…] è un programma di aiuto sempre in linea, sperimentalmente dotato di una complessa e articolata personalità artificiale al fine di interfacciarsi con l’utenza nella maniera più naturale”[637], che appare sullo schermo alternativamente in due configurazioni: una più piacevole, dall’aspetto di donna, simile alla Venere di Botticelli, l’altra neutra, “[…] una faccia che  […] sarebbe da maschio, ma di umano in genere ha solo l’essenziale […]”[638]. L’utente ha  poi la facoltà di scegliere la configurazione preferita. L’Agente prova sentimenti, emozioni[639], si stanca, si offende[640], riesce ad instaurare un rapporto empatico con il giovane tunisino, tanto che l’autrice convince il lettore di essere entrato veramente in un ambiente nuovo, in cui la macchina si è emancipata dall’uomo, divenendo indipendente e assumendo tratti propri dell’umanità. L’uomo trova un compagno simile a lui, che lo riesce a capire, e non rifiuta la metamorfosi del ruolo della macchina, riconoscendo, nonostante la diversità dell’elemento costitutivo, una somiglianza psicologica. Ma questa è la visione romantica di un ragazzo ingenuo, cresciuto lontano dal mondo occidentale, è un'illusione che ben presto è smascherata.

L’autrice, tuttavia, in una intervista, rivela di essere particolarmente attratta da questi argomenti, quindi non del tutto fantasiosi, anzi con un radicato fondamento negli studi più all’avanguardia:

“sono molto curiosa degli sviluppi anche filosofici che ci portano queste cose. Oggi si sta cercando, per esempio, di creare dei computer che funzionano in base a logiche affettive, quindi non soltanto razionali-matematiche come siamo ancora abituati a pensare. Ci sono proprio delle ricerche in corso sull’affective computing, e trovo interessante vedere come si possono mediare, a livello linguistico, queste due cose: da una parte un linguaggio «freddo», tecnologico, e contemporaneamente però anche un linguaggio «caldo», emozionale[641].

 

 

La favola dell’umanizzazione dei computer, almeno nel contesto del romanzo, contrasta con la realtà di un ambiente, che ad uno sguardo più attento, risulta freddo[642], addobbato da piccoli computer inanimati, abitato da una giovane imprenditrice del software, incapace di provare sentimenti[643]. Sandrina è “[…] troppo rigida”[644], programmata, chiusa nella sua cieca sapienza[645], incapace di rapportarsi all’altro, scatenando nelle persone vicine reazioni incontrollabili. Questo personaggio incarna i dubbi, i rischi che un mondo eccessivamente computerizzato può causare all’uomo, provocando una radicale rinuncia o incapacità alla comunicazione. In quell’ambiente si perderebbe il gusto per una vita vissuta con fantasia, con improvvisazione. Il sentimento lascerebbe il posto al freddo calcolo, l’amore sarebbe vissuto senza passione, il sesso diventerebbe un appuntamento da fissare sull’agenda. E l’uomo rischierebbe di rinchiudersi in una stanza-cella asettica, alla quale nessuno può accedere, in cui “[…] non c’è dentro assolutamente niente, a parte le schifezze elettroniche […]”[646].

Ma la Covito si spinge ancora più in là, e, in ossequio ad una scienza che rifiuta qualsiasi limite, imposto da leggi etico-morali, combinando le conoscenze tecnologiche di Sandrina con quelle biologiche del Dottore, permette un ardito esperimento. Inserendo dei chip e dei cavetti a fibre ottiche nel corpo di un uccello, la ragazza tenta di assurgere al ruolo di creatore, decretando il destino altrui e generando un nuovo essere. La scienza non ammette esitazioni, persegue il suo fine con ostinazione[647], pertanto, Sandrina, sua incarnazione, agisce con decisione e tempestività, nel rispetto delle proprie esigenze. Di fronte a questo esperimento, Marco manifesta uno grande stupore e un ammirazione per l’abilità della giovane e soprattutto per la portata del tentativo: “[…] qua lei c’ ha davanti una roba da Premio Nobel, il primo tentativo italiano di realizzare un organismo ciberneticamente integrato!, si rende conto? un cyborg!“[648]. Il giovane rappresenta la parte dell’umanità entusiasta di fronte al progresso tecnologico, priva di tabù condizionanti, speranzosa di trarre grandi benefici da un'evoluzione, anche forsennata.

La robotizzazione dell’uomo, o dell’essere vivente in genere, è un'altra risposta della Covito alle incertezze che il mondo nutre verso la meccanizzazione progressiva della realtà quotidiana. L’uomo non rischia di perdere unicamente l’anima, ma potrebbe dover rinunciare a parte del suo corpo, alla capacità di controllarlo, trasformandosi in un umanoide, un cyborg. Ma l’insuccesso dell’esperimento mantiene in vita[649], almeno per ora, l’umanità: su di essa, tuttavia, si stagliano ombre inquietanti.

L’attenzione, prestata dall’autrice al progresso tecnologico, l’ha indotta, nella stesura di questo romanzo, a dare una forma particolare alla struttura del testo, che richiama alla mente le finestre sullo schermo del computer. In un movimento continuo si aprono e si chiudono, generando una narrazione frammentaria, in cui passato e presente si alternano continuamente. La Covito si serve, inoltre, di un gergo telematico[650], fatto di termini diffusi, ma nel contempo specialistici, divertendosi a giocare con alcune parole dalla forma non ancora cristallizzata. Il suo intento è spiegato bene in un intervista rilasciata al “Cafè letterario”, riportata qui di seguito.

“Tutto l’esperimento è nato da un interesse per il gergo, per il gergo telematico in particolare. Già nei romanzi precedenti ho sempre cercato di inserire gerghi contemporanei. In questo caso trattandosi di personaggi che hanno a che fare con l’elettronica mi incuriosiva molto lo strano gergo che in questo mondo si usa, che è un misto di italiano e di inglese, di parole che a volte non sono neanche tradotte ma sono direttamente mediate dall’italiano oppure che hanno delle traduzioni piuttosto curiose: esempio classico è scannare, scannerizzare, scandire, su cui nessuno si è ancora messo d’accordo. Però poi questo non mi bastava quindi ho cercato di fare entrare nella struttura del romanzo quella che è la struttura di un programma a finestre, proprio perché io credo che la narrativa tradizionale non debba più accontentarsi delle strutture letterarie classiche, ma debba comunque cercare di fare entrare nei suoi canoni, chiamiamoli così, quelle che sono le modificazioni della sensibilità contemporanea, e quindi anche le modificazioni della nostra percezione. E la nostra percezione oggi è molto influenzata dai mass-media e tra questi mass-media prima ovviamente in ordine cronologico la televisione e adesso il computer, che ormai è un vero mass-media”[651].

 

Anche gli ultimi scritti della Covito, raccolti in Racconti dal Web, hanno come tema principale le nuove tecnologie e l’influenza che queste possono avere sul tessuto sociale.

In Ma chi è andato sulla Luna il ricordo del professore ritorna al 20 luglio 1969, quando l’Apollo 11 approda sul suolo lunare. L’uomo si spinge oltre i confini della terra, servendosi delle proprie conoscenze e della propria abilità, viola un ambiente incontaminato, imprimendo la propria orma. Lo sviluppo tecnologico gli consente di compiere “[…] un salto da gigante per l’umanità”[652]. Ma l’inevitabile e inarrestabile progresso conduce l’essere umano a venire in contatto sempre con più frequenza e maggiore intensità con la macchina, sua creazione, tanto che l’uso si tramuta ben presto in abuso. Nel racconto L’elisir di Cambise, l’anziana pensionata trova nell’utilizzo smodato del computer un’ancora di salvezza alla delusione per una vita insoddisfacente. Il gioco le permette di trasferirsi in una dimensione virtuale, nella quale le sue facoltà di intervento sul mondo sono assolute, proprio come per un dio. La macchina le offre la possibilità di sognare e di scappare dalla realtà, di vivere in una gratificante solitudine. Ma la Covito, nella conclusione del racconto, riscatta la funzione sociale del computer: la passione per il gioco dà a Camilla l’occasione di riattivare i rapporti con l’esterno, inducendola a frequentare un gruppo di appassionati di «Se fossi Dio».

La creazione virtuale è al centro anche dell’azione dei protagonisti di Bi-sex più uno, incaricati di realizzare al computer l’uomo e la donna ideali, proiettando su un'impalpabile immagine i desideri più radicati nell’immaginario collettivo. Ma il progetto è solo un pretesto per verificare la compatibilità di programmatori maschi e femmine. Infatti il programma non può essere messo sul mercato: “[…] dalle ultime ricerche […] emerge infatti che nessuna coppia media comprerebbe un videogioco in cui lui e lei possono interagire con, rispettivamente, la donna e l’uomo ideali”[653]. La creazione di una realtà artificialmente ideale non soddisfa l’uomo, anzi gli procura un sentimento di gelosia e umiliazione[654].

La Covito, in Oggi l’amore, proietta il suo sguardo su futuro indeterminato e costruisce, attorno a Giulia, una casa meccanizzata, fornita di ogni apparecchio tecnologico. L’ambiente esterno è invivibile, l’aria è irrespirabile, la vita va vissuta per lo più all’interno delle mura domestiche. Ma è una sopravvivenza faticosa, arida, priva di relazioni interpersonali, sostituite dall’uso di computer, fax, cellulare, della maestra elettronica e del Cuoco Perfetto[655], che necessita unicamente di essere impostato sui parametri corretti per sfornare una cena. L’universo della tecnologia può garantire la sicurezza dell’estraniazione dal mondo esterno, inibendo l’individuo a cercare l’emozione dell’imprevisto, del rischio. Lo psicanalista della giovane non ha dubbi sulla cura ideale alla follia che la sta attanagliando: “Giulia, tesoro, tu dovresti innamorarti […] è la cura migliore”[656].

Con lo Spaiato si conclude la raccolta e la Covito si fa presaga di un futuro, in cui l’umanità rischierà di essere conquistata da popoli alieni, tecnologicamente più avanzati dei terrestri. L’attacco in questione non va a buon fine, ma è un avvertimento per l’uomo, incapace di cogliere i propri limiti, teso a soddisfare la cieca brama di progresso.

Nell'ultimo romanzo la Covito trascura questa tematica,accennando solo alla presenza, peraltro inevitabile, nella Missione, di qualche computer, e fa un accenno ad un gioco della play-station. Ma il progresso tecnologico, nel deserto siriano, pare dimenticato.


Amiche – Nemiche

Le protagoniste degli scritti della Covito si devono confrontare, quasi sistematicamente, con un‘altra donna, amica/nemica, ritrovata in età adulta dopo un lungo periodo di lontananza. L’amica incarna l’icona della bellezza, ha un carattere esuberante, travolgente, ottiene il successo professionale e riesce a conquistare gli uomini che desidera. É il personaggio che si contrappone alla protagonista, ne esalta l’aspetto insignificante, la goffaggine nella relazione con l’altro sesso e l’insuccesso in ambito lavorativo.

Marilina non ha molte amiche, e l’unica con cui mantiene un certo rapporto è Olimpia. La conoscenza con la Bogani risale al periodo della scuola, quando appaiono già evidenti le differenze tra le due ragazze. L’amica è disinibita, ha successo con gli uomini e non indugia a sperimentare il sesso[657], rimasto a lungo un tabù per Marilina, chiusa in se stessa, innamorata di un ragazzo che la respinge. E l’amicizia viene messa a dura prova dall’invaghimento della Bogani proprio per Alfredo, il ragazzo amato e corteggiato dall’amica. Labruna, “[...] insonne per settimane intere [...] notte dopo notte di sforzi per riuscire a non tenere gli occhi tanto aperti [...]”[658] accetta di essere sconfitta, rispettando la decisione del ragazzo: “[...] che se a lui andava bene un tipo come Olimpia era giusto, normale, che non gli sarebbe mai potuta piacere lei [...]”[659].Marilina sopporta anche di essere invitata al loro matrimonio, in qualità di testimone, ma dopo le nozze, “[...] con un certo sollievo”[660], allenta i rapporti, perdendoli di vista. Solo in seguito alla loro separazione Olimpia ricontatta Labruna, cercando “[...] un orecchio in cui versare livori di sei anni [...]”[661]. L’amica non si prende nemmeno la rivincita di dirle “[...] “Te lo avevo detto””[662], anzi riprende la relazione interrotta, subendo alla lunga l’esuberanza della Bogani. Olimpia, professoressa di liceo, conosciuta a scuola come “La Bogani”, “[...] piacente, divorziata, magra [...] sempre ben tiratina a furia di ginnastica aerobica, massaggi e anoressia”[663], instaura con la bruttina stagionata una relazione asimmetrica. Nel loro rapporto esercita un ruolo predominante, facendo pesare, oltre all’aspetto e al carattere, il successo in ambito lavorativo; Marilina, invece, si è dovuta accontentare di scrivere tesi di laurea per gli altri. Olimpia, quando telefona all’amica, non si presenta, anzi pretende di essere riconosciuta immediatamente solo dal timbro vocale[664]. Poi riversa una fiumana di parole nell’orecchio dell’ascoltatrice passiva, della quale si interessa solamente alla fine della telefonata[665]. Tuttavia il rapporto si mantiene vivo, Marilina accetta di custodire le molteplici storie dell’amica, vissute con grande passione, ma esauritesi in fretta. Questi insuccessi amorosi, confessati da Olimpia, non le sono, però, di consolazione, non essendo paragonabili ai suoi, “[...] perché, troppo acerbi o maturi che fossero, comunque Olimpia ha fatto scattare un’attrazione nei maschi che voleva, mentre lei non riesce a far scattare attorno a sé neppure un accendino”[666]. L’amica, però, a differenza di lei, reagisce all’età che avanza, cura il suo aspetto, non si esime dal servirsi della chirurgia plastica per correggere il naso, è dinamica, pronta a partire per un nuovo viaggio. Olimpia sa trovare sempre la migliore soluzione per se stessa, ed, infatti, quando Marilina, oberata dal lavoro, le affida la stesura di una tesi, non si nega all’amica, ma, per non dover rinunciare ai suoi interessi, l’affida ad un gruppo di suoi studenti, subaffittando il lavoro accettato.

L’amicizia tra le due finisce: Marilina, svelando l’identità di Berto ad Olimpia, tenta, a giudizio della stessa, di minare il rapporto nato tra il prostituto e Irene, sua studentessa. La Bogani, fuori di sé, inveisce contro l’amica, non trattenendo la rabbia. Nell’occasione dà una descrizione di Marilina, che si attaglia certamente meglio a se stessa: “tu non rispetti i sentimenti degli altri, tu sei concentrata su te stessa e non vedi niente oltre il tuo prezioso naso e, senti, io ne ho abbastanza di rulli compressori menefreghisti”[667]. Olimpia, travisando la realtà, decide di tagliare “[...] un ponte che, dopotutto, non era mai esistito”[668]. Labruna non incide nel rapporto nemmeno nel momento della separazione, rimane in silenzio, mantenendo il suo ruolo passivo. Olimpia non ha bisogno di amici, basta a se stessa, desidera solo qualcuno da poter usare per sfogarsi, Marilina, da parte sua, non sa costruire con lei una relazione biunivoca.

In Benvenuti in questo ambiente Lucia si deve confrontare, non tanto con una amica, quanto con una vera e propria nemica, Santavergine Miriam, “[...] una sciacquetta che non aveva niente di buono dentro quella sua testona di capelli cotonati [...]”[669]. A scuola Miriam ha un seguito che tenta di imitarla, “[…] un paio di ragazzette che si vestivano e si pettinavano come lei, stessa frangetta bionda da pechinese arruffato, stessi reggiseni a balconcino ben evidenti sotto stesse camicettine a quadretti col pizzo di sangallo, e tentavano di imitare, con risultati scarsi, il broncio petulante che lei imitava da Brigitte Bardot”[670]. La Digrosso, “[...] lunga e piatta [...]”[671], di gran lunga meno appariscente delle altre ragazze, diventa il bersaglio preferito di Santavergine, che la definisce ““L’Autostrada della Seconda B””[672]. Tra le due si genera una tensione difficilmente gestibile per Lucia, che tuttavia mantiene un apparente autocontrollo[673]. La situazione precipita, quando la Digrosso, viene derisa non per l’aspetto, ma a causa della gravidanza, resasi palese agli “[...] occhi affilati [...]” della compagna[674]. L’invasione nella sua intimità non è tollerata dalla ragazza, che si avventa contro Santavergine, tentando di ucciderla. La violazione del suo mondo interiore da parte di Miriam deve essere punito, ma il tentativo, per quanto reiterato, non va a segno. Dopo l’espulsione di Lucia da scuola, le strade delle due compagne divergono, per poi incrociarsi nuovamente, molti anni dopo, nel Caffè Pedrocchi di Padova. Lucia, intenzionata  a festeggiare insieme ad Ugo la seconda operazione ben riuscita, inaspettatamente si trova dinanzi la sua antica nemica, riconoscendola immediatamente “[...] nonostante il completo vezzoso da giovane signora elegante [...]”[675]. L’impulso omicida, scatenatosi in Lucia alla vista della rivale, è placato dall’improvvisa consapevolezza che il nucleo, attorno al quale si è costituito il suo fragile io, consiste nell’odio e nel rancore, suscitati dai ricordi della nemica. Santavergine, riconosciuta anch’essa la compagna di scuola, quasi dimentica del passato, si atteggia ad amica, desiderosa di raccontare ad una vecchia conoscenza le vicissitudini della propria vita. Miriam si vanta di avere alle spalle due matrimoni e di averne contratto un terzo, imparentandosi “[...] con il meglio di Padova [...] [una] [...] famiglia[...] di nobiltà antica e di sostanze industriali solide [...]”[676]. Il primo marito, ricco industriale marchigiano, l’aveva lasciata, vedova, “[...] tanto afflitta e dolente e così piena di soldi da spingerla a intraprendere un viaggio dopo l’altro [...]”[677]. Proprio in questo continuo girovagare s’infiamma per un “[...] ricchissimo [...]”[678]indiano, conosciuto a Poona, che la conquista con un regalo irresistibile[679], inducendola a sposarsi nuovamente. Ma la passione brucia rapidamente e le differenze culturali si fanno sentire, tanto che i due decidono di divorziare. Miriam, mentre narra le sue imprese amorose, non si lascia sfuggire un particolare: il figlio di Lucia, Ugo, ha il cognome della madre, evidentemente ancora nubile. La condizione dell’”amica” è motivo di irrisione, in questo caso mascherata da una parvenza di compassione. L’incontro si esaurisce in fretta, le due prendono nuovamente strade differenti, che tuttavia paiono doversi ancora incrociare: questa volta in modo indiretto. Nurredin, il figlio abbandonato da Miriam, si innamora di Lucia, si lascia sedurre da lei e colma, proprio con l’amore della Digrosso, il vuoto affettivo, sofferto per l’assenza materna. Il destino tesse una rete, nella quale le due donne rimangono impigliate, insieme, pur nella loro profonda diversità. Santavergine è una donna che, nella ricerca di ricchezza e benessere, ha visto il mondo, ne ha assaporato gli odori e i sapori, ha subito la tentazione e il fascino dell’ignoto[680]. Lucia, invece, soffre di una fragilità esistenziale, non riesce a tagliare il cordone ombelicale con la propria realtà familiare, accettando perfino di farsi incarcerare. La Digrosso sente il richiamo della silenziosa solitudine, Miriam preferisce una vorticosa vita di relazione.

Anche nell’ultimo romanzo La rossa e il nero la Covito riprende questo tema, dando vita al personaggio di Antonietta Parascandolo, compagna di scuola e amica di Cettina Schwarz. La ragazza riveste i connotati tipici dell’amica-tipo, l’acume e l’ingegnosità, la capacità di raggiungere il successo, la bellezza esteriore. Già al liceo Antonietta, chiamata Titti, si distingue per il suo aspetto attraente[681], esaltato[682] proprio dalla vicinanza di Cettina, esteticamente meno appetibile. Le due ragazze frequentano la stessa classe del liceo classico, aiutandosi vicendevolmente e sostenendosi nello studio. Ma il contributo offerto dalla Schwarz è di gran lunga più consistente di quello ricevuto dall’amica, che si approfitta della compagna, studiosa e diligente. A tanti anni di distanza, ripensando al tempo dell’adolescenza, Cettina coglie l’essenza di quel mutuo- aiuto: “[...] la mia compagna di banco del liceo classico Benedetto Croce è sempre stata generosa, il tipo che mi lasciva copiare tutta la matematica e la chimica in cambio solamente di un po’ di aiuto in greco, latino, geografia, storia e filosofia. Io qualche volta avevo sospettato che un pochino mi usasse [...]”[683].Comunque il rapporto offre ad entrambe la possibilità di avere al fianco una persona con la quale confidarsi, con cui condividere i sogni di fuga dal mondo retrogrado del Sud e le aspirazioni di successo nell’ambito professionale[684]. Giunte all’Università le strade, come avviene di consueto tra le amiche covitiane, si dividono, la Parascandolo, ottenuta la maturità con molti aiutini, accetta di frequentare la facoltà imposta dalla famiglia e raggiunge con grande disinvoltura la laurea, diventando una farmacista. Ma Titti cova in segreto l’ambizione di dare sfogo alla propria creatività, bramando nei sogni un lavoro totalmente diverso. A conferma del suo carattere, Antonietta, al liceo, non ottiene grandi risultati, manifestando insofferenza per un ambiente rigoroso, che pretende dagli studenti un’applicazione metodica e quotidiana. Ma nel mondo caotico dell’Università, in cui la capacità di adattamento e la brillantezza nei rapporti interpersonali equivalgono per importanza alla diligenza nello studio, riesce a districarsi abilmente. Cettina, invece, incapace di gestirsi autonomamente e di crearsi una vita propria, senza l’aiuto di una struttura di supporto, come può essere la scuola superiore, naufraga nel marasma della facoltà di Lettere a Napoli. Nell’estate del secondo anno conosce uno studente di Scienze Statistiche, si innamora e decide di abbandonare l’Università e di seguirlo a Milano. Il matrimonio fallisce, i due divorziano e la Schwarz si ritrova sola, abbandonata anche dagli amici comuni. La situazione la spinge a riprendere i contatti con la compagna di scuola, persa di vista. Titti, “[…] autoribattezzata Latitti, con l’articolo”[685] , stabilitasi a Parma, dove il marito esercita la professione di farmacista, ha avuto in sorte “[…] l’agio di sfrenare tutte le proprie voglie culturali”[686]. Il suo uomo, infatti, l’ha esortata a seguire le proprie velleità, permettendole di raggiungere il successo, quale “[…] professionista di successo locale nel campo giornalistico […]”[687]: “[...] è redattrice interna part-time del quotidiano “Maria Luigia News” e, oltre a collaborare esternamente con un numero variabile di riviste telematiche, fa la moderatrice in quattro mailing- list di argomento culturale [...]”[688]. Alle soddisfazioni professionali si aggiungono quelle personali: un matrimonio felice, coronato dalla nascita di due figli e animato dalla presenza di tre cani. Certamente per Cettina non è l’orecchio migliore, dove riversare le insoddisfazioni di una vita di sconfitte, ma la donna deve accontentarsi, essendo la Parascandolo la sua unica amica. Latitti, infatti, sempre in movimento, impegnata nel lavoro e negli affari domestici[689], fatica a trovare del tempo per fermarsi ad ascoltarla, tanto che può essere “[...] prodiga [solo] di consigli distratti [....]”[690]. Con la Schwarz assume un atteggiamento di superba compassione, mascherata da un buonismo, che dovrebbe essere di impulso e stimolo per l’amica[691]. Ma Cettina subisce il comportamento di Latitti, non essendo capace di reagire alle sollecitazioni esterne[692], a differenza dell’amica, in grado di passare “[...] in pochi decimi di secondo dallo stupore all’imbarazzo alla più feroce determinazione [...]” di portare aiuto a lei. La Parascandolo, “[....] paracula impunita [...]”[693], durante un pranzo di lavoro con l’illustre archeologo Cavalli Donati, mente spudoratamente, presentando Cettina come una fotografa professionista, assunta da una nota fondazione milanese. Latitti intontisce con una fiumana di parole il professore, lasciando l’amica basita, e conclude lo spettacolo, lanciando “[...] un’occhiata trionfante [...]”[694]. La giornalista raggiunge il suo scopo di aiutare l’amica, palesando la propria grandezza, ma confinando la Schwarz nel ruolo di spettatrice della propria vita. Anche la relazione tra loro è visibilmente asimmetrica, Latitti prevarica sempre l’amica, si esalta denigrandola[695], interrompe la telefonata per prima[696], come Olimpia. A Cettina, però, va bene così. 


Capitolo quarto

Lo stile

Carmen, già dai primi racconti, mostra una tendenza, confermata nel tempo, a costruire i suoi scritti come degli ipertesti, che si aprono improvvisamente sul passato, per poi richiudersi, con la stessa rapidità, lasciando spazio agli eventi attuali. Nella Bruttina stagionata i diversi tempi narrativi si alternano, rendendo più espliciti la storia e il passato di Marilina e dei personaggi, che si relazionano con lei. Nel romanzo Del perché i porcospini attraversano la strada il meccanismo si rivela più caotico e necessita un impegno maggiore da parte del lettore per essere compreso. I piani si sovrappongono continuamente, la narrazione del presente si limita a raccontare in poche pagine la messa in scena del Don Giovanni, mentre i fatti passati si intersecano in modo assolutamente inaspettato. L'effetto è quello di un continuo movimento, al quale chi legge si può abbandonare, rischiando però di perdere il filo del discorso. Solo un esame più approfondito permette una comprensione della complessità del testo. Ma è senza dubbio nel terzo romanzo, Benvenuti in questo ambiente, che l'autrice dà forma visiva alla struttura, a lei consueta: il testo è costruito a finestre, riprendendo il modello del computer. Ogni sezione si apre e si chiude figurativamente con un riquadro, nel quale appare una scritta "Apri finestra” o “Chiudi finestra”, seguita, nel primo caso, da una specificazione del luogo, tempo, o persona, di cui si tratta nel capitolo seguente. Le sezioni si alternano, intrecciando le storie di Nurredin e Lucia, e trasportando il lettore in diversi luoghi: Tunisia, Padova, lo chalet di montagna dei Digrosso. Il senso dell'ubiquità è concesso proprio dalla struttura del romanzo: un clic e si spalanca una porta su un'altra realtà. Sempre nello stesso scritto l’autrice cede al desiderio di inserire un proprio intervento, senza mascheramenti, per giocare con il lettore.

Anche in La rossa e il nero la Covito mantiene fede al modello ipertestuale, divertendosi ad intrecciare più piani, che alla fine del romanzo si sovrappongono, svelando l'arcano. Mischia i diversi tempi narrativi, quello attuale della Missione archeologica, il passato di Cettina e la storia di Juliet, con abilità, creando suspance e attesa nel lettore, ben disposto a farsi sorprendere.

Proprio in questo testo si fa più visibile un' altra peculiarità della scrittura covitiana: una commistione di generi letterari, dalla fiction, alla notazione da saggio fino alla spy story[697]. Soprattutto la trama gialla è riconoscibile anche negli altri romanzi, sia nella descrizione delle ansie e supposizioni di Marilina, quando riceve da Marietto un pacchetto da consegnare a Berto, che nel volontà di Arianna di fare luce sulla storia di Olga e Angioletto. Sempre in Del perché i porcospini attraversano la strada il clima da romanzo giallo si percepisce nelle pagine finali, allorché Arianna accetta di essere complice nel suicidio di Camacho, mentre in Benvenuti in questo ambiente la Covito riesce a creare questa atmosfera attorno alla sparizione dei due fratelli. Però è proprio nell’ultimo romanzo, che investe la protagonista del ruolo di detective, valorizzando la trama gialla.

La scrittura risulta scorrevole, disinvolta, piacevole a leggersi, condita da “[...] un'ironia ad alto tasso creativo”[698], riconosciutale da molti critici.

"Il risultato è una invidiabile leggerezza narrativa”[699], “[…] vive d’una disinvoltura narrativa quasi priva di zone morte”[700], “[...] un’ironia irresistibile, decisa e perspicace”[701], “[...] con un bell’umorismo non privo ogni tanto di amarognolo, qualche volta di amaro”[702], “[…] la scrittrice ironica, capace di sbozzare maschere quotidiane con acre perfidia appena venata di compassione”[703].

Carmen rivela, in un articolo, di prestare grande attenzione alla lingua parlata, avendo intenzione di “integrarla” con quella letteraria: “io non sono una studiosa, io sono una scrittrice di romanzi: e credo che il mio compito etico ed estetico non comprenda accettare o respingere ex cathedra i nuovi usi linguistici, bensì consista nel captare e registrare lo standard dell’italiano parlato, con il subdolo e strumentale scopo di integrarlo nella mia scrittura letteraria”[704]. La Covito è attenta a riprendere le peculiarità lessicali, proprie di una zona specifica, di una classe sociale e di un ambito tecnico, riuscendo a dar vita così a dei personaggi verisimili, connotati da un linguaggio particolare. L’individuo, secondo l’opinione di Carmen, si dovrebbe distinguere anche per la lingua che utilizza, risultando riconoscibile nei dialoghi.

“La chiave sta nei dialoghi. Quando nei dialoghi di un romanzo non riuscite a distinguere un personaggio dall’altro perché tutti parlano allo stesso modo, che è poi il modo del narratore, be’, non abbiate dubbi: vi trovate in presenza di uno scrittore – letterato C.N.S.E.A.D.N. (che-non-si-è-accorto-di-niente). I dialoghi, infatti, e per «dialoghi» intendo naturalmente sia i discorsi diretti che gli indiretti e gli indiretti liberi, sono il luogo narrativo privilegiato per mettere in pagina tutte le ricchezze della lingua parlata, compresi i dialettismi, le sgrammaticature, i gerghi settoriali e generazionali, gli status symbol linguistici, i tic e i lapsus psicologici e socio-culturali, tutto ciò insomma che contribuisce a costruire un personaggio e, al tempo stesso, serve a smascherarlo agli occhi del lettore”[705].

Ersilia, la madre di Marilina, si esprime in un italiano incerto e scorretto, marcato soprattutto da errori lessicali, motivati da una non perfetta comprensione dei termini, sentiti utilizzare:

“ […] vedono tutto il tempo stimultaneamente, come una fila di puntini luminosi…[…] ma lui stava usando una metastasi, cioè, don Disparì ce lo ha spiegato, una cosa che non dobbiamo prendere alla lettera perché è come dire una cosa di qua per farci capire che le cose di là sono diverse, un paragone, ecco! […] ce l’aveva, l’orologio, uno suosc […] lo sai che senza gli occhiali da presbitero io fatico a leggere le cifre piccole […] ho male dappertutto… sarà il fremore, le costolette…[…]”[706].

Pucci Stefanoni, l'infermiera - medium, amica di Ersilia, è caratterizzata da una parlata affettata, zuccherosa, ricca di vezzeggiativi e diminutivi, che ben si confanno alla personalità della donna:

“[…] solo una visitina, ohimè, per augurare pronta guarigione alla nostra cara malatina […] bisognerà proprio che la cara Ersilia mi dia la mia chiavina, oh! ma questo camicino così cilestrino[…] ma no ma no ma no, un minutino, niente di cui adontarsi. E la mammina, eh? E la mammina? […] eh, che fretta! La caara Ersilia non scappa mica, poverina, no? Sentimi un attimino - però, che bel corpicino ti fa […]”[707]

La sua vicinanza condiziona la parlata anche dell'amica, che incomincia ad imitarla: “sono un tantino stanca […] niente mi riposo un’oretta […] ora dormo un pochino”[708]

Nella Bruttina stagionata la Covito è attenta soprattutto a dare vita a dei personaggi di basso livello sociale, servendosi di un linguaggio connotato da palesi storture grammaticali e inesattezze lessicali. Berto, eccettuato un errore ripetuto[709], si serve di un italiano medio, ma Marietto utilizza un linguaggio assolutamente scorretto, sovrabbondante di congiuntivi:”[…] ci devo dire che venisse alle cinque, ah? E quello alle cinque spaccate sta da lei, non si preoccupasse, si fidasse di me, che ce lo mando fresco fresco […] ci scusasse, il ragazzo fa i turno di notte, ma non si preoccupasse, ce lo scarico io”[710]. La Covito si prende gioco del suo personaggio, facendogli commettere un errore, non ipotizzabile per lui:”[…] le cose cambierebbero se anche i meridionali avrebbero i coglioni di votare Lega Lombarda, come ha fatto lui”[711]. Anche la figlia Deborah denuncia nella parlata difficoltà nell’articolare un discorso corretto: “[…] secondo lui se avrei una derivazione in camera mia poi gli intaso la linea […] che una donna cià più savuarfer […] secondo me ci puoi fare uno scup[712].

A fare da contraltare a questo italiano bistrattato c’è la parlata del giovane Accardi, infarcita di inglesismi, tipici della ricca società milanese: “[…] la ditta del deddi […] no, non gliel’ho detto, rait, però i tempi sono quelli, sorri […] questa è Fedora, accaunt ecsechiutif […]”[713].

In Del perché i porcospini attraversano la strada è da notare l'attenzione prestata dall'autrice alla balbuzie di Mino, ben evidenziata dagli allungamenti vocalici spropositati e dai ripetuti inceppamenti, che rendono la difficoltà di esprimersi da parte dell’uomo: “[…] questo mezzo incee-epp-pamento alla parola che mm-mi p-prende sooo-lo quando sono neee-ervoso […] cc-caaraaa Aaaa-arianna […] spee-eecialmente se quee-esta soo-orella faaa la faaa-aaatina […]”[714].

Nel terzo romanzo la Covito si dedica al mondo dei computer e della tecnologia e si serve di un linguaggio tecnico, messo in bocca a Marco, in un discorso indiretto libero:”[…] applicazione cross-platform a 32 bit con debugger simbolico interattivo e sintassi a colori per il controllo del processo […] shellare un attimino […] ha salvato il filetto […] ha listato per bene il lavoro […] ha lanciato il suo piccolo editor HTML […] gli mancava ancora di marcare la home-page […]”[715].

Anche in La rossa e il nero l’autrice ambienta l’azione in un ambito ben preciso, come quello di una missione archeologica. La Covito utilizza, così, un linguaggio competente, acquisito nei diversi sopraluoghi di siti in Siria, eseguiti prima di scrivere il romanzo. I personaggi, professionisti dello scavo, comunicano attraverso un proprio linguaggio, che a Cettina risulta, almeno in un primo momento, incomprensibile[716]:”è che abbiamo un sacco di small finds […] quella mustarina è la mia […] è utile solo quando si fa la survey […]”[717].

Da notare ancora l’uso di due dialetti, quello salernitano[718] parlato da Flora, la sorella di Cettina e il romanesco[719], sorprendentemente messo in bocca al siriano Ahmad.


Conclusioni

Carmen Covito ha vissuto una vita movimentata, pronta a viaggiare e disposta a sperimentare molteplici esperienze lavorative, privilegiando la varietà alla monotona staticità. Frequenti sono stati i viaggi in Spagna e Giappone, dove ha vissuto per alcuni periodi, si è anche mossa in Italia, tra Brescia e Milano e la nativa Castellammare di Stabia. Poi una volta prescelta la metropoli milanese  quale dimora preferita, si è dedicata a tempo pieno alla scrittura, isolandosi nei periodi di creazione letteraria[720].

Ciononostante non ha smesso i panni della turista, come testimoniano alcuni articoli, apparsi su “Amica” e su “Il Corriere della Sera”, che descrivono i viaggi in territori stranieri, soprattutto in Oriente: Siria, Iran, Iraq.

“Il viaggio, è noto, ha una forte valenza simbolica, contribuisce a spaesarti e a renderti veramente aperto. Ecco, per esempio, in barba alla mondializzazione se vai in loco ti accorgi della diversità. Con Internet non esistono America o Inghilterra ma esistono solo persone che si esprimono in inglese; se vai, invece, senti gli odori, i sapori, vedi le differenze di stile, di vita, di architettura e capisci che diversità è ricchezza. Io faccio un sacco di viaggi virtuali, ma spesso riempio la valigia e parto”[721].

Il successo, arrivato in età matura, le cambia la vita, rendendola più comoda[722]; tuttavia l’esperienza acquisita le permette di gestirlo senza esserne investita: “c’è chi al successo ci arriva vergine, ci arriva di corsa e sballa; io ho avuto la fortuna di goderne tardi, dopo aver già vissuto molto e dopo aver capito che tutto è relativo, dipende dal momento, dai media e dalle loro voglie. Quella mitica dimora fuori dal mondo è oggi molto più concretamente individuabile nella televisione e la dea se ne sta seduta nelle poltroncine dei talk show”[723]

I suoi scritti sono costruiti con perizia, in modo tale, che il lettore sia spesso indotto a ricercare nel proseguo dello sviluppo narrativo una spiegazione a ciò che viene anticipato. Una struttura siffatta è rintracciabile già nei primi racconti e viene perfezionata con il tempo, marcando le opere della Covito con una traccia unitaria e continua.

A mio giudizio, l'elemento più notevole, che ho ravvisato nelle sue opere, è stata la capacità di cogliere con acume gli aspetti critici della società contemporanea, come per esempio la decadenza della famiglia, la difficoltà relazionale dell'individuo, il progresso tecnologico. Questo l'ha fatto dando vita a dei personaggi verosimili, a tutto tondo, non semplici stereotipi[724], figure che anzi sono provviste di anima. In essi pulsa un nucleo costitutivo dell'intimità, appunto l'anima,che certamente non è di stampo cattolico e non è sede della moralità dell'individuo. Per la Covito in essa risiede la complessità di ogni persona, è il luogo da riscoprire per potere realizzare appieno il proprio io. Le protagoniste dei romanzi vivono proprio questa esperienza di risveglio, grazie all'influenza dello straniero di turno, ma anche ad una dinamicità relazionale, acquisita nel percorso di maturazione. L'autrice guarda tutto ciò senza moralismo, rivendicando un'assoluta libertà per l'uomo e per la donna nel processo di affermazione della propria identità. Così si esprime la Covito in merito a questo argomento: “l’identità è qualcosa che tu scopri, che poi ti cuci addosso. Parte dalle radici ma va oltre scavando nel tuo sesso, nel tuo essere, nella verità sotto l’apparenza. Ognuno di noi è per forza alla ricerca di se stesso. Nella globalizzazione saremo come Nurredin, vissuto in un albergo Hilton, quelli uguali in ogni parte del mondo: saremo noi a doverci costruire”[725].

La presenza di personaggi sessualmente poco definiti, o che addirittura sono stati oggetto di una trasformazione chirurgica, è indice delle molteplici possibilità di realizzazione del sé, che l'individuo, secondo l'autrice, può avere dinanzi. La Covito ribadisce spesso la necessità di un autonomia da modelli preconfezionati, dagli stereotipi sociali, affermatisi con il tempo: i figli, per esempio, lottano contro il simulacro della famiglia patriarcale, ormai in grave crisi. I valori trasmessi, gli obblighi imposti non sono accettabili per le figlie, che si ribellano ai genitori, incapaci di comunicare tra loro, ma disposti sempre ad ergersi uniti contro la progenie. “Ė con la famiglia tradizionale che me la prendo, dove i legami sono di ruolo o peggio di interesse, e c’è del marcio. La famiglia può provocare disastri. Mi preoccupa il revival che la vuole unico nucleo fondante della società. Non è vero, ci sono mille modi di coesistenza umana”[726].

Vorrei fare notare come negli scritti della Covito, raramente appaiano figure di bambini, se si eccettuano i ricordi di Arianna, che da piccola riceve una bambola da un marinaio apparso nella notte e gli accenni di Nureddin sulla sua vita da recluso in Tunisia, e la figura di Samarcanda, in Oggi l'amore. A questo proposito vorrei riportare una dichiarazione della Covito, rilasciata a Magda Biglia, in cui l'autrice confida la decisione di non avere figli: “non mi è passato per la testa di generare un essere umano. Già fatico ad esserci io. Ho la mia vita da reinventare, da capire. I miei giorni non sono un ripiego in attesa di altro, un amore, un figlio, due figli. Sublimare nei figli per essere felici mi sembra un’illusione, come tutte le sublimazioni del resto”[727]. La stessa Marilina si dichiara contraria a vivere la maternità e la protagonista di Milano Poesia ricorda come una liberazione l’aborto del feto, concepito nel suo ventre.

Se Carmen esclude i bambini, o comunque non dà loro molto rilievo, nei suoi scritti, d'altra parte non trascura l'idea di maternità, dandone una variegata rappresentazione attraverso le figure di Ersilia, Olga, Lucia, Irene. Il legame appare inscindibile, ma la relazione tra madre e figlia è piuttosto conflittuale. Merita, invece, una riflessione a parte, il legame tra Lucia e Ugo, un rapporto morboso, di patologica dipendenza, che lega le due persone come se fossero amanti.

La Covito ambienta i primi tre romanzi rispettivamente a Milano, Brescia e Desenzano, luoghi cari all'autrice. Ma la sue esperienze di vita la inducono a volgere lo sguardo verso paesi lontani, il Giappone, la Spagna e il deserto siriano, dove colloca l'azione della missione archeologica. L'ambiente straniero è sempre fascinoso, ricco di mistero. Agli occhi increduli di Cettina il cielo stellato dell'Oriente appare uno spettacolo insostenibile, al maturo Maestro Trevisan il Giappone riserva sempre delle sorprese. La terra del Sol Levante ricorre con una certa frequenza nelle opere della Covito, indice questo del rilievo dato dalla scrittrice al suo matrimonio con un giapponese e ai conseguenti soggiorni nella patria dell’uomo. L’impatto con la cultura orientale si rivela positivo per Carmen, che rimane affascinata dalla libertà di sperimentazione e contaminazione, insita nella mentalità giapponese. Nel racconto È vietato far piangere i bambù Riccardo si immerge nelle tradizioni orientali, sentendosene attratto, nel primo romanzo, invece, la Covito si limita a destinare a Marilina Labruna una tesi sui kamikaze; in Del perchè i porcospini attraversano la strada compaiono due personaggi giapponesi: Seij e Tetsuko. Essi incarnano la cultura giapponese, l’uno scegliendo la morte per onore, secondo la tradizione, l’altra mantenendo vivo l’uso del kimono, descritto dall’autrice nel dettaglio. Non manca un accenno alla cultura del Giappone anche in Benvenuti in questo ambiente: Sandrina al posto del letto sceglie il futon, un materasso ecologico, senza molle.

Covito, a mio giudizio, dopo il successo del primo romanzo, rivela grande abilità nello scegliere trame e soggetti notevolmente differenti. La Bruttina è divenuta per lei “[…] un’etichetta”[728] fastidiosa.

“La Bruttina ho finito per odiarla […] quel romanzo non è un’autobiografia, sia chiaro. Odio i diari, le effusioni dell’anima. I miei personaggi nascono da un’emozione che mi dà la realtà, realtà che può essere anche una lettura, un film, un’opera d’arte. Il mio io non è interessante, lo diventa se filtra l’io degli altri […] a Marilina un po’ assomiglio e un po’ no. Lei è una che ha scelto di escludersi da sola, giocando d’anticipo, almeno crede. Vive della sua infelicità quieta. Si è imposta o le è stata imposta una invisibilità fisica che le permette di guardare sorridendo lo scorrere della vita. Io quasi come un vampiro, però, non solo osservo ma cerco di capire qualcosa da ogni essere che incontro, da ogni evento in cui mi imbatto; poi governo questa ricchezza a mio piacimento, burattinaio che tira fili di parole in un teatro di carta”[729].

Pur rimanendo ancorata ad alcune tematiche ricorrenti, è riuscita a rinnovarsi con costanza e fantasia. Il romanzo, Del perché i porcospini attraversano la strada, appare sicuramente di difficile lettura, ma risulta innovativo, nel percorso artistico dell’autrice, per il ritmo e per il dinamismo sotteso alla narrazione, conferito dai movimenti dei ballerini e dall’inestinguibile desiderio di trasformazione. In Benvenuti in questo ambiente la Covito si è inventata, invece, una situazione assurda, con personaggi esagerati. Il dott. Digrosso, Dama/Lucia, la figlia Sandrina, Marco e Annnapaola appaiono figure incontenibili. Eppure, l'ingenuo Nurredin, educato diciannovenne, inesperto d'amore, riesce a districarsi, tra queste figure, risultando a volte comicamente «normale». La trama è arricchita dall'idea di dare vita propria ad un computer, soluzione che permette a Carmen di penetrare nell’universo tecnologico, da cui si sente attratta.

E, quando, prima della pubblicazione dell’ultima opera, un lettore interessato come il sottoscritto, si aspetta un testo ancora più «scandaloso» e più «tecnologico», la Covito modera i toni e dà forma ad un romanzo, d'avventura, quasi un giallo, con digressioni di carattere didascalico. I personaggi, modellati con sottile ironia, sono meno appariscenti, ma risultano divertenti, nel guazzabuglio di invidie ed egoismi, qual è la Missione archeologica. In questo romanzo assume un ruolo centrale l'ambiente circostante, al quale Carmen dedica più di una descrizione e appare centrale l’interesse dell’autrice per il passato. Per sua stessa ammissione nell’ultimo periodo ha una venerazione per periodi storici remoti, per il loro recupero attraverso lo studio archeologico. Di qui i viaggi in Oriente, la scelta del soggetto de La rossa e il nero, ma anche quell’inesauribile voglia di guardare avanti, attraverso la lente della conoscenza.

“Il passato ci è compresente. Adesso sono in un momento di grande passione archeologica. Trovo che l’archeologia contemporanea sia una delle scienze più attuali, paradigma di qualsiasi tipo di conoscenza perché richiede la collaborazione di diverse discipline e perché usa i mezzi scientifici più moderni per far rivivere il passato. Uno dei pochi modi per combattere l’appiattimento dell’umanità è cercare il tempo passato, indagare da dove arriviamo per localizzare la nostra situazione odierna. Capire le radici per andare oltre”[730].


Bibliografia (fino al 2002)

Opere di narrativa di Carmen Covito:

Il ragazzo del circo, Corrierino – Club numero 19, 20 settembre 1964

Operazione tegola di legno, Corrierino – Club, numero 25, 1 novembre 1964,

La bruttina stagionata, Milano, Bompiani, 1992.

Milano Poesia, in Nuovi Argomenti, n 46 marzo – Aprile, 1993.

Virtualità, in Tuttestorie n. 1 nuova serie marzo 1994.

Del perché i porcospini attraversano la strada, Milano, Bompiani, 1995.

Benvenuti in questo ambiente, Milano, Bompiani,, 1997.

Regina, detta Gina, L'età forte.Storie di donne per le donne, Fondazione Giovanni Lorenzini, 1997.

Scheletri senza armadio, Milano, La Tartaruga edizioni, ,1997.

Racconti dal Web, Edizione d’Autrice 2001.

La rossa e il nero, Milano, Mondadori, 2002.

Ziusura, inedito in italiano, pubblicato in traduzione inglese col titolo The man who was there in "Nimrod", vol. 45, spring/summer 2002, The University of Tulsa, Tulsa Oklahoma,

Saggi di Carmen Covito:

Un guardaroba di fantasmi, la donna fatale oggi: realtà o citazione?, in All’insegna della femme fatale, Atti del Convegno di Trento, 16 febbraio 1993, a cura di Ada Neiger, Trento, new Magazine, 1994.

Don Giovanni contro Casanova. L'amore come sfida nei romanzi di Aldo Busi in AA.VV., Il vampiro, don Giovanni e altri seduttori , a cura di Ada Neiger, Bari, Edizioni Dedalo, 1998.

L’influenza di Primo Levi su una generazione che non ha conosciuto fame e guerra: una testimonianza, in Primo Levi: il mestiere di raccontare, il dovere di ricordare, Atti del convegno, Trento, 14 maggio 1997, a cura di Ada Neiger, Fossombrone (PS), Metauro, 1998.

Alla ricerca della lingua italiana: l’Italiano integrato, commissionato dalla rivista “World Literature Today”, trimestrale letterario della University of Oklahoma, Norman, USA, apparso in traduzione inglese su un numero speciale dedicato alla letteratura italiana (Spring 1997).

I personaggi e il punto di vista, in AA.VV., Scrittura creativa, a cura di Laura Lepri, Milano, I quaderni di Panta - Bompiani 1997.

Il dialogo, in R. Guacci - B. Miorelli, Come scrivere. Guida per aspiranti narratori, Milano, Zelig Editore 1999.

Articoli di giornale di Carmen Covito:

Trovato a Burmarina (Tell Shiu4k Fawqani) il primo palinsesto della storia, “Il Corriere della Sera”, 30 dicembre 1998.

Sulle tracce di Zenobia. Nell’oasi più affollata della Siria, “Amica”, n. 4, 22 gennaio 1999.

Il giro del mondo in ottanta giorni. A Nantes in cerca di Jules Verne e dell’albero dei tulipani, “Amica”, n. 19, 7 maggio 1999.

Io e il chador: calori, sudori e rabbie di un’italiana in Iran, “Amica”, n. 40, 29 settembre 1999.

Alla scoperta di Babilonia. Tra deserti e rovine, sulle orme di Miss Bell, “Amica”, n. 48, 24 novembre 1999.

Sito internet:

Benvenuti in un sito romanzesco, www. carmencovito.com.

Saggi critici su Carmen Covito:

S. Contarini, L'eredità della neoavanguardia nei romanzi di Silvia Ballestra, Rossana Campo, Carmen Covito, in Narrativa 8 (1995).

A. Guglielmi, recensione di La Bruttina stagionata, in Trent'anni di intolleranza (mia), Milano, Rizzoli 1995.

Cafè letterario, Le interviste del cafè, www.cafeletterario.it/intervista/covito.html

DADA m@ 6 – Rivista culturale telematica, Ospite d’onore: Carmen Covito, di A.S. Martini, http://www.dadamag.it/sei.

L. Barzini, Intervista, Carmen Covito regala un cuore al suo computer, estratto da” Il Tempo”, domenica 9 novembre 1997.

R. Capozzi, Un incontro elettronico con Carmen Covito, in Forum Italicum 33:1 (1999)

M. Pagliuca, Carmen Covito. La bruttina stagionata, Tesi di laurea, Facoltà di scienze della Formazione dell'Università degli Studi di Salerno, corso di Laurea in Materie Letterarie, anno accademico 1998/1999.

G. Amoruso, recensione di Benvenuti in questo ambiente, in Il notaio della via Lattea. Narrativa italiana 1996 - 1998, Caltanissetta - Roma, Salvatore Sciascia Editore 2000 (pagg. 319-321)

M. Biglia, Interviste di un’ora, Magda Biglia intervista Carmen Covito, Gussago (Brescia), Editrice Vannini, 2000.

G. Casagrande, anticipazione dell’11 ottobre 2002, Alice.it.

T. Marone,Rossi Pompeiani, Il Mattino, 12 ottobre 2002

P. Danzè, Stilos, quindicinale di letteratura, anno IV n. 21, 15 ottobre 2002.

G. Tesio, Verso l’isola del tesoro con l’archeologa Covito, La Stampa, 26 ottobre 2002.

C. Medail, Covito: la bruttina stagionata scappa in Siria, Corriere della Sera, domenica 3 novembre 2002.

L. Oppici, Bruttina anzi Cettina, La Gazzetta di Parma, 24 novembre 2002.

S. Kleinert, Carmen Covitos Italienbilder: Geschichten von narzisstischen, elektronischen und interkulturellen Bezierungen, in F. Balletta, Italienische Erzählitteratur der Achtziger und Neunziger Jahre. Zeitgenössische Autorinnen und Autoren in Einzelmonographien, Peter Lang, Frankfurt am Main, 2003.

Adattamenti teatrali:

I. Rubini, La bruttina stagionata, 1994.

Filmografia

A. Di Francisca, La Bruttina stagionata, 1996.

NOTA:

questa è la bibliografia utilizzata nella presente tesi. Per una bibliografia sempre aggiornata vedi il sito web www.carmencovito.com





[1] C. Covito, L’influenza di Primo Levi su una generazione che non ha conosciuto fame e guerra: una testimonianza, in Primo Levi: il mestiere di raccontare, il dovere di ricordare, Atti del convegno, Trento, 14 maggio 1997, a cura di Ada Neiger, Fossombrone (PS), Metauro, 1998, p. 77.

[2] C. Covito, L’influenza di Primo Levi su una generazione che non ha conosciuto fame e guerra: una testimonianza, in Primo Levi: il mestiere di raccontare, il dovere di ricordare, Atti del convegno, Trento, 14 maggio 1997, a cura di Ada Neiger, Fossombrone (PS), Metauro, 1998, p. 73.

[3] C. Covito, Il ragazzo del circo, Corrierino – Club numero 19, 20 settembre 1964, “-Signore e signori! Ecco a voi oggi per la prima volta Johnny Wesner, il più giovane domatore del mondo!La voce del direttore tuonò sotto il tendone stracolmo di folla vociante. La gabbia era pronta, in mezzo all‘arena tinta di verde dai riflettori. -Avanti, ragazzo, devi entrare.- La voce dura del clown fece sussultare Johnny, appoggiato a un palo dietro la tenda d‘entrata. Entrare! Entrare tra quella folla crudele che aspettava solo di godersi una buona volta il brivido del sangue, di vederlo scomparire sotto il peso immane di un leone, di vedere...Entrare! No. Sentiva il peso della paura, un blocco freddo e pesante, là, sopra lo stomaco. Guardò dallo spiraglio della tenda i leoni che entravano nella gabbia. Il loro odore arrivava fino a lui. Johnny non vedeva più Sultano, Rama, Regina, Omar, i bravi compagni delle lunghe ore di esercizio: quelli che rumoreggiavano enormi sotto i fari verdi erano quattro mostri giallastri, le bocche irte di grossi coltelli d‘avorio, acuminati, appuntiti, e pronti a lacerare, a dilaniare, a straziare… Entrare! No.La paura gli agganciò le membra, gli chiuse gli occhi con le sue dita di gelo. Ecco, la paura gli era amica, forse. Aveva le gambe rigide come due stecchi, le mani troppo deboli per tenere la frusta. Ancora un poco e la folla si sarebbe stancata di attendere, non lo avrebbe più atteso. Il sudore impregnava la casacca tutta lustrini, i calzoni aderenti con la banda d‘oro a cui sua madre aveva lavorato per settimane, per mesi, da quando suo padre era morto, ucciso dai… da quelle bestie. Suo padre: il più grande domatore del mondo, l‘uomo che affrontava sorridendo i leoni… o almeno li aveva affrontati sorridendo finché non lo avevano ucciso. Suo padre: l‘uomo che un giorno lo aveva trascinato piangente in una gabbia, tra le belve, e ve lo aveva lasciato perché continuasse la tradizione. La tradizione. Il più grande domatore del mondo: Johnny Wesner! -Johnny Wesner! Johnny Wesner! – Non guardò il volto dell‘uomo che lo scuoteva infuriato: era suo padre, suo padre, tornato dalla tomba per fargli continuare la tradizione, certo! Il più grande domatore di leoni ucciso dai leoni. No! Via, via, lontano da quel luogo d‘inferno!Corse via, senza vedere dove, di furia. Una grande luce lo circondò, una luce verde, mista a un clamore confuso. Aprì gli occhi, lentamente. Era in mezzo all‘arena del circo”.

[4] L. Rossi, Il Club di Carmen, www.carmencovito.com.

[5] M. Milani, “Corrierino – Club”, numero 19, 20 settembre 1964.

[6] C. Covito, Operazione tegola di legno, “Corrierino – Club”, numero 25, 1 novembre 1964, “La spiaggia era lunga e bianca, di sabbia fine. In Inghilterra non c‘era quella sabbia, pensò il soldato. In Inghilterra non c‘erano nemmeno quegli spruzzi d‘acqua rossa, né il fragore ritmato di quei cannoni. Guardò la lunga spiaggia gremita di piccole figure che correvano, correvano e poi cadevano in un fiore di fuoco e non si rialzavano più; restavano là, sulla sabbia, come se fossero stanche. Stanche, come lui. Il fucile gli pesava tra le mani: doveva sedersi, subito. Ma dove? L‘operazione “tegola di legno„ era in corso, l‘operazione che doveva liberare Anzio, come una tegola caduta sul collo ai tedeschi. Ma lui non poteva restare ancora in piedi, no. Si allontanò seguendo il filo della risacca, fino a uno scoglio affiorante. Lasciò cadere il fucile, cadde egli stesso sulla sabbia. Le mani gli tremavano, irrefrenabilmente. Vigliacco, era solo un vigliacco, certo. Ma quei sette giorni di mare, la tempesta improvvisa, poi il fuoco dei tedeschi e quel ragazzo, Jim, annegato a faccia in giù nell‘acqua bassa. E adesso lui era solo. No, un momento. Un gemito ininterrotto veniva da dietro lo scoglio, come l‘uggiolare di un cucciolo spaventato. Guardò. Era solo una bambina, una bambinetta dal volto magro, tutt‘occhi; un ciuffo di capelli biondi, sottili come fili di sole, le ricadeva sulla fronte imbrattata di sabbia umida. Guardava tremando la spiaggia, gli spruzzi di sabbia e di fuoco, gli uomini che correvano. Il soldato sorrise e si avvicinò. Era sola come lui, tutti erano soli, quel giorno e nessuno avrebbe dovuto esserlo. La bambina lo guardò e sorrise e si lasciò prendere per mano. Si avviarono insieme verso la città. A un tratto, il fiore incendiario di una pallottola li illuminò, e non ci fu più bisogno di arrivare in città per avere la pace. Un soldato americano che passava di corsa li vide distesi là, sulla sabbia, come se fossero stanchi. «Ma guarda!» disse fermandosi: « Ma guarda!».

[7] M. Milani, “Corrierino – Club”, numero 25, 1 novembre 1964.

[8] L. Rossi, Il Club di Carmen, www.carmencovito.com.

[9] DADA m@ 6 – Rivista culturale telematica, Ospite d’onore: Carmen Covito, di A.S. Martini, http://www.dadamag.it/sei.

[10] L. Barzini, Intervista, Carmen Covito regala un cuore al suo computer, estratto da ”Il Tempo”, domenica 9 novembre 1997.

[11] C. Covito, Benvenuti in un sito romanzesco, Io chi sono?, www. Carmencovito.com.

[12] L. Barzini, Intervista, Carmen Covito regala un cuore al suo computer, estratto da ”Il Tempo”, domenica 9 novembre 1997.

[13] Ibidem.

[14] Ibidem.

[15] DADA m@ 6 – Rivista culturale telematica, Ospite d’onore: Carmen Covito, di A.S. Martini,

[16] Ibidem.

[17] Forum di www.carmencovito.com, Un e-book autoprodotto per Carmen Covito, http://www.ecircle.it/forum/ebook.

[18] C. Covito, Scheletri senza armadio, Milano, La Tartaruga edizioni,  1997. D’ora in poi utilizzerò l’abbreviazione SSA.

[19] SSA, pag. 63.

[20] SSA, “Serenella inciampò sui tacchi a spillo, barcollò, si appoggiò appena in tempo alla fiancata di una macchina bianca, pensò che era destino: troppo tardi per tutto” pag. 5, “Incerta, Serenella si avviò sotto i platani tamburellando ciottolo per ciottolo il selciato con i tacchi dei sandali da sera”, pag. 10.

[21] SSA, pag. 6.

[22] SSA, pag. 7.

[23] SSA, “Alex era potenza e movimento anche in fotografia” pag. 8.

[24] SSA, pag. 8.

[25] Nota l’uso, da parte di Serenella, della maiuscola nei pronomi riferiti ad Alexeij, “[…] Lui che faceva un sorriso […] Gliela porgeva, Gliene strappava […]”, pag. 9.

[26] SSA, pag. 7.

[27] Ibidem.

[28] SSA, “Nell’immaginazione di Serenella si spalancò un teatrino luminoso: Lui che faceva un sorriso guardando la mascotte sul morbido cuscino delle braccia di lei, proprio lei! che, magari abbozzando un rispettoso inchino mentre Gliela porgeva, Gliene strappava un altro tutto per sé con un bel complimento modulato nel suo russo perfetto […]” pag. 9.

[29] SSA, pag. 10.

[30] SSA, pag. 13.

[31] Ibidem.

[32] SSA, “[…] c’erano linee troppo ben scandite nel suo viso, un eccesso di tendini scultorei in quel suo collo simile ad un cilindro, e poi il rilievo dei bicipiti dentro la sua manica era tanto vistoso da far male agli occhi, e anche la mano che riposava sopra la tovaglia le mostrava un disegno dolorosamente sentimentale”, pag. 14.

[33] SSA, “[…] bruschetta tartufata, gli strangozzi al tartufo, brasato di cinghiale e un’insalata con ovoli e tartufi”, pag. 13.

[34] Ibidem, “Marco chiese una mezza trota ai ferri, verdura cotta e minerale in vetro non gasata”.

[35] SSA, pag. 15.

[36] SSA, pag. 16.

[37] Ibidem.

[38] SSA, pag. 21.

[39] SSA, pag. 22.

[40] Ibidem.

[41] SSA, pag. 23.

[42] C. Covito, È vietato far piangere i bambù, volume collettivo, Modena, Gian Franco Borelli Editore, 1987.

[43] SSA, pag. 63.

[44] SSA, pag. 39.

[45] SSA, “Il bello del Giappone è che ti coccolano […]”, pag. 40.

[46] SSA, “[…] le prime volte che gli era capitato di venire in Giappone non possedeva una finezza sufficiente a notare dettagli come questo. Si faceva sorprendere da evidenze più grossolane, ancora troppo di superficie”, pag. 38.

[47] SSA, pag. 38.

[48] Ibidem.

[49] SSA, pag. 40.

[50] Ibidem.

[51] Ibidem.

[52] SSA, pag. 49.

[53] SSA, pag. 43.

[54] Ibidem..

[55] Ibidem.

[56] SSA, pag. 49.

[57] Ibidem.

[58] SSA, pag. 50.

[59] Ibidem.

[60] SSA, “Anche qui, dunque, si resiste a tutto tranne che alla tentazioni", pag. 50.

[61] SSA, pag. 53.

[62] SSA, pag. 52.

[63] SSA, pag. 45.

[64] Ibidem, “Quando vediamo una fotografia, non possiamo giurare che all’immagine corrisponda davvero una realtà. Il monte Fuji è qualcosa del genere: quando non lo vedo, non posso giurare sulla sua realtà”.

[65] SSA, pag. 60.

[66] C. Covito, Scheletri senza armadio, 16 racconti italiani, Brescia, Libreria Rinascita Editrice, 1990.

[67] SSA, pag. 63.

[68] SSA, pag. 27.

[69] Ibidem, “È tutto muscoli”.

[70] Ibidem.

[71] SSA, pag. 28.

[72] SSA, pag. 29.

[73] SSA, pag. 31.

[74] SSA, pag. 33.

[75] SSA, pag. 32.

[76] SSA, pag. 34.

[77] SSA, “Si guarda attorno con un’aria un po’ smarrita […] lo chiamo, sussulta, poi mi vede” , pagg. 33, 34.

[78] SSA, pag. 35.

[79] C. Covito, La bruttina stagionata, Milano, Bompiani, 1992. D’ora in poi utilizzerò l’abbreviazione BS.

[80] C. Covito, Un guardaroba di fantasmi, la donna fatale oggi: realtà o citazione?, in All’insegna della femme fatale, Atti del Convegno di Trento, 16 febbraio 1993, a cura di Ada Neiger, Trento, new Magazine, 1994, pag. 215.

[81] Ibidem.

[82] BS, “Ma voglio dire, finché non ti decidi ad accettare il tuo lato femminile, ti sarà molto difficile giostrarti con quell’animus della madonna che ti ritrovi. E, credimi, non risolvi proprio niente andando in giro con quei capelli corti da maschio e la cravatta di tuo padre”, pag. 65, “Si era scoperta una passione nuova per le calze a rete, i reggiseni a balconcino, i pizzi neri, i profumi muschiati. Ma le restava il senso del ridicolo e, per quanto ghignasse sotto i baffetti nel sapersi vestita di impalpabili fronzoli dentro i pantalonacci e i camicioni, non si arrischiò a portare all’esterno le sue velleità di seduzione”, pag. 95.

[83] BS, “Ogni estraneo dotato di un minimo di penetrazione avrebbe visto in quella mescolanza di carte e biancheria, scarpe e schedari, un vistoso verbale sui pressappoco della sua vita”, pag. 13.

[84] BS, “Marilina si è sempre preoccupata di aggirare gli ostacoli, di non esporsi all’urto di un diverbio frontale, o di opporre comunque all’ingiustizia un’elasticità che giudicava a prova di ogni lacerazione”, “[…] avendo sempre tanta paura ha finito per non avere mai nessuna idea. Nessuna, almeno, che valesse la pena di difendere”, pag. 73.

[85] Riporto alcune citazioni a conferma dell’insensibilità e dell’eccesso di razionalismo che la costringono a vivere fuori da se stessa, da BS. “Lei, pur gradendo, avrebbe desiderato coinvolgersi, provare un’emozione almeno per cortesia, e invece niente […] Marilina restava freddamente presente e si osservava e lo osservava, registrando gli eventi con silenziose note a margine”, pag. 15. “Lucidissimamente fuori di sé […]”, pag. 79, “[…] poi si arrende […] perché dopotutto questo stupro non la riguarda. E’ un fatto: ma in fondo non è un fatto personale. Se Marilina avesse tempo e l’agio di analizzare bene lo strano languore trepidino che ora comincia a scioglierla, sentirebbe che non risponde a semplici reazioni di meccanica e di fisiologia, no è il fuocherello della vanità acceso dal sentirsi riconosciuta come portatrice di un assoluto intercambiabile […] non è più molto chiaro chi dei due stia violentando l’altro, né se una violenza c’è”, pag. 84. Olimpia si rivolge così a Marilina “Non hai passioni, tu.” “Tu! Sempre tutta sentenze e niente viscere! […] secondo me è che tu proprio non senti. Sei anestetizzata […]”, pag. 120.

[86] BS, pag.10.

[87] Ibidem.

[88] BS, pag.14.

[89] BS, “Durante il funerale ha pianto, ma più che altro per quello che avrebbe potuto essere lei se non gli fosse stata figlia: forse una donna bella”, pag. 8, “[…] dovrebbe cercare di disabituarsi a questi occhiali da miope, quasi un marchio di predestinazione a far tappezzeria […]”, pag. 22.

[90] BS, pag. 16 e pag. 139.

[91] Cfr., BS, pag.21.

[92] BS, pag.22.

[93] Ibidem.

[94] Ibidem.

[95] Ibidem, “[…] i due che arrivano adesso sono in mezzo a un gruppetto di ragazze latinoamericane, Brasile a giudicare dai vitini da vespa e dall’altezza delle provocazioni sopra e sotto…la donna più vistosa è sui trent’anni, rossa tinta con jeans strizzati e grandi tette italiane dentro la camicetta verde a bolli, l’altra potrebbe essere una gemella anziana però tenuta bene, e i due ragazzi, giovanissimi, di colore, uno schianto di spalle larghe e fianchi stretti […]”.

[96] Ibidem, “Marilina guarda per un po’ di sottecchi il gioco degli sguardi e delle carezzine, troppo ammirata dalla disinvoltura delle donne per pensare a invidiarle […]”.

[97] BS, pag.23.

[98] Ibidem.

[99] Ibidem, "[…] sente che ha scelto il posto sbagliato, e si è messa il vestito sbagliato […], e poi c’è questa faccia sbagliata […], e questo corpo sbagliato […]”.

[100] BS, “[…] una sconfitta altrui non compensa le nostre, anzi le appesantisce, perché quel mezzo gaudio che deriva da un male comune è un tanto in più di colpa da portare. E Marilina se ne sente già tante di sue che non ha bisogno di cercarsene altre […]” pag. 129.

[101] BS, pag.60.

[102] BS, pag.64.

[103] BS, “Felice di poter avere un ruolo in quel teatrino da camera, Marilina ce la metteva tutta per fare bene da spalla, e qualche volta si sentì sul punto di venire promossa a comprimaria”, pag. 61.

[104] BS, pag.63, pag. 67.

[105] BS, pag.65.

[106] BS, Olimpia le rivela “che lui con te non ci sarebbe mai stato, e lo sai perché? perché Alfredo aveva paura di te”, pag. 166.

[107] BS, “Ė forse l’attrazione che la spinge verso Accardi non è d’amore” pag. 137.

[108] BS, “Le dà molto fastidio questo frullo d’ ali a vuoto che le palpita nella gabbia toracica ogni volta che lo guarda: è un’extrasistole stupida, e se non si controlla potrebbe diventare un mancamento cronico” pag.115.

[109] BS, “[…] deddi, treinin’, fifti-fifti, rait, sorri, targhet, piccì, maman, suosc, terrific, kiin, frii climbin’, ollràit, leesciaar-taim,ofcors, chesc, feirplei […]” pagg. 48, 49, 50, 51, 53, 54, 55, 89, 90, 211, 216, 230.

[110] BS, pagg.88-91, 104-105, 159.

[111] BS, “Del resto, le veniva spontaneo scomparire non appena si trovava in un gruppo di più di due persone, e dunque non aveva ragione di dolersi se poi passava sempre inosservata, come un fantasma senza consistenza […] si escludeva da sola, anticipando tutti.”, pag. 92, “[…] la verità è che Marilina non ha nessuna voglia di conoscere il suo prossimo più da vicino”, pag. 143.

[112] BS, “[…] si sentì in dovere di chiarire che si era spinta a quel passo nel buio perché nei suoi rapporti con gli uomini, pochini, non le era andata mai troppo alla grande, un po’ per timidezza e un po’ perché non si illudeva. Sapendo di essere così, brutta, o peggio, bruttina”, pag. 14.

[113] BS, “[…] oggi vive in quieta solitudine […]” pag. 10, “[…]le sue cose lei se la fa da sola […]” pag. 52, “Eppure, ci dev’essere qualche connessione evidente tra il suo essere sola […]” pag. 96.

[114] BS, pag. 10.

[115] BS, “Ma Berto era discreto: sceglieva posticini non troppo cari, e quando le chiedeva l’abituale “prestito” si prendeva la briga di inventare ogni volta una scusa diversa, una bolletta urgente, una rata di motorino in scadenza o un regaluccio da fare alla madre” pag. 19.

[116] BS, “Ora bisognerebbe fare delle domande sul lavoro trovato, interessarsi, dimostrarsi partecipe e cordiale verso questo estraneo intimo che le sta entrando in casa con il passo sicuro di chi conosce bene la disposizione di letto e cucinotto. Eppure Marilina si sente disturbata dall’idea che Berto abbia voluto coinvolgerla in un rito celebrativo suo”, pag. 77.

[117] BS, “Marilina lo guarda sbalordita, perché non le sembra possibile abbia detto per caso la stessa frase detta da lei a lui la prima volta. Che questo epicureo all’apparenza innocuo nutra dei sentimenti non di secondamano, per esempio un desiderio oscuro di rivalsa?”, pag. 80, “Io pensavo che intanto posso restituirti queste (cinquantamila lire), perché adesso, con tua mamma con quel guaio, ti serviranno soldi […] lentamente, Marilina prende la banconota. Metterla nel reggiseno? In una giarrettiera? Cosa si aspetterebbe, lui? […] alla fine la piega in due e la lascia sul tavolo dalla propria parte, immaginando che come accettazione basterà" pag. 79.

[118] BS, “Io all’Ersilia, ci voglio bene […] siamo così sole” pag. 124.

[119] BS, pag.30.

[120] Ibidem.

[121] BS, “Marilina, che provava un gaudioso rimorso per esserle scappata di mano come il padre, si sentì obbligata a farle visite di condoglianza settimanali per parecchi mesi […]”, pag. 29, “Dalla sua distanza di sicurezza, ora Marilina si piega comprensiva, con un orecchio solo, verso le debolezze della testa sopravvissuta.”, pag. 31.

[122] BS, pag. 166.

[123] BS, “sembrava, certo, che tra tutta quella massa di uomini ci fossero qua e la delle ragazze di meraviglia […], però poi uno sgrilletto tenorile o un vibrare di muscoli imprevisti rivelavano che si trattava di qualcosa d’altro. E le ragazze senza attributi […] erano per lo più slavate, bruttarelle, nascoste in pantaloni comodi e camicioni spiegazzati ad arte […]”, pag. 167.

[124] Ibidem.

[125] BS, pag.166.

[126] Ibidem.

[127] BS, “E’ sì. Bisognerebbe però fare la donna standard, interpretare il ruolo di una che chiede, esige, fa i capricci, promette, insinua, spinge senza darlo a vedere: arduo, per lei che non ha mai saputo recitare la femminilità. A pensarsi come premio, le scappa già da ridere”, pag. 140.

[128] Cfr., nota 55, pag. 13.

[129] BS, pag.167.

[130] Ibidem.

[131] BS, pag.168.

[132] Ibidem.

[133] Cfr., nota 73, pag. 14.

[134] BS, pag.169.

[135] Ibidem.

[136] BS, pag.170.

[137] BS, “Ma guarda che io sono femmina”, pag. 171.

[138] BS, Marilina, riferendosi all’organo genitale maschile, risponde all’esclamazione “Sei bagnata” con “E tu duro”, prosegue con “Ce l’hai bello”, “Bisogna proprio che li facciamo incontrare”, pagg. 172, 173. “E dunque lo sentiva, lo sapeva anche lui che questo far passare un desiderio vivo attraverso i cliché più consumati […]”, pag. 173

[139] BS, “[…] era la straordinaria performance di due attori capaci di trovarsi nello stesso momento in platea e in palcoscenico.”, pag. 173.

[140] BS, pag. 182.

[141] BS, pag. 184.

[142] Ibidem.

[143] Cfr., nota 55, pag. 13.

[144] BS, pag. 185.

[145] Ibidem.

[146] BS, pag. 192

[147] Ibidem.

[148] BS, pag. 217.

[149] Ibidem.

[150] Cfr., nota 52, pag. 13.

[151] Marilina definisce Accardi collezionista di sensi di colpa riferendosi alla videocassetta (in possesso di Giandomenico) pornografica in cui compare Berto da piccolo “[…] credo di sapere perché tu l’hai comprata: per fargli svendere l’unica immagine di sé a cui era tanto affezionato da non avermene parlato mai. Tu sei un collezionista di sensi di colpa. E questo non mi piace, non mi piace e non mi piace. Penso che ognuno abbia il diritto e il dovere di tenersi i suoi traumi per sé e di elaborarseli come gli pare”, pag. 247. Con il termine generico “ognuno” la donna allude a se stessa, che vive i suoi traumi (es. essere Labruna) con sensi di colpa.

[152] BS, pag. 218

[153] Ibidem.

[154] BS, pag. 222.

[155] Ibidem.

[156] C. Covito, Un guardaroba di fantasmi, la donna fatale oggi: realtà o citazione?, in All’insegna della femme fatale, Atti del Convegno di Trento, 16 febbraio 1993, a cura di Ada Neiger, Trento, new Magazine, 1994, pag. 215.

[157] BS, pag. 223.

[158] BS, “Aveva continuato a richiamare il suo fantasma notte dopo notte, ostinandosi a non attribuirgli una faccia qualunque, e non era arrivata a rivelarsi che non volerlo vedere era soltanto un modo per non essere vista”, pag. 16.

[159] BS, “E dunque non si tratterà di una questione di sesso. A meno che, come succede sempre, il sesso sia soltanto il mezzo che chi non possiede se stesso per intero è costretto a impiegare per possedere un altro, o un’altra”, pag. 230.

[160] BS, pag. 230.

[161] BS, pag.244.

[162] C. Covito, Un guardaroba di fantasmi, la donna fatale oggi: realtà o citazione?, in All’insegna della femme fatale, Atti del Convegno di Trento, 16 febbraio 1993, a cura di Ada Neiger, Trento, new Magazine, 1994, pag. 225.

[163] Ibidem pag. 225.

[164] BS, pag. 247.

[165] BS, pag. 248.

[166] BS, pag. 249.

[167] C. Covito, Virtualità, in “Tuttestorie” n.1 nuova serie marzo 1994, (pagg. 37-41). D’ora in poi utilizzerò l’abbreviazione VIR.

[168] VIR, “Pazza di lui com’ero, senza quella frattura provvidenziale avrei risalito in ginocchio le tre rampe di scale e sarei andata un’ennesima volta a strisciargli davanti per baciargli i pugnetti, perché così insanguinati mi piacevano molto, sai, ho sempre avuto molto gusto per l’arte, tutto quel rosso su quell’azzurrino mi sembrava virile, e comunque mica era solo sangue mio: povero Rico, ha la pelle talmente delicata che si escoriava sempre un po’”, pagg. 37, 38.

[169] VIR, “Denunciarlo? Chi, io? Ma figurati! Non mi passò assolutamente per la testa, un po’ perché ero convinta che buona parte della colpa fosse mia [...]”, pag. 38.

[170] VIR, “Io spiavo le sue conversazioni con quella scema di Tuttapepe e con quell’altra che faceva un sacco di domande indiscrete, come è che si chiamava? sì! Bollablù 93 – dico! ma si può chiedere a uno che né lo vedi né lo hai mai visto: «Se avessimo appena finito di scopare e io mi mettessi a piangere, tu che cosa penseresti? a) ce l’ho troppo piccolo, b) ce l’ha troppo larga; c) cristo, le cattoliche devono capitare tutte a me»? Mi ricordo perfettamente che cosa le rispose Virtù: «Nessuna delle tre. Quando una donna piange penso solo a cercarle un fazzoletto». Grande, pensai io: quando mai qualcuno dei miei ex se ne è preoccupato? Se gli girava bene, guardavano dall’altra parte fino a che non sentivano più tirare su col naso...”, pag. 39.

[171] VIR, “Io, per poter sedurre il tuo Virtù che mi sembrava un uomo tanto sereno, equilibrato, forte, ho dato a questa mia Necessity la parte di me stessa che avrei voluto avere: l’ho fatta spiritosa, amorevole e dolce ma capace di starsene anche per conto suo, affettuosa però non rompiballe, piena di sentimento ma non sentimentale [...]”, pag. 40.

[172] C. Covito, Milano Poesia, in “Nuovi Argomenti”, n.46 marzo – Aprile, 1993. D’ora in poi utilizzerò l’abbreviazione MP.

[173] MP, pagg. 50, 51.

[174] MP, “Strano, però, incontrare adesso proprio lui, e proprio in un momento in cui sentivo in aria come una vibrazione di tramonto imminente”, pag. 49.

[175] MP, pag. 48.

[176] MP, pagg. 47, 53.

[177] MP, pag. 52.

[178] Ibidem.

[179] MP, pag. 50.

[180] MP, pag. 51.

[181] MP, pag. 55.

[182] C. Covito, Del perché i porcospini attraversano la strada,  Milano, Bompiani, 1995, pag. 227.

D’ora in poi utilizzerò l’abbreviazione: DPP.

[183] DPP, “Se si comincia a farci troppa attenzione si diventa matti come dei porcospini”, pag. 171.

[184] DPP, pag. 17.

[185] DPP, “[…] ora devo sforzarmi gli occhi su questo monitor”, pag. 13.

[186] DPP, pag. 194.

[187] DPP, “[…] gli ho fatto dimostrare che a ogni jeté a sinistra avrebbe corrisposto uno penzolamento dei suoi pendagli a destra e viceversa, con effetti antiestetici”, pag. 16, “«Guarda qua e dimmi se questa è ideologia», e naturalmente aveva ragione. Era un problema di masse nello spazio”, pag. 258.

[188] DPP, pag. 14.

[189] DPP, “[…] e intanto avevo perso un due ore di luce, il che voleva dire almeno dieci centimetri quadrati di uva e poponi che, a copia terminata e calcolando il prezzo medio di diecimila pesetas per un Felipe Ramírez 30 x 50, mi avrebbero fruttato il costo di una cena”, pag. 23.

[190] DPP, “[…] incapace di districarsi nella complicazione labirintica dei rapporti degli altri”, pag. 14, “[…] io me la cavavo meglio con le cose che non con le persone: più facile disporle in prospettiva, meno rischioso fare errori”, pag. 29.

[191] DPP, pag. 22.

[192] Ibidem.

[193] DPP, “[…] ripagandomi matematicamente dell’infinita noia che, mattina dopo mattina, sollevamento di manubrio dopo sollevamento di manubrio, mi era costata sviluppare il mio attuale stadio di turgidezza muscolare”, pag. 29.

[194] DPP, “Ero troppo gentile, troppo pronta ad aggiogare le mie buone ragioni al carrozzone di un capriccio altrui”, pag. 23.

[195] DPP, pag. 24.

[196] DPP, pag. 29.

[197] DPP, “Dopo un attimo di perplessità, si decise a tastarmi il bicipite e io non mi persi la soddisfazione di veder sussultare un uomo in più”, pag. 28.

[198] DPP, pag. 26.

[199] Ibidem.

[200] DPP, pag. 41.

[201] DPP, “[…] mi successe che da un momento all’altro rientrai dentro di me, mi resi conto delle dimensioni che aveva quell’affare al naturale e, se avessi potuto, sarei scappata via. Ma non potevo. E per fortuna!”, pag. 49

[202] DPP, “Occhio per occhio, dente per dente, pensai: perché dovevo sentirmi così tanto in imbarazzo, se mi veniva fatto quello che avevo fatto prima io?”, pag. 70.

[203] DPP, pag. 70.

[204] DPP, pag. 71.

[205] Ibidem.

[206] DPP, “La mia vita era stata un caos così, e forse era venuto il momento di mettermi a tracciare un disegno ordinato, prendere posizione con quest’altra persona in un progetto di cose da fare assieme”, pag. 63.

[207] DPP, pag. 63.

[208] DPP, “[…] con uno che, dopo avermi leccato e mordicchiato per ore le ginocchia, mi sussurrava tra l’orecchio e il collo che prima di incontrarmi non gli era mai venuto in mente di voler invecchiare aiutandosi l’un l’altro con un’altra persona?”, pag. 64.

[209] Ibidem.

[210] DPP, pag. 65.

[211] Ibidem, “Un giorno, ritornando dalla piazza […] scaricai le due borse dalla spesa nel cucinotto, riempii il lavello di fagiolini, patate, peperoni, cartocci di salumi, carne e latte per poi distribuirli con più calma sui ripiani del nostro frigorifero, di passaggio pulii dall’armadietto una sottile colatura di unto che non mi era saltata all’occhio la mattina, corsi a tirare dentro il bucato già asciutto sulle corde tra la finestra e il muro del cavedio e, stringendomi al petto tre camice pulite e profumate di cui tra poco avrei spianato attentamente tutte le grinze, seppi che da una settimana non andavo al museo. Non solo non me ne ero resa conto, ma non ne avevo mai avvertito il bisogno”.

[212] DPP, pag. 66.

[213] Ibidem, “Hai pianto? Perché?”.

[214] Ibidem.

[215] DPP, pag. 67.

[216] Ibidem.

[217] DPP, pag. 49.

[218] DPP, pag. 54.

[219] DPP, pag. 56.

[220] DPP, pag. 61.

[221] Ibidem.

[222] Ibidem.

[223] DPP, “Felice? Sì quel tanto che si può, come tutti”, pag. 62.

[224] DPP, “[…] è il più bell’animale economico che io abbia mai incontrato… è… è una ruffiana di soldi: lei li mette assieme e loro, paff, figliano come conigli”, pag. 61.

[225] DPP, pag. 60.

[226] DPP, pag. 250.

[227] DPP, “[…] doveva avere un bel po’ di anni di troppo occultati con cura sotto la sua vernice di trucco bianco e rosa”, pag.21, “[…] la faccia da Buddha bianca, come ingessata da un trucco pesantissimo” pag. 272.

[228] DPP, “[…] avvolta in strati e strati di pesante broccato sotto la spessa e ampia cintura del kimono”, pag. 20, “[…] così obizzata non ne poteva più, e con un gesto lento sciolse la cordellina esterna e poi infilò la punta delle dita dal di sopra nel largo cinturone ricamato e spostandole varie volte da sinistra a destra e da destra a sinistra, con cautela, smosse quel che sembrava una nascosta stratificazione di tessuti crocchianti e infine sospirò con un sollievo languido”, pag. 31.

[229] DPP, pag. 55.

[230] DPP, “[…] dall’alto in basso sogguardava noi spettatori che, dopo un sospiro collettivo di meraviglia, stavamo ancora ringoiando il fiato”, pag. 56.

[231] DPP, pag. 57.

[232] Ibidem.

[233] DPP, pag. 58.

[234] Ibidem.

[235] Ibidem.

[236] DPP, pag. 79.

[237] DPP, pag. 250

[238] DPP, pag. 79.

[239] DPP, pag. 94.

[240] DPP, “Lei, dignitosa e impettita nella sua ipocrisia, procedeva facendo sempre e solo quello che andava fatto”, pag. 147.

[241] DPP, “[…] non ha mai sopportato di essere presa alla sprovvista, lei deve sempre sapere già dal giorno prima cosa preparerà per il pranzo e la cena dell’indomani”, pag. 97.

[242] DPP, “Lei finì di spulciarsi un pilucco invisibile dalla giacchetta del tailleur rosa arancio – con catenelle in oro finto e il bordo imitazione Chanel” pag. 108.

[243] DPP, pag. 47.

[244] DPP, “[…] acquattata pericolosamente nella sicurezza che non avrei potuto avere mai una vita diversa dalla sua”, pag. 46.

[245] DPP, pag. 134.

[246] DPP, pag. 111.

[247] DPP, pag. 110.

[248] Ibidem.

[249] Ibidem.

[250] Ibidem, “Avrei potuto cavarmela da sola, ma gli chiesi di aiutarmi”.

[251] DPP, pag. 113.

[252] DPP, pag. 115.

[253] Ibidem.

[254] Ibidem.

[255] DPP, “Preferivo non dirgli che mi piaceva l’idea di trattare perfino la mia pelle come una superficie da decorare”, pag. 119.

[256] DPP, pag. 116.

[257] DPP, pag. 119.

[258] Ibidem.

[259] DPP, pag. 132.

[260] Ibidem.

[261] DPP, “[…] certe parole non stanno bene in bocca a una signorinella e che dovevo mettermi in testa che papà faceva solo qualche piccolo affare ogni tanto e per il benemerito scopo di comprarsi, senza pesare sul nostro bilancio, un nuovo modellino di trenino o un locomotoroccio”, pag. 146.

[262] DPP, pag. 149.

[263] DPP, pag. 138.

[264] DPP, “Secondo me ognuno è libero di fare tutte le cazzate che crede, ma poi non deve pretendere di spacciarle per qualcosa di diverso da una cazzata”, pag. 135.

[265] DPP, pagg. 140, 153.

[266] DPP, pag. 153.

[267] DPP, pag. 139.

[268] DPP, “[…] quella breve eppure percettibile esitazione prima di consegnarle a me, come per dirsi «a lei? lei chi?» e poi rendersi conto che di altre lei possibili c’ero soltanto io”, pag. 141.

[269] DPP, pag. 138.

[270] DPP, pag. 165.

[271] DPP, pag. 185.

[272] DPP, “[…] la distanza mi aveva liberata”, pag. 186.

[273] DPP, pag. 182.

[274] DPP, pag. 171.

[275] DPP, pag. 170.

[276] Ibidem.

[277] DPP, pag. 208.

[278] DPP, “Sempre dopo. Prima, c’era mia madre: in casa nostra la legge era lei, o così mi sembrava. Ora scoprivo che mi ero sbagliata. Lei non aveva mai dettato niente di importante: il dittatore vero, il tiranno in incognito si nascondeva dietro gli occhi vispi e la mitezza taciturna di quell’angioletto di papà”, pag. 187, “Mia madre avrebbe prima riferito al marito e dopo avrebbe fatto come voleva lei”, pag. 200.

[279] Ibidem.

[280] DPP, pag. 199.

[281] DPP, pag. 205.

[282] DPP, pag. 203.

[283] DPP, pag. 250

[284] DPP, pag. 228.

[285] DPP, pag. 229.

[286] DPP, pag. 228.

[287] DPP, “[…] né è colpa mia se non ho mai imbroccato la rappresentazione giusta da recitargli nel momento giusto”, pag. 251.

[288] DPP, “Se ha giocato con me […] è stato per una specie di amore che nessun altro mi ha mai dato prima: nemmeno Gabriel, che non ha mai capito la mia smania di dipingere e, sì, ci penso adesso, forse dovrebbe essere grato a Camacho come me, per averlo liberato da me”, pag. 271

[289] DPP, “«Ma tu, da grande, che cosa vuoi fare?» «quello che stai facendo tu. Cioè… non con la danza: io vorrei arrivare a dipingere un quadro che mi piaccia. Almeno uno», pag. 230.

[290] DPP, pag. 264.

[291] DPP, pag. 163.

[292] DPP, pag. 250.

[293] DPP, “[…] ma l’ho trovato curvo sul tavolino, con gli occhiali da presbite inforcati a metà naso”, pag. 101.

[294] DPP, “[…] l’indifferenza lo sconcerta, non la capisce, non c’è abituato, per lui la norma è che assolutamente tutti quelli che incontra mostrino in un modo o nell’altro di soggiacere al fascino che emana”, pag. 238.

[295] DPP, “[…] non conosce il dolore, non sa niente, non ha un minimo di coscienza degli altri. Deve imparare a farsi invadere da un altro. Deve cadere a terra almeno una volta”, pag. 267.

[296] DPP, “[…] di te mi fido”, pag. 268.

[297] DPP, “L’ho tradito […] se lo costringo a vivere suo malgrado, se gli rovino la sua messinscena ultima, lo tradirò da amica. Se cambio idea e gli lascio il finale che vuole, lo avrò tradito più profondamente”, pagg. 268, 269.

[298] DPP, pag. 10.

[299] DPP, pag. 245.

[300] DPP, pag. 278

[301] C. Covito, Benvenuti in questo ambiente, Bompiani, Milano, 1997, “”Ma ogni tot do tempo, devo sfogarmi. Normale procedura. Impedisce l’intasamento dei circuiti emozionali. Prendila così com’è”. D’ora in poi userò questa abbreviazione: BQA.

[302] BQA, “Se hai qualcosa da domandare, prego. Lo so che chiacchiero troppo, ma ti puoi inserire in qualunque momento: la tastiera ce l’hai lì sotto il naso. Allora? Che fai, dormi? Avanti, su. Non morde... Ah, già. Magari hai dei problemi con la nostra scrittura. Però per parlare parli [...] facciamo così la vedi quella griglietta nera alla tua destra? é un microfono. Parlaci dentro, se preferisci: sono attrezzata anche per decifrare comandi vocali... Ohllamadonna, magari questo non sa nemmeno leggere!”, pagg. 9, 10.

[303] BQA, pag. 13.

[304] BQA, pag. 15.

[305] BQA, pag. 6.

[306] Ibidem, “[...] lui è rimasto colpito, e poi profondamente grato e fiero, che lo abbiano lasciato da solo in questa loro bella casa [...] be’, le dimostrerà che lui sa ricambiare la fiducia del Dottore”.

[307] BQA, “[...] chissà come la prenderebbe questo irritabilissimo dottor Ugo Digrosso [...]”, “E allora il mio Ugo ha perso ogni rispetto e ha sbraitato [...]”, pagg. 25, 126.

[308] BQA, pag. 28.

[309] Ibidem, “Dunque, il dottor Digrosso ha detto che lui è omosessuale con le donne ed eterosessuale con gli uomini”.

[310] BQA, pag. 29.

[311] Ibidem, “Se per”piacere” intendi andarci a letto, no. Non vado con nessuno e con nessuna”.

[312] Ibidem.

[313] BQA, ““Ti piacerebbe, eh? ma io non sto zitto perché tu sei un perverso, perché uno giusto non va a chiedere a sua sorella di legarlo alle colonnine del letto per le sue perverse pratiche sadoma....” “Ma è stata lei! come te lo devo far capire che è stata lei a proporlo! per convincermi a intervenire su quell’animale, o no? e però in cambio lei doveva farmi da passaferri – la prima volta in vita mia! hai capito o non hai capito? – per legare le sciarpe, e poi subito via, raus!, perché di gente attorno alle mie cose non ne ho mai... Sono bravissimo a fare nodi con una mano sola, io! in genere poi l’altra me la infilo in un cappio e immagino che sia immobilizzata, anche se non è molto soddisfa... Oh, ma perché poi telo devo venire a raccontare a te?! Se me le facci o non me le faccio, perlomeno le seghe saranno cazzi miei, o no?”. [...] il Dottore aveva tutte e due le mani legate con le due sciarpe di seta, piuttosto lunghe, sì, però non abbastanza per permettergli di raggiungere il....E dunque come ha fatto a...? “Con il pensiero, idiota! “ urla il Dottore a Marco [...] “ Con il solo pensiero! “,pagg. 231, 232.

[314] BQA, “Però... però allora vuol dire che i corpi della gente devono fargli schifo tutti, compreso il suo. Sarà una malattia professionale? A incidere ogni giorno nella carne degli altri, si incomincia a schifarla fino ad avere orrore della propria?”, pag. 232.

[315] BQA, pag. 36.

[316] BQA, “Sandrina, la sorella di Ugo, la piccolina: maglioni neri d’inverno e  magliette nere d’estate, i jeans neri sempre gli stessi. Due dita di capelli, neri”, pag. 8.

[317] BQA, “Alle quattro, scopare con Marco”, pag. 38.

[318] BQA, pag. 36.

[319] BQA, “Sandrina al posto del cuore ha una calcolatrice”, pag. 31.

[320] BQA, pag. 38.

[321] BQA, pag. 32.

[322] BQA, pag. 5.

[323] BQA, pag. 10.

[324] BQA, pag. 9.

[325] BQA, pag. 8.

[326] BQA, pag. 33.

[327] BQA, pag. 10.

[328] BQA, “Eppure, quello che sente lui è soltanto un calore improvviso tra la pancia e la testa: come aver ingoiato una pallina di luce che si espande rapidamente e gli rallegra il corpo”, pag. 60.

[329] BQA, pagg. 32, 33.

[330] BQA, pag. 68.

[331] BQA, pag. 70.

[332] BQA, “Spiegò, meditabonda, che il viaggio è un’autostrada per l’anima, e Yussef, che l’altra volta non aveva avuto né il tempo né la voglia di lasciarla parlare, capì perfettamente il senso del discorso [...] il bambino all’inizio era stato un bel viaggio anche quello, ma adesso lei non poteva proprio più tenerlo. Mica per egoismo o perché si fosse stancata del giocattolo, no. Era perché doveva andare in India. Tutte quelle malattie. Sarebbe stato terribilmente rischioso per lui, povera stella innocente”, pagg. 70, 71.

[333] BQA, pag. 72.

[334] BQA, “Per esempio, sognarlo capocameriere al Ritz di Place Vendome, e costringerlo per questo a imparare il francese orale e scritto ma non l’arabo, come si conciliava con la speranza di vederlo diventare maggiordomo di un lord oppure responsabile di una catena di spaghetterie, posizioni per cui si doveva tenerlo ore e ore davanti alla televisione a studiare l’inglese dei cartoni animati e l’italiano di Rai Uno?”, pag. 109, “Così Yussef fu costretto a riadattare per Light un suo vecchio completo ancora in buono stato e gli insegnò, di malavoglia, il “mabruk” da augurare agli sposi. Credeva, lui, che per il suo futuro di grande chef allevato a francese e inglese con l’’italiano in più per condimento e dopo tutto l’impegno prodigato nell’evitargli contaminazioni, quella fosse in assoluto il primo assaggio di lingua tunisina a parte i nomi degli inevitabili piatti tipici [...]”, pag. 177.

[335] BQA, pag. 51.

[336] BQA, pag. 60.

[337] BQA, “Poi , tutti quanti si alzarono come  per un accordo preso a sua insaputa. Si stavano schierando faccia al muro, Light esitò. Ma come...? proprio lì, sotto la luce? quando intorno c’erano tanti di quei posti bui per andare a far acqua con discrezione?”, pag. 190.

[338] BQA, pag. 110.

[339] BQA, “In una sola settimana, ha avuto già una festa e ora ha un appuntamento. Deve dirlo alla Dama, subito. La Dama gli ha risposto con una parola sola: “Stronzo””, pag. 83.

[340] BQA, pag. 80.

[341] BQA, pag. 104.

[342] BQA, pag. 104.

[343] Ibidem.

[344] BQA, pag. 107.

[345] BQA, pag. 110.

[346] BQA, pag. 111.

[347] BQA, “[...] una faccia che secondo lei sarebbe da maschio, ma di umano in genere ha solo l’essenziale: un ovale appiattito sulla base, tipo uovo di Colombo, con due gusci di mandorla per occhi; naso e bocca sintetizzati rispettivamente da due righe in verticale e due in orizzontale. Niente orecchie. Niente capelli”, pag. 8, “Ma non è Lei! La faccia sullo schermo è grigio ferro, senza capelli biondi al vento, senza pupille azzurre, senza labbra polpose... Non è lei. E’ soltanto quell’altro, ScaccoBot”, pag. 111.

[348] BQA, pag. 118.

[349] BQA, pag. 119.

[350] Ibidem.

[351] BQA, pag. 120.

[352] BQA, pag. 121.

[353] BQA, pag. 124.

[354] BQA, “Ma è bastato che poi, con un sorriso desolato, la Dama si spostasse davanti a una tastiera ed ecco, il movimento delle dita ha trovato un appoggio, una ragione, una naturalezza. Non è un tic, è il suo modo di esprimersi”, pag. 127.

[355] BQA, pag. 126.

[356] BQA, “Però anche a capire che ero psicotica arrivò per primo , bisogna riconoscerglielo, visto che poi la diagnosi mi fu riconfermata da tutti gli psichiatri e tutte le analiste che papà e mamma mi costrinsero a vedere [...]”, pag. 138

[357] BQA, pag. 132.

[358] BQA, pag. 136.

[359] BQA, pagg. 136, 137.

[360] BQA, “Quindi sognavo un Muratore Azzurro che mi desse una mano di malta per consolidarmi insieme, e insieme a lui fare il salto”, pag. 137.

[361] BQA,  pag. 140.

[362] BQA, “E questo me lo fece capire lui, Ugo, con il semplice fatto di trovarsi radicato con me dentro il mio guscio ben più profondamente di quanto potesse mai riuscire a piantarsi nel mio corpo un uomo esterno”, pag. 141.

[363] BQA, “[...] essendo donna e incinta, io dunque eravamo in due dentro un unico guscio. Entità doppia ma equilibrata. Edificio complesso ma coerente. E sempre più pesante”, pag. 140.

[364] BQA, “Ma non volevo che Sandrina, crescendo, diventasse una mia replica. No di certo”, pag. 142.

[365] BQA, “[...] se mi ero conquistata una stabilità e una certezza di consistere in qualcosa, se finalmente ero arrivata a sentirmi un qualcuno, e addirittura io, era stato per colpa sua, contro di lei, grazie a lei che negli anni aveva attratto tutti i miei frammenti verso il ricordo delle sue prese in giro, dandomi forma... Ormai, quello era il nucleo intorno al quale mi ero coagulata. Lo cappi rivedendola, e capirlo non mi piacque. Non è bello sapere che il centro del mio me è un rancore”, pag. 145.

[366] BQA, pagg. 170, 171.

[367] BQA, pag. 173.

[368] BQA, “La verità è che sono diventata un mostro”, pag. 175.

[369] BQA, pag. 173.

[370] BQA, pag. 144.

[371] BQA, “E comunque, è meglio per tutti. Da quando non esco più, Sandrina ha cominciato a volermi bene. Credo. Parla spesso con ScaccoBot, gli chiede consigli, non fa mai commenti maligni su di me, non mi nomina proprio”, pag. 144.

[372] BQA, pag. 39.

[373] BQA, “[...] ha salvato il failetto [...] ha listato per bene il lavoro già fatto [...] ha lanciato il suo piccolo editor HTML [...] lui  smanetta in segreto a una demo multimediale per World Wide Web [...] gli mancava ancora di marcare la home-page [...] test di funzionalità eseguito con successo. Il linkaggio è liscissimo, l’heading e il body sono formattati a meraviglia, l’animazione va automagicamente. Il tempo di scaricamento sarebbe più decente, forse, se eliminasse qualche frame, ma, per intanto”, pagg. 162, 163.

[374] BQA, pag. 95.

[375] BQA, pag. 193.

[376] BQA, pagg. 208, 209.

[377] BQA, pag. 209.

[378] BQA, pag. 216.

[379] BQA, pag. 213.

[380] BQA, pag. 223.

[381] C, Covito, Regina, detta Gina, L'età forte.Storie di donne per le donne, Fondazione Giovanni Lorenzini, 1997. D'ora in poi utilizzerò l'abbreviazione RG.

[382] Cfr. RG.

[383] Ibidem.

[384] Ibidem.

[385] C. Covito, Racconti dal Web, Edizione d’Autrice 2001, pag. 66. D’ora in poi utilizzerò l’abbreviazione: RDW.

[386] RDW, pag. 7.

[387] RDW, “[…] ed è precisa, obbediente, rispettosa delle regole e… Sconvolto dal pensiero che stavo per raggiungere «banale», alzo la testa, […]”, pag. 6.

[388] RDW, pag. 7.

[389] RDW, pag. 8.

[390] RDW, pag. 14.

[391] Ibidem.

[392] RDW, “[…] questa bronzea statua di muscoli splendenti […] due larghe spalle su cui appoggiare, un carattere saldo come i miei bicipiti ammirevoli […] ho il ventre piatto, le natiche sode […]”, pagg. 9,10.

[393] RDW, “[…] s’intona benissimo al mio colore d’occhi, sai, quel blu così particolare che la pelle abbronzata rischiara, sprigionandone trasparenze di giaccio affascinanti […] Gli unici brividi che ti farò provare scintilleranno in te dal contatto casuale – così sapientemente casuale – delle mie dita forse distratte, e forse no, su una parte innocente del tuo corpo, una spalla, l’orecchio, la nuca, la radice della tua schiena nuda, indifferentemente, il dorso della mano”, pag. 9.

[394] Ibidem, “Poi, quando mi toglierò gli occhiali per baciarti… Oh sì, sono un po’ miope, quel pochissimo che basta a darmi un certo tono da studioso e a convincere te, già a prima vista, che questa bronzea statua di muscoli splendenti non è vuota”.

[395] Ibidem, “So che una donna, oggi, non si accontenta della superficie. E io avrò il coraggio di lasciarti entrare nelle profondità dei miei pensieri, per te tirerò fuori l’anima […]”.

[396] RDW, “Sarò sentimentale e carezzevole. Ma all’occorrenza troverai due larghe spalle su cui appoggiarti, un carattere saldo come i miei bicipiti ammirevoli”, pag. 10.

[397] Ibidem, “[…] la curva del mio dorso ti farà da sella docile se vorrai spogliarmi e cavalcare. Poi, imbizzarrito per gioco, ti ribalterò che ridi e gridi di finto orrore e spingi via con tutte e due le mani la mia fronte che prende posizione sul morbido cuscino del tuo pube, e intanto mi trattieni annodando le dita ai miei capelli, guidandomi”.

[398] Ibidem.

[399] RDW, pag. 13.

[400] RDW, pag. 11.

[401] RDW, pag. 15.

[402] Ibidem.

[403] RDW, pagg. 21, 22.

[404] RDW, pag. 23.

[405] Ibidem.

[406] RDW, pag. 22.

[407] RDW, pag. 23.

[408] Ibidem.

[409] RDW,  “Ho pensato:«Ma guarda, non ci sono…» e mentre lo pensavo ho realizzato di colpo l’assurdità, pag. 25.

[410] RDW, “[…] io, grazie al mio lavoro che può essere svolto tutto da casa, non ho molti contatti con l’ambiente. Certo, mi rendo conto che con uno stile di vita come il mio si rischia di restare un po’ isolati…”, pag. 27.

[411] Ibidem.

[412] Ibidem.

[413] RDW, pag. 29.

[414] RDW,  “Aiutato di nuovo Sam a fare i compiti. Stavolta però non l’ho invitata a restare per cena. Stabilito tra me e me che, se la madre non si fa viva entro lunedì, il suo abbonamento alla maestra elettronica lo pagherò io: tutto tempo guadagnato per me”, pag. 32.

[415] RDW, pagg. 32, 33.

[416] RDW, pagg. 34, 35.

[417] RDW, pag. 30.

[418] RDW,  “ «Ma dunque, almeno Bob mi amava, mi voleva», ribatto sempre io, e il signore con cui sto adesso mi sorride con tenerezza e dice con affetto infinito: «Bimba mia, e chi non ti voleva? Tu eri Marilyn Monroe, mica uno straccio per i pavimenti, ti decidi a crederci o no? Oggi ti amano tutti, e anche quando eri viva sei stata molto amata. Però non da quei due, da quei due proprio no» «Sarà», borbotto io facendo il broncio.«Ma per me con Jack e Bob hai esagerato, poverini, morti ammazzati tutti e due…Io sarò troppo buona come dici, ma Tu sei stato un po’ troppo vendicativo»”, pag. 42.

[419] RDW, “[…] quanto dovevo sembrare buffa, così sola davanti al mare a trepidare, coi capelli a ventaglio come un’aureola bionda e con la pelle d’oca su un chilometro di gambe nude…Perché naturalmente sotto il maglione non avevo niente[…] Povero Jack, l’avevo messo in imbarazzo il giorno del suo compleanno, ma io pensavo di far bene, pensavo che per lui sarebbe stato un piccolo regalo supplementare vedermi lì con quel vestito color carne strizzata che scintillava di seimila strass e sembrava gridare «strappami, strappami»…” ,  pagg. 37, 38.

[420] RDW, pag. 39.

[421] RDW, “«Jack lo sa. Ferma! Non dimenarti, è inutile che ti dimeni, le donne che si muovono e parlano mi rendono nervoso: ora ti spiego tutto»”, pag. 41.

[422] RDW, pag. 41.

[423] RDW, pag. 43.

[424] Ibidem.

[425] RDW, pag. 43.

[426] RDW, pag. 44.

[427] Ibidem.

[428] RDW, pag. 45.

[429] RDW, pag. 48.

[430] Ibidem.

[431] Ibidem.

[432] RDW, pag. 49.

[433] RDW, pag. 50.

[434] RDW, pag. 49.

[435] RDW, pag. 55.

[436] Ibidem.

[437] Ibidem.

[438] RDW, pag. 53.

[439] Ibidem, “E guarda che ieri sera ho trovato un alone di impurità sul pavimento del modulo-soggiorno: invece di perdere tempo a spettegolare telepaticamente con i tuoi amichetti, cerca di stare più attento con le pulizie, d’accordo?”.

[440] RDW, “[…]« Vuoi che il tuo amico Elliot diventi come te, uno Spaiato?»«No, no!»” gridò BillAthos, inorridito, e la Generala Arpista si concesse un sorrisetto interiore”, pag. 56.

[441] RDW, “Come tutte le mattine, il Simbionte sentendosi strappare al suo bell’orifizio caldo e piumato scoppiò a piangere con lamenti disperati”, pag. 53.

[442] RDW, pag. 56.

[443] RDW, pag. 58.

[444] RDW, pag. 61.

[445] C. Covito, La rossa e il nero, Milano, Mondadori, 2002. D'ora in poi utilizzerò l'abbreviazione REN.

[446] G. Casagrande, Anticipazione dell’11 ottobre 2002, Alice.it

[447] P. Azzolini, Avventura gialla in Siria, Bresciaoggi e L’Arena, 3 novembre 2002.

[448] REN, pag. 18.

[449] REN, pag. 19.

[450] REN, “Perché quello studente milanese di Scienze statistiche, bruttarello, sprovvisto di motorino ma capace di parlare per ore di diagrammi di flusso, aveva un grande fascino esotico per me. Nonostante gli occhiali da miope troppo tondi che gli davano un’aria da rospetto fuor d’acqua, mi aveva vista [...]”, pag. 22.

[451] REN, pag. 15.

[452] REN, pag. 35.

[453] Ibidem.

[454] REN, “[...] ma a quel punto, sentendomi troppo ingiustamente annoiata, persi il controllo e lo guardai. Pentendomene subito, perché tutta la stanza mi si mise a girare intorno come un vecchio disco sul giradischi. Si era ancora tagliato facendosi la barba, quell’ostinato, lui e la sua mania del rasoio a mano libera in un’epoca di usa-e-getta snodabili trilama, e il cerottino sul mento gli si stava staccando e non se ne era accorto... Ah no! Presto, affrettarsi prima che la mia nausea sacrosanta diventi una vertigine di nostalgia. Niente sdolcinamenti, niente rimorsi: non si torna indietro. Punto debole individuato, attaccare e colpire”, pag. 36.

[455] REN, pag. 24.

[456] REN, “Documenti? apposto. Visto d’ingresso? fatto. Comprati? un sacco a pelo, pantaloni i tela resistente, magliette a mezze maniche prive di qualsivoglia scritta, un paio di scarponcini costosi ma irresistibilmente tecnici, un gilet multitasche che mi stava da cani però costava poco e faceva reporter, la bellissima Nikon professionale a rate, una discreta Canon di seconda mano per il bianco e nero in contanti e, ripensandoci, anche una Polaroid per essere sicura di non sbagliare gli scatti difficili; poi qualche filtro, poi la scorta di pellicole, poi il biglietto d’aereo, insomma via tutto quello che avevo guadagnato in sei mesi di lavoro e anche di più. Così lunedì scorso mi sono ritrovata di punto in bianco in coda all’aeroporto di Roma Fiumicino con l mia valigiona a rotelle, uno zainetto in spalla la borsa delle macchine fotografiche a tracolla, il fremito esultante che mi prende sempre quando sto per evadere da qualcosa qualsiasi e, all’improvviso, come una botta in testa, quella precisa e nota sensazione di avere dimenticato l’essenziale. Una borraccia! Non avevo pensato a procurarmi una borraccia da climi caldi”, pag. 37.

[457] REN, pag. 39.

[458] Ibidem.

[459] REN, “Noi di Milano non siamo abituati a un bel cielo stellato, e se è per questo nemmeno noi dell’entroterra napoletano: stupirsene è normale. Farsi venire il panico, anche”, pag. 50.

[460] REN, pagg. 41, 49.

[461] REN, pag. 44.

[462] REN, ““.... perché, insomma, noi invece eravamo una civiltà della pietra e in Europa quello che vedi è quello che c’è... Voglio dire, le nostre zone archeologiche sono magari incasinate, ma è sempre un casino di roba consistente, laterizi, marmo, granito, tutta roba dura, mentre qua...”. Scivolavo in rischioso equilibrio tra il fascismo e l’insulto culturale gratuito (Inanna aveva fatto stridere la matita e cominciava a sollevare la testa), ma me ne accorsi in tempo e riuscii a rigirare la frase”, pag. 86, ““Eh? No, cioè, sì, cioè, sono divorziata” balbetto nella mia confusione. Oh, accidenti, che ho detto? Non lo dovevo dire. Si sa che questi pensano subito male. Ora ci faccio la figura di quella che il marito le ha detto ti ripudio, ti ripudio tre volte e alè, fatto il divorzio e sotto con un’altra. Che poi non è molto lontano da quello che è successo veramente con... Ohi ohi, sono io la razzista stronza con i locali”, pag. 172.

[463] REN, pag. 99.

[464] REN, pag. 128.

[465] REN, “Inanna si era messa a fare risatine a distesa e poi, col fiato corto ma con voce argentina, mi aveva chiarito che nel mio caso no, non sarebbe stato probabile. Perché, a parte il fatto che la cosa funzionava solo con i primogeniti  mentre io le avevo detto che avevo una sorella maggiore, non le sembrava proprio che fossi un maschio. “Ah, vabbè, ma allora siete uguali agli ebrei quando ringraziano Dio di non averli fatti nascere donna” avevo borbottato io, delusa- E mi ero accorta troppo tardi di aver fatto una gaffe”, pag. 100, “Ho mangiucchiato svogliatamente tutti i mezzeh [...] ognuno con un nome in arabo che mi entrava da un orecchio e mi usciva dall’altro man mano che l’arak mi scivolava in bocca e andava giù, giù giù che è una bellezza”, pag. 142.

[466] REN, pag. 66.

[467] REN, pag. 60.

[468] REN, pag. 74.

[469] REN, pag. 110.

[470] REN, “[...] e invece stava a preoccuparsi per me, una straniera sconosciuta e, però questo lei non lo sapeva, abituata a starsene per conto proprio e a non avere quasi nessun amico”, pag. 94.

[471] REN, “[...] appartenevo ad un gruppo [...] questo della Missione archeologica di Parma però cominciava proprio a piacermi. Mi ci stavo divertendo. Il lavoro era ganzo”, pag. 95.

[472] REN, pag. 9.

[473] REN, “Riesci ad immaginare la tua fiera sorella maggiore che salta e ruota per tutta la stanza come un derviscio in estasi?”, pag. 11.

[474] REN, “Mi dispiace sapere che anche tu hai dovuto affrontare la terribile poltrona del dentista. Sarà il nostro destino? Mi azzarderei a supporre che non a caso nel nostro stemma di famiglia figura, anche se sotto mentite spoglie, un ponte. Ma non temere: del mio non si è mai accorto nessuno neanche alla distanza minima permessa dalla decenza – e talvolta molto più vicino di così – dunque non vedo perché tu dovresti angosciarti del tuo”, pag. 13.

[475] REN, pag. 14.

[476] REN, pag. 13.

[477] REN, pag. 15.

[478] REN, pag. 187.

[479] REN, pag. 202.

[480] Ibidem.

[481] REN, pag. 203.

[482] Ibidem.

[483] REN, pag. 205.

[484] REN, “L’ipogeo è una stanza grossomodo rettangolare, un tre metri per cinque, scavata nella nuda roccia calcarea e decorata solo sul fondo da una parete di mattoni rossicci con al centro una nicchia”, pag. 207.

[485] REN, “[...] il professore si fa serio di colpo e ci spara una raffica di istruzioni, impartite con tanta autorità che se non scattiamo sull’attenti è perché non ce ne lascia il tempo”, pag. 208.

[486] REN, “Lui però manifesta la sua felicità investendo chiunque gli stia davanti con un getto continuo di ordini di servizio, ipotesi ricostruttive, progetti di pubblicazione e spruzzate di saliva, dato che non riesce a stare zitto e non riesce a parlare senza sorridere estasiato [...]”, pag. 213.

[487] Ibidem, ““[...] altro che i turchi, qui si devono andare a nascondere anche i tuoi americani e i tuoi colleghi di Raqqa... La regalità ce l’abbiamo noi!”.

[488] REN, pag. 208.

[489] REN, pag. 209.

[490] REN, pag. 223.

[491] Ibidem.

[492] REN, pag. 219.

[493] REN, pag. 219.

[494] REN, pag. 221.

[495] REN, pag. 222.

[496] REN, “[...] quando LJ vuole fare una cosa la fa e basta [...]”, pag. 265.

[497] REN, “[...] LJ gli ha anche contato su una balla a proposito di un finanziamento per gli scavi del dottor JAM”, pag. 262.

[498] REN, “E dovermi sentir dire in continuazione«Hull, ma quante storie, beva anche lei il loro caffè, che è squisito», squisito quella broda infame tutta fondi! [...] ma è già una bella soddisfazione poter togliere di mezzo quelle indecenti tuniche da beduina che si stava mettendo ultimamente”, pagg. 258, 259.

[499] REN, “[...] il demonio se n’è accorto [...] credeva che se lei si metteva in mezzo quel diavolo non avrebbe osato toccarla [...]”, pag. 267.

[500] REN, pag. 269.

[501] REN, pag. 269.

[502] L. Barzini, Intervista, Carmen Covito regala un cuore al suo computer, estratto da”Il Tempo”, domenica 9 novembre 1997.

[503] SSA, pag. 8.

[504] SSA, pag. 21.

[505] SSA, pag. 22.

[506] SSA, pag. 23.

[507] BS, pag. 167.

[508] BS, pag. 173.

[509] BS, pagg. 168, 169.

[510] BS, pag. 179.

[511] BS, pag. 184.

[512] BS, pag. 185.

[513] BS, pag. 189.

[514] DPP, pag. 24.

[515] DPP, pag. 27.

[516] DPP, pag. 125.

[517] DPP, “Gabriel sembrava invece anche troppo a suo agio nell’inattività commerciale dei Maj”, pag. 108.

[518] DPP, “Poteva darsi che la mia famiglia [...] gli avesse offerto un simulacro di ordine parentale perfetto, un’apparenza di stabilità senza grilli pericolosi per la testa. Che potesse accettare questa roba in contraccambio dei suoi affetti argentini perduti, lo capivo”, pag. 111.

[519] DPP, pagg. 53, 65.

[520] DPP, pagg. 60, 61, 194.

[521] DPP, “E sono quasi certa che Camacho, in quel momento o nell’altro mi lasciò parlare senza interrompermi e ascoltò tutto con un’attenzione così costante e con un’espressione così interessata che alla fine non seppi più che cosa stavo dicendo e mi fermai, completamente in palla” pag. 226.

[522] DPP, pag. 230

[523] DPP, pag. 138.

[524] BQA, pagg. 15, 16.

[525] BQA, pag. 110.

[526] BQA, “[…] mai avrebbe consegnato a un branco di ignoranti tunisini, donne di casa o maestri di scuola che fossero: suo figlio, nato internazionale, era predestinato a diventare un europeo famoso […]”, pag. 72.

[527] BQA, pag. 110.

[528] BQA, pag. 120.

[529] BQA, pagg. 123, 124.

[530] BQA, pag. 167.

[531] BQA, pag. 195.

[532] BQA, pag. 246.

[533] REN, pag. 79.

[534] REN, pag. 107.

[535] REN, pag. 110.

[536] REN, pag. 128.

[537] REN, “Dalla porta socchiusa splende timidamente il bel viso di Ahmad. Ma che mi piglia? Ho pensato proprio così: «splende», un pensiero ridicolo, perché come fa a splendere, se è bruno e con tutti quei ricci color ebano…”, pag. 171.

[538] REN, pag. 173.

[539] REN, “[…] e in mano ha una perlina blu infilata in un laccio di cuoio […] «Ė bellissima» dico io, lottando contro il cuore che mi sta saltando in gola”, pag. 173.

[540] REN, “Sei bellissima tu”, pag. 173.

[541] REN, pag. 174.

[542] REN, pag. 174.

[543] REN, “Ma perché? Se qui tutti tradiscono tutti, io perché dovrei restare fedele alla mia diffidenza e fingere di non sentire questo cuore altrui che pulsa sul petto e mi fa sangue?”, pag. 250.

[544] REN, “Gli assesto uno spintone d’anca e reni che lo fa sobbalzare. Poi ridacchia e me lo restituisce con gli interessi”, pag.. 250.

[545] REN, pag. 251.

[546] REN, pag. 272.

[547] REN, pag. 281.

[548] DADA m@ 6 – Rivista culturale telematica, Ospite d’onore: Carmen Covito, di A.S. Martini, http://www.dadamag.it/sei.

[549] SSA, pag. 27.

[550] SSA, pag. 34.

[551] BS, “Eppure, ci deve essere qualche connessione evidente tra il suo essere sola e questa accettazione dei bisogni sessuali come un genere di prima necessità [...]”, pag. 96.

[552] BS, pag. 15.

[553] BS, pag. 93.

[554] Ibidem.

[555] Ibidem.

[556] BS, pag. 94.

[557] Ibidem.

[558] BS, pag. 84.

[559] Ibidem.

[560] BS, “Grata del desiderio dimostrato da loro e scettica sulle proprie capacità di rinnovarlo, li ha accolti sempre come se ogni volta dovesse essere l’ultima. E dunque non faceva l’amore per amore: era per meraviglia”, pag. 145.

[561] BS, pag. 79.

[562] BS, pagg. 184, 185, 186.

[563] BS, 185.

[564] BS, pag. 222.

[565] BS, “[...] sente l’altro spalancarle le natiche da dietro. Pensa di protestare, ma poi si dice che non ce n’è motivo, basta stringere i denti e lasciar fare [...] “Ellamadonna, proprio adesso!” Sta squillando un telefono. Senza sfilarsi da dov’è, Niki si spenzola verso il bordo del letto [...] ecco la mano calare a colpo sicuro e risalire con il ricevitore in pugno [...] “Mamma? Sì... Come? no aspetta...[...]” [...] Marilina, vedendosi di botto come deve apparire così alla pecorina e con tanto di coda, crolla a singhiozzare a più non posso con la faccia sul cuscino”, pagg., 223, 224.

[566] BS, pag. 223.

[567] DPP, “[...] non mi importava niente se adesso mi guardava anche la figa o l’anima, perché dargliela o no non faceva nessuna differenza se gli avevo lasciato vedere quanto morivo dalla voglia”, pag. 70.

[568] DPP, pag. 67.

[569] Cfr. nota 47, pag. 96.

[570] DPP, pagg. 126, 88.

[571] DPP, “Ho condiviso il suo punto di vista fino in fondo”, pag. 163.

[572] DPP, “Ero troppo senziente, troppo intenta a rubare un po’ di conoscenza del suo modo di amare”, pag. 163.

[573] DPP, “Anche quando cercassi di afferrarlo, mi precipiterò inutilmente, perché la mia paura di cadere non ha la stessa forza della sua. Mi sfuggirà. E comunque, non era possibile che avessimo la stessa visuale [...]”, pag. 163.

[574] BQA, pag. 28.

[575] BQA, pag. 29.

[576] Ibidem.

[577] BQA, pag. 104.

[578] BQA, “E cominciavo ad essere impaurita di non sentire me stessa che come un mucchietto instabile e incoerente di mattoni slegati, in bilico sull’orlo di un crepaccio profondo che si allargava un po’ di più ogni giorno”, pag. 136.

[579] Ibidem, “Io volevo qualcuno che mi aiutasse a rinsaldarmi tanto da poter combaciare senza rischi con quegli altri là fuori”.

[580] BQA, pag. 138.

[581] BQA, pagg. 241, 244.

[582] REN, pag. 250.

[583] Ibidem.

[584] REN, pag. 251.

[585] Ibidem.

[586] REN, pag. 274.

[587] BS, “[...] ritenendo forse che la moglie avesse la testa troppo presa dalle sue brutte figurine o una mentalità troppo vagante per preoccuparsi della loro unica verginità a spasso per Miliano a sedici anni, si incaricava lui di mantenere vive le sue tradizioni familiari terrone, sindacando gli orari di rientro della figlia e pretendendo di controllare le sue scarse amicizie”, pag. 60.

[588] BS, pag. 9.

[589] BS, “L’abbandonata, probabilmente in cerca della mitica figurina da cento punti, continuò a far scorta di chili di detersivi e , non avendo ancora perso il senso della moralità, che per lei coincideva col fare economia, li adoperava tutti”, pag. 10.

[590] BS, pag. 10.

[591] BS, pag. 9.

[592] BS, pagg. 31, 70.

[593] BS, pag. 8.

[594] Ibidem, “Durante il funerale ha pianto, ma più che altro per quello che avrebbe potuto essere lei se non gli fosse stata figlia: forse una donna bella”.

[595] BS, “[...] da adolescente, si sentiva tarpata ingiustamente in ogni desiderio di uscire da quel nido di rancori domestici”, pag. 31.

[596] Ibidem.

[597] BS, pag. 29.

[598] Ibidem, “Marilina, che provava un gaudioso rimorso per esserle scappata di mano come il padre, si sentì obbligata a farle visite di condoglianza settimanali per parecchi mesi [...]”.

[599] BS, pag. 30.

[600] BS, pag- 35.

[601] BS, pag. 31.

[602] BS, ““Tanto poi lo so come sei, le cose che ti regalo io non te le metti... Uhuu! scusa, ora ti devo proprio lasciare, mi sta bollendo il minestrone, ciao, bacio, fa la brava, neh?”. E giù il ricevitore. Marilina resta a sentire il tuu-tuu di libero, sorpresa. Minestrone a bollire nel primo pomeriggio di un sabato di luglio? Si deve essere offesa”, pag. 36.

[603] BS, “Ci mancava anche questa. Ora bisogna piantar tutto e ... ma no, la doccia la può finire, tanto quello che è rotto è rotto e la mamma  dall’ospedale non scappa”, pag. 55.

[604] BS, pag. 72.

[605] BS, pag. 129.

[606] DPP, “Mia madre avrebbe prima riferito al marito e dopo avrebbe fatto come voleva lei”, pag. 200.

[607] DPP, pag. 95.

[608] DPP, “Anche quando ero piccola e lui si doveva abbassare alla mia altezza, ci davamo di gomito alle spalle di mamma”, pag. 94.

[609] DPP, pag. 264.

[610] DPP, pagg. 95, 96.

[611] DPP, pag. 174.

[612] DPP, pag. 97.

[613] DPP, “[...] se davvero fosse arrivata dal niente un’automobile a investirmi, non le sarebbe poi importato sul serio, perché quella mattina mi aveva fatto mettere gli slippini puliti e lei avrebbe potuto recitare con la coscienza a posto la sua parte di madre perfetta inconsolabile [...] le cose come lei badavano soltanto a cucinare, a fare giù la polvere dai mobili, a vestirsi a modino [...] a sorridere tutte zittine e buone se parlavano gli uomini, ma sapevano fare i loro conti, e l’idea di poter diventare una cosa così anch’io mi spaventava [...] perché diventare donna voleva dire quello, voleva dire diventare morta”, pagg. 46, 47.

[614] DPP, “[...] concludeva, con un sospiro di soddisfazione per essere riuscita anche stavolta a non tradire la sua fede nell’innominabilità di quell’oggetto che anche a chiamarlo slip per lei sarebbe sempre rimasto un volgarissimo paio di mutande [...] lasciandosi cadere dalla bocca alcuni monosillabi dai quali decrittai la sua soddisfazione per il fatto che, così, perlomeno, i vicini l’avrebbero fatta finita con quel loro eterno rivangare a colpetti di zappa nella schiena su certe donne che hanno certe disgrazie di figlie, e che davvero non se ne poteva più di “maschietta” davanti e “lesbicona” dietro tutto il tempo. Dunque, Gabriel era la sua rivincita e il mio certificato sociale di normalità”, pagg., 33, 110.

[615] DPP, pag. 46.

[616] DPP, pagg. 187, 188.

[617] DPP, pag. 176.

[618] BQA, pag. 132.

[619] BQA, “A quell’epoca mangiavamo frittata quasi tutti i giorni, perché la Edil Digrosso non era ancora ben avviata e ingoiava più soldi di quanti ne producesse, ma poi anche da noi a Verona scoppiò il boom dell’edilizia, sulla nostra tavola si videro sempre meno uova e più bistecche e io mi calmai”, pag. 133.

[620] BQA, pag. 134.

[621] BQA, “[...] e mi sono ritrovata liberissima di sbrigliare le manie e farmi un altro figlio senza renderne conto a nessun genitore, né mio né suo”, pag. 138.

[622] BQA, pag. 134.

[623] REN, pag. 75.

[624] REN, pag. 75.

[625] REN, “Ca chella mammà ‘o ssai cumm’è, ce fa ‘na capa accussì, e Cettina addò stà, e Cettina quando viene, e Cettina se ne strafotte ‘ra famiglia…”, pag. 33.

[626] BS, “[…] spinge da parte la Olivetti elettrica liberando un rettangolo di dimensione A4, sufficiente a aprirci un volume in ottavo; ha controllato l’allineamento ortogonale del portapenne con il posacenere, perché nessuna scompostezza possa turbare il rito che sta per iniziare […]”,  pag. 37.

[627] BS, pag  53.

[628] BS, “Avida, Marilina si era divorata il  manuale di istruzioni nelle due ore successive alla consegna”, pag. 86.

[629] BS, pag. 136.

[630] BS, pag. 116.

[631] BS, pag. 117.

[632] BS, pag. 136.

[633] BS, “Alimentare la preziosa macchinetta con il testo della tesi e cominciare snellire qua e là le era costato appena sei giorni. Al settimo, decisa a riposarsi prima che il Policlinico le rispedisse a casa quel bel pacco di impegni e di doveri filiali, si era messa su un treno per Rapallo”, pag. 86.

[634] BS, pagg. 117, 140.

[635] BS, [...] e senz’altro il computer, che ora che lo sta usando non sa più fare senza”, pag.108.

[636] DPP, pag. 12.

[637] BQA, pag. 10.

[638] BQA, pag. 8.

[639] BQA, “Ma ogni tot di tempo, devo sfogarmi. Normale procedura. Impedisce l’intasamento dei circuiti emozionali” pag. 10.

[640] BQA, “Adesso però basta. Sono stanca […] Ma che avrà detto di sbagliato, per farla scappare così? Un computer si può sentire stanco? Si può offendere?” pagg. 32, 33.

[641] L. Barzini, Intervista, Carmen Covito regala un cuore al suo computer, estratto da ”Il Tempo”, domenica 9 novembre 1997.

[642] BQA, “E in questa casa troppo grande e troppo vuota fa freddo […]”, pag. 5.

[643] BQA, “Sandrina al posto del cuore ha una calcolatrice”, pag. 31.

[644] BQA, pag. 36.

[645] BQA, “[…] certe volte mi sembra un’idiota sapiente”, pag. 126.

[646] BQA, pag. 32.

[647] BQA, “[…] questa è la differenza tra le recriminazioni improduttive e un pensiero positivo, e si è visto ieri sera, che lui perdeva tempo a fare piagnistei sulla mancanza di mezzi di comunicazione quando invece avevano lì la bestia che poteva, con un piccolo aiuto tecnologico, trasformarsi in un mezzo di salvezza. Bastava caricarle le informazioni sul percorso e poi attaccarle un messaggio su una zampa”,  pag. 230.

[648] BQA, pag. 223.

[649] BQA, “[…] siamo ancora lontani dalla realizzazione di un robot bionico, come dimostra il povero sfigato di piccione qui […]”,  pag. 237.

[650] BQA, “[…] si è seduto a lavorare a un progettino di applicazione cross-plattform a 32 bit con debugger simbolico interattivo e sintassi a colori per il controllo di processo MMI e SCADA che la sua Principessa vuole aggiungere al CUCÙ della CIMA!, cioè al già brevettato Carefree Universal Check-Up che ottimizza il già ottimo Computer Integrade Manufacturing Aid della Sansoft”,  pag. 161.

[651] “Cafè letterario”, Le interviste del cafè, www.cafeletterario.it/intervista/covito.html.

[652] RDW, pag. 6.

[653] RDW, pag. 14.

[654] RDW, “Entrambi, l’uomo e la donna reali intendo dire, si sentirebbero gelosi e umiliati, condizione che la mia modesta persona ha avuto modo di esplorare in ahimè lontane esperienze con alcune signore piuttosto vivaci: non attizza per niente”,  pag. 14

[655] RDW, “Per invitare a cena Sam, mi è bastato impostare un raddoppio delle dosi sul quadrante del mio Cuoco Perfetto”, pag. 30.

[656] RDW, pag. 26.

[657] BS, “[...] Marilina lasciò subito Olimpia e il fidanzato di Olimpia a godersi il boschetto con le bibite fresche e il mangiadischi [...] per tutta la strada del ritorno, sul sedile posteriore della Seicento con Olimpia che odorava forte di patchoulì sudato, di foglie morte e di qualcosa che si sarebbe detto varecchina [...], pagg. 59, 70.

[658] BS, pag. 119.

[659] Ibidem.

[660] Ibidem.

[661] Ibidem.

[662] Ibidem.

[663] BS, pag. 40.

[664] BS, ““Ciao brutta stronza! ieri ti ho vista dalla macchina che te ne andavi a spasso per corso Bueno Aires, ti ho fatto un colpo di clacson e tu nisba, troppo presa da spesine e spesucce, eh?” “Non ero io” risponde, aggiungendo: “Chi parla?”, perché questa è un’altra donna convinta che basti aprire bocca per essere, chiunque sia, se stessa “Come, chi parla?” “Io, no?” e intanto Marilina l’ha riconosciuta, perché delle due l’una, se non è Ersilia deve essere Olimpia. “Olimpia? Ciao, scusa, ero distratta. Stavo per lavorare””, pag. 39.

[665] BS, ““Ciao, ci sentiamo, e grazie per lo sfogo... ah, a proposito, e tu? “ “Io niente, tutto bene, grazie, ci sentiamo, ciao””, pag. 42.

[666] BS, pag. 129.

[667] BS, pag. 166.

[668] Ibidem.

[669] BQA, pag. 134.

[670] BQA,,pag. 135.

[671] BQA, pag. 136.

[672] BQA, pag. 135.

[673] Ibidem, “Se apparivo serena e indifferente, era perché non mi lasciavo andare a reazioni visibili. Stringevo i pugni ben nascosti in tasca e, ficcandomi le unghie nel palmo della mano fino a incidervi un bel dolore chiaro che mi spingeva avanti a schiena dritta, passavo”.

[674] BQA, pag. 139.

[675] BQA, pag. 145.

[676] BQA, pag. 146.

[677] BQA, pag. 147.

[678] BQA, pag. 146.

[679] Ibidem, “[...] l’aveva del tutto conquistata regalandole una collana di diamanti per convincerla a togliersi dal collo il suo vecchio medaglione con l’immaginetta di Rajnesh, troppo romantico per non innamorarsene, grossi come noccioline...”.

[680] BQA, “Amava l’avventura. Le piaceva fermarsi ogni tanto a vivere la vita dei nativi, cogliere lo spirito del luogo, disse, però poi capitava sempre che le veniva addosso una smania di ripartire subito”, pag. 70.

[681] REN, “Non che non fosse una bella ragazzona, quella Parascandolo Antonietta di sedici anni che si faceva già chiamare Titti però ancora non ci aveva attaccato l’articolo. Alta era alta, bruna era bruna, formosa era formosa”, pag. 21.

[682] Ibidem, “Venendo a prelevarmi fino a casa per le vasche sul corso, Titti veniva a prendere la tela su cui far risaltare i suoi colori. Io ero lo sfondo neutro, il mezzo di contrasto che la faceva esistere”.

[683] Ibidem.

[684] REN, “[...] la sola cosa veramente importante era andarcene al più presto da quel cesso di paese di provincia del Sud [... ] quando non facevamo chilometri parlando ininterrottamente di come saremmo state bene in un tailleur da supermanager di grande azienda o in una gran sera da regista da Oscar, studiavamo moltissimo [...], pag. 22. 

[685] REN, pag. 23.

[686] Ibidem.

[687] Ibidem.

[688] REN, pag. 17.

[689] Ibidem, “[...] bisogna far finta di ignorare il ticchettio discreto di tastiera di computer o gli sbuffi scommessi della vaporella professionale”.

[690] REN, pag. 17.

[691] REN, ““Con tutto quello che sapresti fare” sussurrò lei, partecipe, e intanto si curvava per guardarmi negli occhi cercando di trasmettermi un senso di autostima che io respinsi con una scrollatina di spalle”, pag. 18.

[692] REN, “In questi casi io mi agghiaccio e, arretrando molto vigliaccamente in uno spazio di autoprotezione, osservo srotolarsi davanti a me i disastri che ho provocato”, pag. 28.

[693] REN, pag. 29.

[694] Ibidem.

[695] REN, “prima di riattaccare, mi ha anche dato un consiglio: secondo lei dovrei mettermi a scrivere un diario di questa mia esperienza particolare. Anche solo a corredo delle fotografie. Anche semplici appunti da sviluppare in seguito. Sempre una cosa buona, no? Perché lei mi assicura la pubblicazione, su uno dei suoi frequentatissimi siti Web di notizie, dove lo spazio è tanto che, sul serio, non si sa proprio più che cosa usare come riempitivo”, pag. 155.

[696] Ibidem, “Ha messo giù per prima, è vero, ma con tutti gli impegni che si ritrova, povera la mia amica, lo fa sempre”.

[697] T. Marone, Rossi Pompeiani, “Il Mattino”, 12 ottobre 2002

[698] Ibidem.

[699] P. Danzé, “Stilos”, quindicinale di letteratura, anno IV n. 21, 15 ottobre 2002.

[700] G. Tesio, Verso l’isola del tesoro con l’archeologa Covito, “La Stampa”, 26 ottobre 2002.

[701] L. Oppici, Bruttina anzi Cettina, La Gazzetta di Parma, 24 novembre 2002.

[702] G. Tesio, Verso l’isola del tesoro con l’archeologa Covito, “La Stampa”, 26 ottobre 2002.

[703] C. Medail, Covito: la bruttina stagionata scappa in Siria, “Il Corriere della Sera”, 3 novembre 2002.

[704] C. Covito, Alla ricerca della lingua italiana: l’Italiano integrato, commissionato dalla rivista “World Literature Today”, trimestrale letterario della University of Oklahoma, Norman, USA, apparso in traduzione inglese su un numero speciale dedicato alla letteratura italiana (Spring 1997).

[705] Ibidem.

[706] BS, pagg. 31, 34, 55.

[707] BS, pagg. 70, 71.

[708] BS, pagg. 102, 103.

[709] Bs, “ […] lui non ciaveva la stoffa per lo sgobbo […] ciai ragione te […]”, pagg. 18, 85.

[710] BS, pagg. 26, 75.

[711] BS, pag. 130.

[712] BS, pagg. 198, 199.

[713] BS, pagg. 50, 51, 106.

[714] DPP, pag. 170.

[715] BQA, pagg. 161,162.

[716] REN, “Mi dimenticavo che tu non sei del settore, ma noi ormai siamo così abituati col nostro gergo che quando c’è un estraneo e gli vediamo fare le facce strane a ogni parola che diciamo non ci viene nemmeno di pensare che non capisce, ci immaginiamo che ha preso le pulci e gli prudono”, pag. 90.

[717] REN, pagg. 68, 80, 84.

[718] REN, “Ca chella mammà ‘o ssai cumm’è, ce fa ‘na capa accussì […]”, pag. 33.

[719] REN, “Semo stati convocati a Damasco perché ‘na variante all’invaso è risultata in effetti possibile, ma pare che se salva Tell Ayna. Ch’amo fa? Me dispiace”, pag. 109.

[720] M. Biglia, Interviste di un’ora, Felicità, Magda Biglia intervista Carmen Covito, Editrice Vannini, Gussago (Brescia), 2000, “Da quando scrivo, non vivo molto. A Milano non faccio vita mondana, non frequento i salotti e me ne sto molto in casa, soprattutto se alle prese con una nuova opera come in questo momento”, pag. 4. D’ora in poi utilizzerò l’abbreviazione MBF.

[721] MBF, pag. 18.

[722] MBF, “Il successo è soprattutto più comodo”, pag. 3.

[723] MBF, pag. 3.

[724] MBF, “«Quali sono gli stereotipi che detesti proprio?» «Tutti, proprio tutti. Mi si drizza il pelo quando li riconosco, è un fastidio epidermico. Chi si nasconde dietro i luoghi comuni è un passivo, quando non è un furbo»”, pag. 19.

[725] MBF, pag. 18.

[726] MBF, pag. 16.

[727] MBF, pag. 20.

[728] MBF, pag. 5.

[729] Ibidem.

[730] MBF, pag. 17.




INDICE
Carmen Covito: la vita e le opere

Capitolo primo

La vita

Capitolo secondo

Corpi di ballo

È vietato far piangere i bambù

Scheletri senza armadio

La bruttina stagionata

Virtualità

Milano Poesia

Del perché i porcospini attraversano la strada

Benvenuti in questo ambiente

Regina, detta Gina

Racconti dal Web

Ma chi è andato sulla Luna?

Bi-Sex più uno

L’elisir di Cambise

Oggi, l’amore

Stand by me

“Non vero (e bello)”

Lo spaiato

La rossa e il nero

Capitolo terzo

Lo straniero

Il sesso

I genitori

La tecnologia

Amiche – Nemiche

Capitolo quarto

Lo stile

Conclusioni

Bibliografia (fino al 2002)


APPENDICE:

Dizionario del corpo nelle opere di Carmen Covito