Archeostorie a Milano

L’amica Cinzia Dal Maso ne ha fatta un’altra (bella) delle sue: raccomando energicamente questo libro e vi invito a venire a sentire la sua presentazione mercoledì 22 aprile a Milano (ore 17) all’università IULM.

Archeostorie. Manuale non convenzionale di archeologia vissuta

Locandina-archeostorie

 

 

Storie di Tirrena

Scopro solo adesso una bella recensione pubblicata parecchio tempo fa sulla rivista  QuiLibri e, dato che in rete tutto appare simultaneo, non mi faccio scrupoli a segnalarla qui adesso, approfittandone per ricordarvi che i due romanzi ormai si trovano solo raccolti insieme nel volumetto intitolato dall’editore Satyricon 2.0, Barney  (collana CortoCircuito) 2014.

Storie di Tirrena: una donna moderna nella Pompei antica

Carmen Covito torna in libreria con “Il processo di Giusta”, altro imperdibile capitolo della saga familiare dei Vibi cominciata ne “Le ragazze di Pompei”: un ironico e colorito affresco delle donne vissute ai piedi del Vesuvio nel primo secolo d.C. In quest’ultimo lavoro l’autrice si ispira a un caso giudiziario emerso dagli scavi di Ercolano per muovere la protagonista Tirrena in aiuto di una sfortunata fanciulla che ha perso la libertà.

L’espediente letterario del romanzo Le ragazze di Pompei (Barbera Editore, 2012) è l’immaginario ritrovamento di un curioso oggetto d’epoca neroniana: si tratta del diario della matrona pompeiana Tirrena, vissuta all’indomani del terremoto del 63 d.C. Il manoscritto viene riportato così come fedelmente ricostruito dai papirologi, che, dopo lunghi studi, sono in grado di allestirne una vera e propria edizione critica. Una parte del diario, danneggiata dall’eruzione del 79 d.C., viene restituita solo in forma di frammenti: è qui che il racconto, procedendo per ellissi, invita il lettore ad una divertentissima operazione di ricostruzione delle vicende. Il testo appare come un corpus di scritti eterogenei − appunti, epigrammi, citazioni, ricette di cucina, fatture di bottega – inframmezzati da note tecniche del curatore, rigorosamente tra parentesi quadre.

Toni e intenti del romanzo sono all’insegna del comico e dell’umoristico, sia nella storia di Tirrena, sia nella vicenda parallela che riguarda lo studio del manoscritto. Qui, in particolare, gli esperti sono impegnati a decifrare il testo nella sezione bruciacchiata del reperto, che è come «una porzione di lasagne pestate sotto i piedi», lamentano la mancanza di sovvenzioni statali a fronte d’un lavoro di diciotto anni totalmente autofinanziato, si crucciano di non poter pubblicare le ricette temporaneamente allo studio di una collega, nota per le sue sovrastimate pubblicazioni sulla cucina greco-romana. Il tutto viene sapientemente condito dalla lingua arguta dell’autrice che rifà il verso al linguaggio specialistico degli addetti ai lavori.

Tirrena è una donna colta, emancipata e «squattrinata». È figlia di Vibio Calamo, capo di una bottega di copisti a conduzione familiare – si lavora in uno stanzone di casa adibito a scrittorio − e proprietario di una cartolibreria sul Foro di Pompei: da lui ha ereditato la passione per i libri. Ai culti misterici preferisce la filosofia di Epicuro e Lucrezio, insegna letteratura greca e latina alle fanciulle di buona famiglia e coltiva l’ambizione di aprire un giorno un’ Accademia per Signorine, sull’esempio di Nosside di Locri e Saffo, scuola che darebbe «lustro e rinomanza eterna alla cultura della città, anzi, della Campania tutta». Aspirazione non certo senza ostacoli perché «le famiglie che mettono mano al borsellino quando si tratta di gioiellieri, sarti, tessitrici di nastri, profumieri e maestre di economia domestica sono legioni, ma quelle capaci di preoccuparsi dell’educazione femminile superiore si contano sulle dita di una mano». Moglie di un marito “dai costumi greci” e quindi di due mariti, madre di tre figli non suoi perché i bambini “si trovano”, nipote di una zia che all’occorrenza la ingaggia come organizzatrice di eventi, Tirrena si destreggia, senza perdersi d’animo, all’interno di una famiglia numerosa, fra concubine, liberti, schiavi e impiegati, con un occhio di riguardo alle sorti femminili. Sarà l’incontro fortuito alle terme con la ricca e misteriosa matrona romana Rubria a determinarne una fortuna meritata.

La quarta di copertina definisce il romanzo un Satyricon al femminile: è facile tornare con la mente, leggendo l’episodio del “tè con le amiche” presso la villa della cugina Quintilla, fra gli interni lussuosi della dimora di Trimalcione e le ricche portate del suo banchetto. Così come si può gustare nelle avventure di Tirrena e Rubria il migliore stile della facezia e delle licenziosità classiche.

Ne Il processo di Giusta (Barbera Editore Short, 2013), l’autrice prende spunto da un caso giudiziario a noi pervenuto grazie agli scavi di Ercolano, per proporci l’intreccio di un’indagine all’antica, protagonisti i personaggi del romanzo precedente. Ritroviamo Tirrena e famiglia ad Ercolano, al matrimonio della figlia Gemina con un giovane del posto: l’atmosfera di festa viene guastata dal gesto disperato dell’ infelice Petronia Giusta. La saggia filosofa – qui combattuta fra il cedere all’evidenza degli “infausti presagi” e il monito alla ragione dell’amato Lucrezio – riuscirà a governare gli eventi con un trucco per indurre alla verità uno spaurito seguace della setta cristiana.

Ritorna la grande portata documentaria del racconto, ricco di dati archeologici ed epigrafici, citazioni dai filosofi classici, ricostruzioni fedeli degli usi e costumi del tempo. E ancora l’abilità del personaggio Tirrena di penetrare il suo mondo con giudizi sagaci e acuti che sono poi quelli dell’autrice sul nostro presente.

Marlene Andretta

pubblicato in QuiLibri n.50, novembre/dicembre 2013

 

Libri segnalati:

1) Carmen Covito, Le ragazze di Pompei, Barbera Editore Centocinquanta, pp. 125, € 13.00 (prima edizione febbraio 2012); da luglio 2013 in tascabile: Carmen Covito, Le ragazze di Pompei, Barbera Editore Nuovi Tascabili, pp. 153, € 9.90.

2) Carmen Covito, Il processo di Giusta, Barbera Editore SHORT, pp. 83, € 9.90 (prima edizione giugno 2013).

I mille ciliegi di Yoshitsune

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Memory/Lab del CRT Milano
all’interno del Teatro dell’Arte
Viale Alemagna 1

26 febbraio ore 18,30
Incontro con Carmen Covito sul Teatro Kabuki
video dello spettacolo di Ichikawa Ennosuke III: “I mille ciliegi di Yoshitsune

Esattamente trent’anni fa, nel 1985, il CRT portava a Milano sul palcoscenico del Teatro Lirico un grande spettacolo di teatro Kabuki, “I mille ciliegi di Yoshitsune”, interpretato e diretto da Ichikawa Ennosuke III.
In questa forma di teatro tradizionale giapponese, nato nel Seicento per il pubblico delle città e quindi già fastoso e vivace in origine, Ennosuke ha introdotto un particolare gusto per la spettacolarità che ha fatto definire il suo stile “Gran Kabuki” o “Super Kabuki”. Lo spettacolo “I mille ciliegi di Yoshitsune” ne ha presentato le migliori caratteristiche, incantando anche gli spettatori italiani con la bellezza delle scenografie, la ricchezza dei costumi, i movimenti di massa, i trucchi scenici e gli effetti stranianti di una recitazione altamente stilizzata, nel rispetto delle convenzioni sceniche classiche e dei codici tramandati nelle famiglie di attori giapponesi.

Al Memory/Lab il video dello spettacolo sarà presentato e commentato dalla scrittrice Carmen Covito, studiosa di cultura giapponese, che nel 1985 partecipò all’organizzazione della tournée e potrà quindi raccontare i retroscena del Kabuki oltre che illustrarne le tecniche.

Ingresso Libero

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La proiezione dello spettacolo in video proseguirà dal 27 febbraio al 21 marzo 2015:
Martedì – Venerdì 17.00 – 20.00
Sabato 15.30 – 18.30
Domenica e lunedì chiuso

La rassegna 40x40x10 al Memory/Lab celebra i 40 anni del CRT Milano, con la programmazione di una selezione in video di 10 spettacoli, distribuiti in 5 blocchi di programmazione di due settimane ciascuno, che raccontano i protagonisti di stagioni spesso indimenticabili.

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23 gennaio a Milano

TENARAI
Il segreto della calligrafia giapponese

Venerdì 23 gennaio 2015 ore 18.30
conferenza di Carmen Covito

Centro di Cultura Giapponese
via Lovanio, 8 · Milano (Moscova M2)

Ingresso libero con prenotazione obbligatoria al nr. 338-1642282
fino a esaurimento posti.

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“Su carta cinese piuttosto robusta aveva tracciato caratteri in forma corsiva che al Principe parvero particolarmente eleganti, mentre sulla leggera carta di Koma, dalla grana sottile, morbida e delicata e dai colori poco appariscenti, aveva usato la flessuosa scrittura femminile, tracciando accuratamente ogni tratto, e il risultato era incomparabile. Al Principe, che stava osservando quegli scritti, sembrò che persino le sue lacrime di commozione dovessero scorrere all’unisono, seguendo le fluide linee del pennello, e che mai si sarebbe stancato di ammirarle…”

Murasaki Shikibu, La storia di Genji, traduzione di Maria Teresa Orsi, Einaudi 2012

 

L’arte della calligrafia, nata in Cina, diventa in Giappone una via per la realizzazione spirituale e una disciplina i cui segreti vengono trasmessi all’interno di scuole ereditarie, come la poesia, l’ikebana, il teatro o le arti marziali. Con l’invenzione degli alfabeti sillabici kana e lo sviluppo della letteratura delle dame di corte, già nell’epoca Heian emergono stili calligrafici tipicamente e unicamente giapponesi: una forma di bellezza raffinata e complessa che ancora oggi sa deliziare gli occhi e parlare al cuore. Nel primo trattato calligrafico, scritto nel 1170-1175 da Fujiwara Koreyuki per sua figlia Dama Daibu, vengono analizzati la scelta delle carte e dei pennelli, l’armonia della composizione, la situazione, i gesti, perfino l’abbigliamento del calligrafo, perché “Non bisogna credere che debbano essere belli solo i caratteri. In tutte queste cose risiede lo splendore della Via”.

Lettera dell'imperatore Go Yozei (1592)

Lettera dell’imperatore Go Yozei (1592)